Milano da predare

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Il governo italiano mette in vendita sul proprio sito “Invest in Italy – Real Estate” gli scali ferroviari di Milano, «un’operazione che trasforma grandi aree urbane […] in “articoli di shopping” alla totale mercé di grandi fondi di investimento».

di Mauro Sullam

Invest in Italy, sito governativo rivolto a investitori esteri e divenuto celebre per aver sottolineato con vanto che da noi la forza lavoro costa meno e che dunque è competitiva, segnalava fino a alla mattina del 18 ottobre 2016 sul proprio sito affiliato Invest in Italy – Real Estate l’opportunità immobiliare costituita dagli scali ferroviari milanesi di Porta Genova, Farini e Greco.

Oltre che dal sottoscritto, la cosa era stata notata da alcuni siti di informazione. Probabilmente a causa delle polemiche sollevate, le aree sono state rimosse dal sito nel pomeriggio dello stesso giorno, ma ho fatto comunque in tempo a testimoniare la loro presenza con uno screenshot.

A proposito dello scalo Farini, la descrizione parla della “più grande opportunità di sviluppo immobiliare nella città di Milano” e, oltre a citare genericamente “grandi parchi e giardini”, suggerisce la possibilità di costruire edifici residenziali (social housing e libero mercato), commerciali e turistici per una S.L.P. totale di oltre 300.000 metri quadrati.

Il sito, rivolto principalmente a investitori stranieri, ha il tono e l’impaginazione di una piattaforma di e-commerce e rende possibile creare una wishlist, una lista dei desideri, in cui salvare le aree e gli immobili a cui si è interessati. Anche nella forma, si tratta dunque di un’operazione che trasforma grandi aree urbane – il cui uso pubblico o infrastrutturale suggerirebbe un’oculata transizione verso nuovi usi sempre pubblici e non immobiliari – in “articoli di shopping” alla totale mercé di grandi fondi di investimento. Senza entrare nel merito giuridico e finanziario della questione, è evidente il senso totalmente privatistico, predatorio e miope di questo atteggiamento, che d’altronde è lo stesso che ha animato le ultime grandi trasformazioni urbane di Milano, come “Porta Nuova” e “City Life”. Utilizzate trasversalmente come vessillo della rinascita urbana di Milano, queste operazioni immobiliari si caratterizzano per la loro essenza antisociale, testimoniata dai prezzi faraonici dei nuovi alloggi e dalla povertà o assenza di dotazioni pubbliche come scuole, biblioteche, strutture mediche, centri di aggregazione ecc. Anche dal punto di vista degli spazi verdi, gli ultimi grandi progetti hanno dimostrato un’inclinazione al maquillage di edifici e suoli non permeabili invece che optare per soluzioni di largo respiro dal punto di vista sociale, climatico e botanico.

Il Primo Ministro M. Renzi ha di recente firmato con il sindaco G. Sala il “Patto per Milano”, nel quale vengono citati anche gli scali ferroviari (1,3 milioni di metri quadrati in tutto) come occasione di sviluppo urbano, almeno a quanto si legge qui. Dopo la vicissitudini che hanno portato alla mancata ratifica dell’Accordo di Programma sugli scali ferroviari sottoscritto il 18 novembre 2015 dal Comune di Milano, da quanto viene documentato qui Palazzo Marino ha iniziato un percorso di “confronto su attese, esigenze e desideri dei soggetti locali” assistito dal Politecnico di Milano: nei documenti che si trovano sul sito del Comune per lo Scalo Farini si citano “grandi parchi botanici”, “orti urbani”, un “grande boulevard urbano”, una “città della musica” e altre dotazioni di simile tenore, mentre non compaiono i famosi 300.000 metri quadrati di immobili privati che “Invest in Italy – Real Estate”, alias il Governo Italiano, promette (prometteva, fino a ieri pomeriggio), agli investitori.

Gli scali ferroviari costituiscono l’ultima grande occasione per dotare il cuore della regione metropolitana milanese di grandi superfici verdi, traspiranti e capaci di salvare la città dalla morsa immobiliare in cui è piombata, malgrado negli ultimi anni la narrazione mass-mediatica su Milano abbia assunto toni più che ottimistici. Anche da un punto di vista meramente economico, se davvero Milano vuole candidarsi a competere con le grandi metropoli internazionali, dovrebbe rifiutare una classe dirigente e dei gruppi di potere che guardano solo al proprio ricavo immediato, senza capire che i valori aggiunti in termini di verde, servizi, qualità dell’aria, si convertono nel tempo in ricchezza reale e capacità attrattiva, tanto più oggi, nell’epoca del marketing territoriale più agguerrito. Politicamente, le ragioni per opporsi a queste prospettive di predazione del territorio urbano si radicano nella difesa e nella promozione di una città giusta e aperta a chi la vive, non a chi la compra.

19 ottobre 2016