Bilancio Venezia 73: considerazioni sul lascito della Mostra del Cinema e prospettive future

0
209
Questo post è stato pubblicato da this site

E’ finita. Sabato 10 settembre si è conclusa la 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, quindi, ora è giunto il tempo adeguato per ponderare, considerando il numero di proiezioni: 20 film in concorso, 17 fuori concorso, suddivisi tra fiction e non fiction e 2 puntate di una serie televisiva, 19 film in Orizzonti, 4 film della Biennale College, 8 lungometraggi nella neonata sezione Cinema nel Giardino e 16 cortometraggi, senza considerare i 17 film, tra corti e lunghi, della Settimana della Critica e i 20 film delle Giornate degli Autori. Il tempo è maturo, quindi, per capire qual è il lascito concettuale e visivo della Mostra del Cinema 2016.

La La LandPer un’attenta analisi, bisogna tornare indietro al 12 settembre 2015, giorno di conclusione di Venezia 72. Con in mano il palmares, figlio di una selezione del concorso non troppo lusinghiera per il blasone del Festival, sulla colonne di questa rivista si invitava il Direttore della Mostra Alberto Barbera a “tirare fuori gli artigli di quel leone che aspetta di essere conteso sempre e solo da registi degni di competere a Venezia”. L’invito sembra sia stato recepito dal direttore. Il primo segnale, infatti, di questa avvenuta consapevolezza è arrivata da La La Land di Damien Chazelle, sicuramente il miglior film d’apertura dell’era Barbera. Frizzante, colorato, sornione, coinvolgente, ammiccante nei confronti della storia del cinema, ha conquistato critica e pubblico all’unanimità (e ci sono buone possibilità che si avvii alla notte degli Oscar con i favori del pronostico come è stato per i suoi predecessori Birdman di Alejandro Gonzalez Inarritu, Gravity di Alfonso Cuaron e Il caso Spotlight di Tom McCarthy, presente Fuori Concorso nella scorsa edizione della Mostra).
La conferma di una buona selezione del concorso ha trovato, inoltre, un’altra conferma in Nocturnal Animals diretto da Tom Ford, che ha entusiasmato la critica sin dalla prima visione, la quale gli ha conferito per giorni il Leone d’oro, fino all’arrivo di The Woman Who Left di Lav Diaz, che ha affascinato e incantato gli addetti al settore. Jackie di Pablo Larrain ha rispettato le aspettative: un film intenso, originale, ben scritto da Noah Oppenheim, il quale ha conquistato il Premio per la Miglior Sceneggiatura, e tradotto in immagini con il giusto peso morale ed empatico. Allo stesso modo hanno mantenuto le attese Frantz di François Ozon, Paradise di Andrei Konchalovsky e Arrival di Denis Villeneuve. Hanno invece sorpreso in negativo The Light Between Oceans di Derek Cianfrance per la sua pochezza; Brimstone di Martin Koolhoven per la violenza gratuita profusa; Les beaux jours d’Aranjuez di Wim Wenders per la sua debolezza; The Bad Batch di Ana Lily Amirpour che nei giudizi negativi ha comunque conquistato una fetta di pubblico per la storia e per lo stile della regista (a volte un po’ troppo) fuori dall’ordinario; On the Milky Road di Emir Kusturica che ha fatto innamorare tanti, ma ha davvero lasciato l’amaro in bocca a chi in passato ha amato il cinema del regista serbo. E poi ancora il cinema Nocturnal Animalsitaliano. Questi giorni di Giuseppe Piccioni è riuscito a fare breccia nei cuori di una parte di pubblico, seppur sia apparso lezioso e inconcludente; Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, i due registi di Spira Mirabilis, non sono stati in grado di tradurre in immagini la loro idea di film; infine Piuma di Roan Johnson verrà ricordato nella storia della Mostra per essere una commedia italiana contemporanea (?) scritta e girata con opportunismo, superficialità e a tratti arroganza nella forzata volontà di far ridere. Un capitolo a parte coinvolge Voyage of Time di Terrence Malick che, come tutti i suoi film, ha maturato due giudizi contrastanti: troppo ambizioso da un lato, filosofico e positivamente innovativo nella costruzione visiva dall’altro; La region salvaje di Amat Escalante, il cui senso ancora sfugge a molti; El cristo ciego di Christopher Murray, un’opera prima originale e immatura. Une Vie di Stéphane Brizé e El ciudadano ilustre di Mariano Cohn e Gaston Duprat, infine, hanno raccolto pareri positivi unanimi.
In questo concorso convincente ma anche un po’ scricchiolante è mancato l’outsider, la visione, il punto di vista, il ‘lampo geniale’, l’azzardo dei selezionatori che poteva fare breccia negli occhi degli spettatori, come fu Spring Breakers di Harmony Korine alla Mostra 2012. Potevano forse esserlo In Dubious Battle di James Franco, tra i titoli di Cinema del Giardino, il quale sta dimostrando film dopo film di avere un vero talento registico; Indivisibili di Edoardo De Angelis che alle Giornate degli Autori ha indicato una strada di approfondimento vera e percorribile per lo sviluppo del cinema italiano; anche Traces of Sin di Kei Ishikawa, inserito in Orizzonti, ha incantato, come Bitter Money di Wang Bing, anch’esso in Orizzonti, il quale con il conseguimento del Premio alla Miglior Sceneggiatura della sezione, si consacra ancora di più come uno dei migliori documentaristi viventi.

Alla luce di ciò bisogna anche considerare che forse il vero outsider della Mostra 2016 è stato il pubblico, la folla che ha attraversato il Lido di Venezia nell’attesa dei suoi fan, che si è messa in coda per guardare da vicino dentro e fuori le sale i suoi divi preferiti, che ha simpaticamente invaso la cittadella della Mostra con foga e voglia come non si vedeva al Lido da anni. In questa finalità trova ulteriore conferma la selezione del concorso. L’amalgama studiata da Barbera e dai suoi selezionatori è stata, infatti, unire i grandi nomi del cinema a quelli di un cinema d’autore che insieme hanno condotto al Lido le masse. “Siamo un festival d’arte cinematografica, legato al cinema d’autore: nessun titolo selezionato sfugge a questa definizione” aveva affermato Barbera alla conferenza stampa di presentazione del programma e così è stato. A discapito di questa scelta è venuta meno, però, la manifestazione di un’analisi precisa sulle direttrici concettuali e visive del cinema, evincibili nelle precedenti edizioni dal concorso.
Attraversando tutte le sezioni il pensiero generale si è concentrato, infatti, più sullo stato del cinema che su ciò che attraverso di esso si è voluto comunicare. In quest’ottica le produzioni cinematografiche americane hanno dimostrato, quindi, di essere generaliste e poco innovative. Da Pablo Larrain, Tom Ford, Denis Villeneuve è lecito aspettarsi dei film valevoli che camminano tra cinema d’autore e mainstream. Escludendo The Magnificent Seven di Antoine Fuqua, film di chiusura, che certo non è cinema, bensì marketing, le altre pellicole made in USA hanno davvero lasciato pochi segni significativi nell’evoluzione del cinema. Cianfrance, Amirpour e Mel Gibson hanno presentato film di poco valore artistico, così da far ripensare all’affermazione proposta dal direttore della Mostra secondo cui il cinema americano è capace di rinnovarsi, di investire e rischiare e quindi risultare più potente. Sinceramente nei film di questi registi si è solo osservato un modus operandi di fare cinema molto vecchio e quando si è desiderato osare, come nel caso di The Bad Batch, il risultato è stato dispersivo. FrantzIl cinema sudamericano, dal canto suo, si conferma una realtà cinematografica in prospettiva valevole. Con Murray, i due argentini ed Escalante (seppur non sia nuovo nei circuiti festivalieri), senza escludere Una Hermana di Verena Kuri e Sofia Brockenshire, progetto della Biennale College, il cinema prodotto in America Latina ha presentato degli interessanti concetti analizzati in visioni ancora un po’ immature, proprio perché in cerca di sperimentazione. Il cinema europeo, invece, con Brizé, Ozon e Konchalovsky ha confermato la propria autorialità. Dal Nord Europa, inoltre, sono arrivate prove di regia in grado di appassionare e stupire lo spettatore come The Journey di Nick Hamm, Heartstone di Gudmundur Arnar Gudmundsson (l’islandese che ha conquistato le Giornate degli Autori) e l’inglese Boys in the Trees di Nicholas Verso in Orizzonti. Ad avvalorare questa idea ci sono stati anche il documentario Austerlitz dell’ucraino Sergei Loznitsa e Ulrich Seidl che in Safari non ha scontentato chi è alla ricerca di un cinema non convenzionale condotto con autorevolezza. Infine c’è l’Asia. Quasi nessun spunto dal Medio Oriente in questa Mostra e pochi dall’Estremo Oriente. Questa regione, seppur in ranghi ridotti, ha però dimostrato di avere ancora le carte in regola per aprire la strada al cinema del futuro e per riuscire a comunicare al pubblico enormi concetti e valori sulla contemporaneità con assoluta semplicità. Se a Venezia 72 il cinese Zhao Liang con Behemoth ha potuto solo per un istante sconquassare le carte del palmares con la sua potenza visiva e il trasporto quasi fisico dello spettatore nell’inferno industriale narrato, quest’anno Lav Diaz ha meritato il Leone d’Oro per l’assoluta innovazione del cinema nella tecnica e nel modo in cui è riuscito in The Woman Who Left a rendere universale una storia particolare. Il regista filippino, come Wang Bing ha, inoltre, dimostrato come il cinema non sia già deciso in fase di sceneggiatura, ma nasca nella costruzione visiva di scena dopo scena. Allo stesso modo The Road to Mandalay del sino-birmano Midi Z, film appartenente al concorso della Giornate degli Autori, ha mostrato con dignità e fredda lucidità le condizioni di vita di una ragazza immigrata dalla Birmania alla Thailandia. Una riflessione attuale e sensata che merita di essere osservata.

Lav Diaz con il Leone d'oro di Venezia 73Cosa, quindi, tenere in considerazione per Venezia 74? Sicuramente una struttura del Concorso che risulta efficace nella soddisfazione del pubblico e nell’equilibrio tra cinema d’autore e cinema generalista. Quest’asse, infatti, rimane valido anche nella selezione delle giurie, giudicate probabilmente all’inizio troppo eterogenee nei profili dei loro componenti, e nell’assegnazione dei premi, i quali hanno accontentano tutti i palati. Forse sarebbe il caso di osare un po’ di più, però, soprattutto considerando che la kermesse veneziana è una Mostra d’arte e non un Festival. Porre, quindi, vicino ai colossi di Hollywood, che tanto bene fanno alle economie del Lido e della Biennale, innovazioni visive e di pensiero la cui ricerca non trovi limite nei confini del Sud America, ma si espanda all’interno globo. Oscar Martinez, Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile per El Ciudadano Ilustre, ha affermato in conferenza stampa che il cinema latino ha bisogno di essere sostenuto nel suo processo di crescita. Ben venga se la Mostra del Cinema possa aiutare queste cinematografie ad emergere e consolidarsi, perché questo deve essere la missione della Mostra, ossia scoprire, proporre e lanciare, senza però dimenticarsi delle altre cinematografie del mondo. Rimane la speranza che ciò avvenga anche nel cinema italiano. E’ sintomatico di ciò che il film prodotto in Italia più convincente presentato alla Mostra sia stato Orecchie di Alessandro Aronadio, progetto della Biennale College.

Alberto Barbera, direttore della Mostra del Cinema (copyright La Biennale)La strada, dunque, sembra segnata e questa impostazione deve consolidarsi già dalla prossima edizione, pur considerando che possono anche esserci in futuro delle stagioni cinematografiche meno dense di nomi altisonanti, ma ricche di nuovi visioni da lanciare. Bisogna che la Mostra e quindi Barbera nel suo rinnovato quadriennio tengano sempre, infatti, ben presente gli sviluppi del cinema, il suo potenziale di creatività, come ha giustamente affermato Tom Ford nelle dichiarazioni successive all’assegnazione del Gran Premio della Giuria, sempre nell’ottica di osare e di cercare visioni che non si inchinino troppo spesso alle regole del marcato cinematografico come, invece, ha insegnato la filosofia artistica del Leone d’oro Lav Diaz