Berlino 2017: piccoli ricordi di un grande festival

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Per un appassionato di cinema, per un desideroso cultore dell’osservazione cinematografica in anteprima, per un ricercatore di selfie e autografi di registi e attori, per un critico alla perpetua redazione di bilanci sullo stato di salute della settima arte, per un giornalista cultore della recensione-seriale-da-festival o per un produttore o regista desiderosi di vendere al mercato la loro opera, è immancabile il festival berlinese chiamato un po’ meno comunemente Internationale Filmfestspiele Berlin.
Trascorrere i circa 10 giorni di questa kermesse significa assaporare un’esperienza di vita in quanto un festival scandisce la quotidianità con orari bloccati tra proiezioni, conferenze stampa e incontri. La Berlinale, però, rispetto agli altri festival ha qualcosa in più. Ciò che sorprende, infatti, un neofita della manifestazione, come chi vi scrive, è la perfetta macchina organizzativa. C’è un totale e assoluto rispetto degli orari e delle regole. E’ quasi impossibile che una proiezione inizi in ritardo, anche solo di 1 minuto, o che una conferenza stampa si protragga più dello stabilito o un incontro con attori o registi non sia già preventivamente regolarizzato, così da permettere a chi ne fruisce di programmare la propria giornata lavorativa nel migliore dei modi. L’efficienza dunque dell’organizzazione e dello staff è impeccabile.
C’è anche da dire che troppa rigidità a volte non è sempre un elemento a favore. Ho assistito a scene in cui le maschere spingevano con molta insistenza il pubblico a sedersi a pochi minuti dall’inizio della proiezione o placcavano chi munito di carta e penna voleva chiedere un autografo ai membri della giuria seduti con gli accrediti nelle proiezioni stampa. In realtà, però, la loro severità è di facciata e nasconde una grande disponibilità e cura degli ospiti. Una piccola esperienza personale può aiutare a capire. Un giorno ho smarrito il mio orologio. Non avendolo trovato da nessuna parte, il giorno seguente ho chiesto a una delle guardia della sala del Berlinale Palast se era stato ritrovato un orologio nelle proiezioni del giorno precedente. La ragazza con sguardo e volto molto seri mi ha fatto una serie di domande sulla fattura dell’oggetto, chiedendomi anche se ne avevo una foto, per poi passare le risposte tramite microfono inserito nella giacca a un collega. Terminato l'”interrogatorio”, la maschera mi dice:” Wait a moment, please”. Attendo speranzoso, quando a un certo punto dal fondo del corridoio in cui mi trovavo si manifesta un ragazzo veramente grosso, con faccia truce e mascella di ferro. Si avvicina, si ferma, mi fissa e poi esplode in un sorriso, urlando “Is your birthday, today?” mentre mi sventola di fronte agli occhi il mio orologio. Personalmente sono scoppiato a ridere e ho boffonchiato una risposta, mentre la ragazza se la rideva invece di gran lunga. Dopo averlo ringraziato, entrambi in coro mi hanno augurato buona giornata. Ciò per testimoniare la precisione e la professionalità dello staff.

Il festival berlinese si presenta anche ben organizzato nelle strutture. Nonostante, infatti, questa kermesse non abbia la fortuna di vivere in una sorta di isoletta lontana da tutti come il Lido o la Croisette o la Piazza Grande a Locarno, il tentativo di concentrare tutte le maggiori attività, le sale e i servizi connessi, come la ristorazione, in un piccolo raggio di azione, è funzionale a rendere l’esperienza comoda e soddisfacente. Marlene Dietrich Platz, infatti, si trasforma, nei giorni della Berlinale, in un microcosmo incorniciato dal luminoso Berlinale Palast, sede principale delle proiezioni, decorata con i simpatici ritratti appesi alle pareti, di attori e registi presenti, e dall’Hotel Grand Hyatt Berlin in cui si svolgono tutte le attività stampa. Poco distante si può scorgere il CinemaxX, altra sede principale di proiezioni, mentre poco fuori questa zona si trova il Martin Gripius Bau, luogo del Film-Market di Berlino. Marlene Dietrich Platz è capace, quindi, di accogliere grosse quantità di persone indirizzandole agevolmente a seconda della richiesta (acquisto dei biglietti, attività stampa o semplicemente guardare il red carpet di fronte al Berlinale Palast) utilizzando una comunicazione visiva in tedesco e inglese, dettaglio che non tutti i festival internazionali offrono. La strada verso il Berlinale Palast, Alte-Postdamer Strasse, inoltre, è costeggiata da un’ampia selezione di ristorazione. Questa è completata dai take away di cucina internazionali offerti al primo piano del centro commerciale adiacente e da piccola proposta di cibo street food vicinissima al Berlinale Palast. Dalla colazione al pranzo messicano, di pesce o made in germany, qui si trovano dei colorati chioschi segnalati con una simpatica luminaria in stile luna park. Ultimo dettaglio sull’offerta culinaria è un ristorante di cucina italiana che si trova circa a metà della via che propone una Caprese a 18 euro. Visto il prezzo, sarà sicuramente gustosa e soprattutto indimenticabile.

Un’organizzazione e una proposta di servizi così ben articolata rendono significativa la vita della manifestazione tedesca. Eppure in tutta questa precisione manca qualcosa. La sensazione avuta da chi vi scrive è che la Berlinale sia deficitaria in una delle componenti fondamentali di un festival di cinema, ossia l’atmosfera. Personalmente non ho respirato quell’aria frizzante e magica che circonda, al contrario, Venezia e Cannes. Sicuramente la stagione non aiuta, perché febbraio non ha il clima temperato e piacevole di maggio o settembre, ed è indubbio che la storia della Berlinale è più attenta a un certo tipo di cinema, anche meno di intrattenimento che può catalizzare determinati modi e volti del cinema internazionale. Eppure gli attori famosi arrivano a Berlino, i registi importanti vi transitano anche solo per andare a discutere, insieme ai produttori, all’importate mercato. Ma dove si trovano? A parte sul red carpet, per il resto nel microcosmo di Marlene Dietrich Platz non si vedono camminare e parlare con il loro pubblico. Non si nota alla Berlinale, infatti, la presenza di spontaneità e creatività che porta a creare una conferenza stampa in luoghi improvvisati, a discutere di cinema con i registi per strada, a condividere una foto o un autografo con il proprio attore o attrice di riferimento, sorpresi a bere qualcosa al bar. A parte Wim Wenders che si muove indisturbato, nessun’altra personalità del cinema sembrerebbe potersi liberare dal rigido programma scandito dall’organizzazione. Questa rimane una sensazione e una visione parziale di un festival che vissuto ogni anno, può sicuramente rivelare anche questa facciata e soddisfare queste attese.  

In ultima analisi delle nostre conclusioni non si vogliono qui fare bilanci sull’offerta cinematografica di quest’anno. Innanzitutto perché il programma è davvero molto ampio e solo la voglia di scoprire nuove visioni e di addentrarsi dentro i molti film distribuiti nella varie sezioni vale il prezzo del biglietto. Per fare un punto, infatti, è necessario vedere i film delle sezioni principali, quindi Panorama e Forum oltre alla Competition. Dalle visioni proposte da questa prima nostra esperienza rimangono ancora negli occhi la poesia visiva sensibile e intima di On the Beach at Night Alone di Hong Sang-soo e l’irriverenza e l’acida e tagliente ironia di The Other Side of Hope di Aki Kaurismaki. A riguardo del regista finnico rimane un dubbio. Ormai è storia ciò che ha combinato durante la serata di premiazione quando gli è stato assegnato l’Orso d’Argento per la regia. Kaurismaki, infatti, non è andato sul palco a ritirare il premio, gli è stato portato al posto e dopo averlo utilizzato come microfono per ringraziare tutti, l’ha lanciato all’attore protagonista del film seduto vicino a lui. In questo simpatico siparietto ciò che fa sorgere un pensiero è lo sguardo che il regista ha lanciato alla giuria dopo la proclamazione con annesso indice della mano puntato verso di loro. Forse il vecchio finlandese si aspettava un riconoscimento più ampio? Forse non è rimasto del tutto soddisfatto da quanto ricevuto? Perché, soprattutto, non ha portato la pellicola a Cannes, festival in cui il suo cinema è noto e apprezzato? E’ vero che Kaurismaki non crea i suoi film per i premi o per le competizioni, ma per il pubblico. Eppure in quello sguardo c’è nascosto qualcosa, c’è celato un mistero che il vecchio orso non svelerà mai e smentirà a suo modo nel caso in cui gli fosse domandato.

Questa è anche la Berlinale, un festival che per tutto quanto qui proposto può trovare una risposta positiva alla domanda, perché andare al Festival di Berlino?