Io, Daniel Blake – Recensione

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Io, Daniel Blake - Film - 2016 - Ken Loach - RecensioneDaniel Blake fa parte di quel novero di ritratti degli indifesi che popolano la galleria con cui Ken ‘Il rosso’ Loach ha cercato di rappresentare i chiaroscuri della società occidentale. Attorno al suo nuovo protagonista il regista ricama un dramma contro l’attuale sistema dei sussidi statali inglese che porta ai massimi livelli la sua cifra poetica (e politica), ma con qualche colpo basso di troppo che offusca in parte il valore del film. Palma d’oro al Festival di Cannes 2016


Io, Daniel Blake, film con il quale Ken Loach ha conquistato la sua seconda Palma d’oro allo scorso Festival di Cannes (la prima nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba), nasce a Nuneaton, il luogo in cui è cresciuto il regista, una piccola città nella contea del Warwickshire, in Inghilterra. La scintilla che ha riacceso la voglia di cinema di Loach, vicino al ritiro dopo aver diretto nel 2014 Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e libertà, scocca nel momento in cui il regista inglese, coadiuvato dal suo fido sceneggiatore Paul Laverty, si interessa a un gruppo di operatori sociali della sua città che lo portano a stretto contatto con un universo nell’ombra, quello dei banchi alimentari per i bisognosi e delle più svariate persone che li utilizzano per sopravvivere. Parte da qui un’indagine che Loach e Laverty hanno condotto in tutto il Paese, raccogliendo centinaia di testimonianze tra le persone coinvolte (volontari, indigenti, impiegati del settore welfare) nella realtà delle strutture caritative, racconti che poi sono diventati fonte d’ispirazione per il film e che hanno preso corpo nell’odissea a cui va incontro il suo protagonista.
Il personaggio di Daniel Blake (interpretato dal comico britannico Dave Johns, con cui si entra subito in empatia grazie alla sua verve ironica tagliente) è l’emblema di quella vecchia working class in via di estinzione, forgiata dalla cultura del lavoro e dai valori dell’uguaglianza, fiera di contribuire al bene comune, come sottolinea l’uomo, pagando le tasse fino all’ultimo penny. Rimasto vedevo, con gravi problemi cardiaci che gli hanno tolto il lavoro alle soglie dei sessant’anni, dopo una vita spesa a fare il falegname si ritrova in lotta contro lo Stato, che non vuole riconoscergli un’indennità di sostegno per l’impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa come certificato da esami medici. Daniel, che vive a Newcastle, le prova tutte pur di ottenere ciò che gli spetta, il sussidio statale: prima facendo richiesta come persona inabile al lavoro, poi come disoccupato, ma ogni volta si scontra con una macchina burocratica che sembra volerlo scoraggiare nel perseguire i suoi diritti. Nel corso della sua battaglia l’uomo si imbatte in Katie, una ragazza madre senza lavoro che non sa come sfamare i suoi due bambini piccoli, costretta a trasferirsi da Londra a Newcastle pur di ottenere un’abitazione in affidamento, unico aiuto che le è stato riconosciuto dai servizi sociali. Disorientata e a corto di soldi, Katie trova in Daniel una sorta di padre di famiglia che l’aiuta ad ambientarsi, fino a quando l’imponderabile non si mette di mezzo…
La diabolica macchina burocratica del workfare (il nuovo sistema di aiuti sociali legati alla ricerca di un’attività di lavoro per chi non ha un impiego), il perverso sistema delle indennità di sostegno affidato alle valutazioni di società private, la definitiva scomparsa del vecchio welfare state in un Paese (l’Inghilterra) che per primo diede vita a una forma di stato assistenziale (con la Poor Law nel 1601), la inarrestabile frattura tra uno Stato che pretende ma non dà e i cittadini privati di un’idea di società in cui sia presente un’azione di reciproco sostegno tra individui, il dilagante disagio di chi è ridotto a usufruire dei banchi alimentari per non patire la fame a cui si è condannati in mancanza di un lavoro. Tutto raccontato come ti aspetteresti da uno come Loach, che non concede nulla al sensazionalismo della messa in scena e che ha un’idea ben precisa della funzione del cinema: un protagonista così veritiero che sembra preso dalla strada, un linguaggio scarno al servizio del realismo delle situazioni (montaggio ai minimi termini, inserti sonori quasi del tutto assenti, macchina da presa che si muove come se rubasse in tempo reale gesti e parole di persone comuni), una storia che attinge dalle tensioni sociali del contemporaneo. Un cinema d’impegno civile, rigoroso e mosso da una sincera vocazione che non ha paura di schierarsi dalla parte dei deboli, pensato per sensibilizzare il pubblico sui problemi sociali del nostro tempo.
Il risultato è un film che non lascia indifferenti, ma che anzi scuote nel profondo per la portata drammatica dello scontro tra l’individuo e una società profondamente ingiusta, come forse erano in grado di fare i capolavori del neorealismo italiano. Ma anche un film alla fine fin troppo desideroso di arrivare al cuore del pubblico, macchiato da un colpo ad effetto nella parte finale che commette il peccato di commiserare il suo personaggio, di caricare le dinamiche narrative di situazioni in cui viene meno il senso della misura che aveva contraddistinto i due terzi del film: è come se a un certo punto la macchina da presa di Loach, su impulso della sceneggiatura di Laverty (come spesso accade, un po’ troppo schematica nello sviluppo della storia), indossasse i guantoni e colpisse duro sullo spettatore, mettendolo in un angolo e inferendogli una serie di colpi bassi per costringerlo a cedere alle emozioni. L’effetto è quello di stordire, di una catarsi bagnata dalle lacrime che per alcuni servirà a lavarsi la coscienza anziché a riflettere sulla realtà in cui viviamo.

Riconosciamo i meriti di Loach, un po’ meno quelli del suo sceneggiatore Laverty: crediamo in un cinema che creda nel suo linguaggio e che non sia soffuso delle scorciatoie del sentimentalismo esibito. Per questo, Io, Daniel Blake è un grande film sì, ma che avrebbe meritato ben altra conclusione.