Il dolore di Heather, madre surrogata “pentita”, e la nostra libertà di scelta

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Se vi dicono che una maternità surrogata è andata male, cosa pensate? Che la portatrice non ha voluto separarsi dal neonato. Che le “hanno strappato suo figlio dalle braccia” – proprio come racconta Heather nello spot Provita, “che descrive il dramma vissuto da una madre surrogata nel momento in cui le portano via il bambino che aveva appena partorito” (Vittoria del buon senso e della ragione: grazie UCI Cinemas!, Notizie Provita, 26 novembre 2016).

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Il video è un frammento del documentario Breeders, donne di seconda categoria e la condanna si fonda sulla confusione tra pratica e abuso. Abuso possibile ovviamente, come in ogni altro dominio, ma non intrinsecamente necessario. La differenza è fondamentale e non vederla condanna i finti ciechi a errori grossolani. E così, fanatici conservatori e alcune femministe più attratte dal paternalismo che dalla possibilità di scegliere e dalla tenuta delle proprie argomentazioni, si tengono per mano nel biasimo e nella richiesta di considerare la maternità surrogata un reato universale. Senza validi argomenti, né morali né normativi (che aspirino a essere non tirannici e non contraddittori).

Escludere che una donna possa scegliere di farsi pagare per portare avanti la gravidanza per altri costringerebbe a rivedere le proprie dichiarazioni sulla possibilità di decidere liberamente, ma gli aspiranti censori non se ne preoccupano. Non sono interessati a non contraddirsi (le femministe paternaliste) oppure non sono simpatizzanti della libertà (i conservatori prolife). È un accordo perfetto, un matrimonio di convenienza destinato a durare ben più di un innamoramento.

Nel loro universo manca la possibilità teorica (per cercare quella pratica servirebbe uno sforzo che non sono disposti a fare) che una donna possa scegliere di portare avanti la gravidanza per qualcun altro e non si penta. Manca l’eventualità che alla nascita non ci siano ripensamenti e “rapimenti”. Non è solo mancanza di immaginazione, ma una visione claustrofobica dei desideri e dei comportamenti: se sei donna non puoi scegliere una cosa del genere, devi essere stata obbligata, minacciata, costretta e la separazione non può che essere traumatica e violenta. Non puoi reagire se non come dicono loro. Altrimenti c’è qualcosa che non va. Il meccanismo è stato perfezionato da anni di moralismo e di presunzione di sapere quale sia il nostro bene – senza mai affaticarsi a domandarcelo.

Lo scorso mese, in una puntata della serie tv Notorious (Missing), una gravidanza surrogata rischia di andare a finire male. Jenna è incinta di 9 mesi e sta per partorire. I genitori biologici sono spariti e lei rischia di doversi tenere il neonato. Non li ha mai incontrati per ragioni di privacy (o così crede) e ora non si sa dove siano finiti e hanno smesso di pagare quanto stabilito. Jenna non può e non vuole tenersi il bambino, ma non vuole nemmeno abbandonarlo ai servizi sociali. La storia si rivelerà più complicata, ma la scelta “impossibile” di Jenna è un pezzo che manca all’immaginario del fronte unito contro la surrogacy (per il nostro bene, l’ho già detto?).

La ragazza aveva contattato un’agenzia per pagarsi l’università. Una gravidanza surrogata sarebbe bastata, ma poi sembra che i committenti abbiano cambiato idea. Abbiamo mai considerato questa possibilità, concentrati come siamo sullo “strappare la creatura dalle braccia della madre”? Pare di no. La fiction (alcune fiction almeno) fa spesso meglio di tante femministe che in questi mesi hanno elencato fallacie e preoccupazioni personali spacciate per universali e prove.

“Io non lo farei”.
“A me non piace”.
“Oddio che schifo!”.

Reazioni legittime se personali, ma non generalizzabili e non trasformabili in leggi coercitive. Aspirare al divieto universale, poi, ha un’altra conseguenza: ci si illude di risolvere la questione finendo per non considerarne tutti i possibili aspetti controversi. Come ogni semplificazione, riduce la realtà a un fantoccio da percuotere, a una farsa che soddisfa la presunzione di saperla lunga e la volontà di sentirsi eroici difensori dei più deboli.

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