S Is for Stanley: il racconto di Emilio D'Alessandro su Kubrick

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Il documentario su Emilio D’Alessandro, autista, aiutante, spalla fisica e morale per trent’anni di Stanley Kubrick, nasce dal fascicolo che correda l’edizione DVD di S Is for Stanley, curata da Feltrinelli Editore per la collana Real Cinema. In poche pagine il regista Alex Infascelli racconta l’odissea che l’ha portato a realizzare questo breve documentario di circa 80 minuti. Si tratta di una vera e propria epopea fatta di mancanza di soldi, di scommesse, azzardi e soprattutto una convenzione: il cinema crea sinergie di vita. Questo, infatti, l’ha capito Infascelli che chiude il suo scritto affermando, riferendosi a Emilio e sua moglie Janette:”Da allora ci sentiamo regolarmente. Per me sono come un pezzo di famiglia. Il cinema fa questo. Deve fare questo“. Il cinema, quindi, è la cornice entro cui inquadrare il racconto del vecchio Emilio.

S Is for Stanley
 descrive, infatti, come si è creato e sviluppato il rapporto tra i due uomini a partire dal 1971, anno in cui Emilio era un immigrato italiano residente da alcuni anni a Londra che di mestiere faceva il pilota part-time in un autodromo e il trasportatore. Una notte d’inverno innevata gli fu chiesto di consegnare un fallo enorme a una set cinematografico, quello di Arancia MeccanicaD’Alessandro non si fece scrupoli né dell’oggetto né del meteo e consegnò il pezzo puntuale per continuare le riprese. Come dice Infascelli, guida narrante del documentario, la puntualità della consegna non passò inosservata agli occhi di Kubrick che, dopo un po’ di giorni, volle Emilio al suo servizio. L’uomo non conosceva il regista, né il suo cinema, ma collaborò alla creazione dei suoi film e alla soddisfazione di ogni richiesta fino al giorno della sua morte durante le riprese di Eyes Wide Shut.
Tutto ciò è narrato dallo stesso Emilio in lingua inglese, forse per dare maggiore autenticità al racconto, seduto nel garage della sua casa a Cassino in cui conserva innumerevoli ricordi di quegli anni. A corredare le parole dell’uomo sono montati foto, immagini, ricordi, momenti della loro vita insieme e anche la testimonianza della moglie di Emilio, Janette. In questo flusso di parole e ricordi si percepisce che il fulcro del documentario non è il cinema, è il rapporto umano, è la relazione, è la comprensione che si instaurò indissolubile nel corso degli anni tra D’Alessandro e Kubrick. Si evince, infatti, che entrambi amavano le automobili, Kubrick in particolare le Mercedes, che il regista americano amava i cani e i gatti e che la sua casa era diventata un ricovero per animali abbandonati tra cui due asini. Addirittura il regista americano voleva che i cani e i gatti avessero attaccato sul collare un foglio di carta su cui erano indicate le proprie abitudini alimentari nel caso in cui si fossero persi e fossero stati accuditi da altri. Dalla storie narrate da Emilio si percepisce, a proposito, la meticolosità  – quasi psicosi – del regista sul set e nella vita di cui Emilio era la ‘vittima’ prediletta. Sono mostrati e letti, infatti, nel documentario i biglietti che Stanley gli lasciava redatti a macchina e a penna in cui gli dava le mansioni e gli confidava i propri dubbi e turbamenti sulla sua vita e sulle persone attorno a lui. 

Dalla bocca di Emilio si vedono, inoltre, nascere i film di Kubrick, da Barry Lyndon a Shining fino a Full Metal Jacket. Ogni film rappresenta un capitolo del documentario che Infascelli introduce e che D’Alessandro sviluppa senza mai raccontare le riprese, ma tutto ciò che ne stava dietro. Si scopre, quindi, che per Shining l’Overlook Hotel fu costruito interamente negli Elstree Film Studios in Inghilterra e che al termine delle riprese tutti i membri della troupe furono invitati a prendere oggetti, arredi, mobili. Fu così che il tappeto su cui gioca Danny entrò nella casa di Emilio. Lo stesso uomo, inoltre, afferma che non vedeva di buon occhio Jack Nicholson per le sue abitudini di “sniffare una strana polvere sulle mani” e di fumare sigarette in auto che gli facevano gonfiare la testa. Dietro questi aneddoti, dunque, si apre il vero focus del documentario, ossia l’umanità tra i due uomini protagonisti che Infascelli lascia fluire liberamente dalla voce di Emilio. Con sguardo fermo e voce sicura, D’Alessandro illustra e racconta, fino a concedersi una piccola lacrima quando spiega del suo trasferimento con Jenette a metà anni novanta in Italia. In questo caso il regista italiano concede l’unico primo piano sugli occhi gonfi di lacrime dell’uomo per sottolineare il grande dispiacere di Emilio nell’abbandonare Kubrick

S Is for Stanley è un pezzo di vita che il regista romano inquadra senza intervenire, spostando la macchina da presa da Emilio al suo mondo con Kubrick, dando corpo a quel legame che nelle pagine del fascicolo inserito nel cofanetto Infascelli pone come fondamentale nel rapporto tra lui e D’Alessandro. I veri e sentiti racconti di quei trent’anni di vita, fatti di rinunce, soddisfazioni e di un ‘matrimonio’ per la vita firmato con il regista americano, hanno infatti permesso di instaurare un rapporto sincero anche tra Emilio e Infascelli. Un rapporto che ha condotto il regista, come afferma lui stesso, a urlare “Stop” con le lacrime agli occhi al termine di ogni scena. Questo il potere del cinema, unire e specchiarsi, intessere e avvicinare.