Taboo, conclusioni: il potere di James Delaney

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Chi ha seguito Taboo, la serie tv scritta da Tom Hardy, Steven Knight e Chips Hardy, al termine dell’ottava e ultima puntata della prima (e unica?) stagione ha provato una piccola immediata nostalgia. Non è stato assalito dai dubbi su come potrà evolversi la storia, se ci sarà un seguito, né ha ripercorso gli ultimi accadimenti della storia di James Delaney. Lo spettatore affezionato ha sentito subito la mancanza di due caratteristiche dei due personaggi chiave della serie, il protagonista James, Tom Hardy, e Sir Stuart Strange, interpretato brillantemente da Jonathan Pryce, l’amministratore della Compagnia delle Indie Orientali. Del primo si sentirà la mancanza dei suoi “Uhm”, i mugugni da lui sibilati in occasione di dubbi, riflessioni, incertezze; dell’altro personaggio mancherà il picchiettio del suo bastone per esprimere la sua insoddisfazione nei confronti della situazione. Questi sono due piccoli dettagli, insignificanti in apparenza, eppure hanno permesso di far breccia nello spettatore e conquistarlo a partire dal pilota. Come dimostrato nei nostri articoli sulla serie Westworld, la prima puntata deve catturare immediatamente l’attenzione di chi osserva che poi va alimentata fino al finale. La serie di Taboo, quindi, come si è espressa? Ha mantenuto le premesse del pilota, per caratterizzarsi in una serialità convincente nell’immagine e nella storia? Oppure è stata una parentesi narrativa imperniata soltanto su questi piccoli dettagli dei personaggi?

Domanda iniziale: quanto misterioso è James Delaney? Il pilota ha proposto il personaggio di Delaney in tutta la sua oscurità e indecifrabilità. Si è capito che è sporco, disgustoso, che ha un passato oscuro, una sorellastra, Zilpha (Oona Chaplin), con cui ha un rapporto un po’ strano, una madre altrettanto ombrosa, forse un figlio di 10 anni e un padre morto che gli ha lasciato una terra in America, Nootka. Questa è voluta ardentemente dalla Compagnie delle Indie, ma James non vuole concedergliela. Da qui inizia una battaglia tra il protagonista e la società che si sviluppa lungo tutte le puntate. La domanda su chi sia quindi James Delaney si articola parallelamente al piano da lui architettato per entrare in possesso della terra americana, intessendo relazioni dubbie con personaggi quali Atticus, Stephan Graham, o il chimico Cholmondeley, Tom Hollander, proteggendo, a suo modo, la presunta ultima moglie del padre Lorna Bow, Jessie Buckley, ospitandola in casa sua, stringendo una collaborazione segreta con il medico Dumbarton, Michael Kelly, infiltrato degli americani in territorio inglese. Tom Hardy costruisce, quindi, il suo personaggio come silenzioso, macchinoso, forte, spietato e sopratutto ascetico, concentrando tutta l’attenzione dello spettatore sul suo sguardo folle, sulla camminata con gambe e braccia aperte e sul cappotto e cappello neri e logori. Delenay ha, inoltre, dei poteri strani che già nel pilota erano venuti a galla  attraverso quegli stacchi di montaggio fuori fuoco in cui ripeteva un mantra in una lingua sconosciuta, in apparenza strettamente connessi al suo passato in Africa. E’ appunto la spiegazione di questo periodo della sua vita, di quanto accaduto lì che nel corso delle puntate prende sempre più spazio e risulta fondamentale per il compimento della sua missione. L’ultimo tassello per rispondere alla domanda iniziale è capire chi è la madre di Delaney e come si inframezza nella sua vita.

La madre di James e l’elemento del lurido. La relazione tra la madre e James è sicuramente la linea narrativa più intrigante cui è connesso l’elemento dell’acqua già illustrato nel primo episodio. Qui la donna non è menzionata, però, perché comincia ad apparire nelle visioni magiche del protagonista nella seconda parte della stagione ed assume un ruolo più che rilevante ai fini della storia, tanto da portare il protagonista a dire nell’episodio finale “passo dal mondo di mio padre a quello di mia madre.” Sicuramente il rapporto madre-figlio è uno dei taboo del titolo, come anche il rapporto tra i fratellastri Delaney, al limite del lecito e della perversione, e il non del tutto precisato legame di parentela tra James e il ragazzino di 10 anni affidato a una famiglia sono alcuni altri taboo. Poi ci sono i traffici, la corruzione, l’illecito dei poteri forti che nel pilota erano stati presentati molto bene. Tutti elementi di mistero, tutti taboo, tutte linee narrative che si concentrano nel piano di evasione di Delaney. Quest’uomo riesce a convincere reietti ed emarginati, tra cui Godfrey, Edward Hogg, nella vita scrivano della Compagnia, di notte travestito grazie alla magia nei suoi occhi. Sembra quasi che il protagonista voglia salvare una piccola parte della società contro la corruzione dell’Inghilterra in uno scontro tra idealisti e ottusi ricercatori di apparenze e di denaro. Questa contrapposizione era stata introdotta dal pilota nel ritratto di una Londra in cui i ricchi erano opulenti e i poveri sudici e nel corso della stagione si fa sempre più accentuata nei costumi, negli interni e nei modi di fare della società del Principe e della Compagnia, al contrario dello sporco, del lurido dei bassifondi frequentati da James. Qui nel fango lui trova fedeltà e limpidezza.

Quanto cinema c’è in Taboo? La riposta è: quasi nulla. Taboo è una serie tv che rispetta fedelmente la struttura del racconto, i tempi della narrazione, la caratterizzazione dei personaggi e tutti gli altri criteri di costruzione di una serie. Ciò che la rende interessante non è tanto la suspense creata al termine di ogni puntata, ma lo sviluppo della storia. In ogni episodio il centro è sempre e solo James, cosa fa, perché lo fa, chi lo ostacola, chi lo aiuta, cosa guarda, chi cerca, con chi parla e ripercorrendo ogni suo movimento si aggiunge un tassello dopo l’altro al puzzle risolto nell’ultima puntata. Taboo è un giallo in cui lo spettatore non si domanda mai “come andrà a finire” ma rimane appeso allo sguardo magnetico di Tom Hardy che dimostra, semmai ci fosse stata bisogno di un’ennesima prova, della sua bravura. E’ un whodunit, una storia misteriosa a piccola addizione in cui lo spettatore non sa nulla e non è nemmeno troppo portato ad avanzare ipotesi o supposizioni, perché, nonostante poi il finale sia abbastanza presumibile, non ci sono troppi elementi su cui riflettere, troppe storie, ma solo James Delaney e il suo obiettivo. Registicamente Taboo non ha nulla di rilevante, non si segnala un uso di una forte grammatica visiva, perché è una serie televisiva canonica e sottilmente originale.