Universo Dario Argento

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Dario Argento, 77 anni il prossimo 7 settembre, regista, sceneggiatore, produttore. Nato a Roma, cresciuto in una famiglia in cui gli spunti artistici non sono mancati, allevato nello studio di fotografia della madre (nipote di Elio Luxardo) dove ha potuto coltivare il gusto per il dettaglio, per la luce, per i contesti. Conosciuto in tutto il mondo come il Maestro del Brivido, è molto amato in Francia e Stati Uniti. Alberto Pallotta e Giovanni Aloisio gli hanno dedicato un ritratto, un profilo, una radiografia, studiando i suoi lungometraggi e schedando tutto ciò che riguarda il suo cinema. Questo è Universo Dario Argento. Il maestro del brivido italiano si racconta, edito da Ultra, 23,50 Euro. 415 pagine di puro approfondimento appassionato e ragionato. 

Prima parte: catalogo. La pubblicazione è divisa in due parti. L’introduzione apre la scena. Sotto il titolo “Chi ha paura di Dario Argento?Alberto Pallotta riassume in poche righe proprie riflessioni e aneddoti sulla sua relazione con Argento e il suo cinema. È un tuffo in un passato sincero e sentito che racconta della paura provata dal critico cinematografico alla visione di Profondo Rosso, tanto da avere una reazione isterica anche quando solo vide rapidamente una fetta di schermo di un cinema all’aperto lungo la strada. Successivamente il libro presenta l'”Enciclopedia Argentiniana”, curata sempre da Pallotta. Qui sono catalogati in ordine alfabetico attori, personaggi, espressioni, luoghi appartenenti all’universo Argento. Si passa da “affanculo“, il nome del pappagallo di Diomede, interpretato da Bud Spencer, in Quattro  mosche di velluto grigio, a Callas Maria la cui voce, come riporta la citazione, si ode in due arie Amami Alfredo e Sempre libera tratte da La Traviata, passando per Carlo, il personaggio di Gabriele Lavia in Profondo Rosso di cui è riportata anche una sua frase “Brindo a te, vergine stuprata!”, per arrivare a C’era una volta il West il cui soggetto fu scritto da Argento, Sergio Leone e Bernardo Bertolucci. Così sotto la voce “Commissario” si trovano elencati tutti gli investigatori creati dalla mente del regista romano, sotto la F si trova la dicitura di Firenze (la città in cui è ambientato La Sindrome di Stendhal) o Fischer David, lo scenografo dei due episodi diretti da Argento della serie tv antologica Masters of Horror. Sfogliando l”Enciclopedia” si scopre, inoltre, che il curatore ha riservato alcune righe anche ai topi affermando: “Tra i vari animali che hanno da sempre stimolato lo schifo e la paura della gente, c’è sicuramente il topo. Dario Argento lo sa e allora perché non utilizzarlo in qualche scena dei suoi film?” o al termine Technicolor, procedimento di cinematografia a colori utilizzato brillantemente da Argento in Suspiria. Sfogliando queste voci proposte in versione enciclopedica, il lettore amante di Argento può leggere curiosità e approfondire la carriera artistica degli attori dei suoi film; i neofiti, allo stesso tempo, possono avere un’infarinatura generale su tutti gli aspetti, persone, tecniche, idee, luoghi che hanno contribuito a creare la filmografia di Argento.  

Seconda parte: cinema. “Filmografia Argentiniana” è la parte più corposa del volume. Sempre curata da Pallotta, questa sezione si costituisce di una scheda per ogni lungometraggio o mediometraggio diretto da Argento, da L’uccello dalle piume di cristallo (1970) a Dracula 3D (2012). 23 schede così redatte: scheda tecnica con la dicitura del cast tecnico, attori, note di produzione, data di uscita e incasso; sinossi e critica curata da Pallotta; “La scena che ci piace di più” raccoglie in poche righe la scena che meglio rappresenta il film. La sezione “Recensioni a caldo” riporta 3-4 recensioni critiche sul singolo film, introdotte da alcune brevi annotazioni sul contesto sociale-storico-politico dell’Italia di quegli anni oltre all’indicazione dei film più visti; “Recensioni a freddo” cita le schede dei dizionari di cinema curati da Morandini e Mereghetti. Il testo è corredato con immagini del film in analisi e sopratutto con fotografie di scena che ritraggono principalmente Argento. La redazione di questa parte del libro è molto vicina alla catalogazione e, se le schede sono lette una dopo l’altra, può stancare il lettore. A onor del vero i giudizi contenuti nelle schede rendono, allo stesso tempo, curiosa e intrigante la lettura se magari fatta singolarmente. Pallotta si dimostra un critico di Argento con un cuore molto grande. Se ciò era già evidente dalla introduzione, intima e personale, nella redazione di sinossi e critica il curatore mantiene sempre un velo di entusiasmo nel narrare i film, apprezzandone alcuni che al contrario la critica ha stroncato. Nel Gatto a nove code (1971) Pallotta, infatti, evidenza come la suspense creata ne L’uccello dalle piume di cristallo è minore, seppur alcuni dettagli come l’occhio del maniaco assassino che anticipa la furia omicida rendano la visione gustosa. Lo stesso problema è segnalato anche in Quattro mosche di velluto grigio (1971). Qui Pallotta ammette che il calo della tensione è dovuto ai troppi siparietti comici, anche se, come lui stesso afferma, “il regista ha il merito di creare la giusta atmosfera per guidare lo spettatore sulla difficile e impervia strada del dubbio“. La grande passione del curatore, però, emerge maggiormente in occasione de Le cinque giornate (1973), l’unica eccezione al thriller e all’horror di Argento per cimentarsi con la commedia. Il film, interpretato da Adriano Celentano ed Enzo Cerusico, fu affossato dalla critica che lo definì “un astuto prodotto commerciale“, come scrisse Pietro Peronava su La Stampa, o come tuonò il Corriere della Sera affermando “Lo sconcerto maggiore deriva alla confusione ideologica con cui tutta la materia risulta trattata“. In questa contrapposizione critica il libro di Pallotta e Aloisio è molto puntale nel riportare in maniera equilibrata recensioni e critiche negative e positive. Nella scelta delle testate e delle penne, infatti, si evince che la critica romana è spesso stata insoddisfatta dai lavori di Argento, al contrario delle colonne de La Stampa in cui i critici cercavano sempre qualche spunto per salvare le pellicole. L’accusa comune, però, è che il regista romano nella seconda parte della sua carriera, dagli anni Ottanta fino ai primi Novanta, ha creato film tecnicamente ottimi, con effetti speciali precisi e funzionali alla creazione delle atmosfere cupe e sinistre, ma allo stesso tempo ha firmato sceneggiature banali e ha tenuto una regia retorica che spesso ha scontentato il pubblico. Il dito, inoltre, era soprattutto puntato sulla recitazione degli attori che in molti casi è stata scadente e insoddisfacente. In questo parterre di firme si distingue sempre quella di Tullio Kezich. Il critico del Corriere, infatti, non ne ha risparmiata una ad Argento. Leggere le sue critiche risulta a tratti spassoso per il tono ironico e beffardo e permette di inquadrare la poca qualità di alcuni film. A proposito di Due occhi diabolici (1990) Kezich concluse il suo articolo affermando “C’è bisogno di aggiungere che lo sguardo di Due occhi diabolici, sparito fra raffinate tentazioni espressive e brutali istanze della platea, è curiosamente strabico?“. Pallotta si allinea, quasi, a questo giudizio. Nella “Sinossi” scrive che, seppur apprezzi l’uso del sangue misurato a cui si associa il giusto sadismo, considera la volontà di Argento di calcare sull’aspetto orrorifico il limite del film. Da Trauma (1993) in avanti il cinema di Argento si avvale di storie e spunti autobiografici. Nemmeno questa scelta lo salva dalle stoccate lanciate da Kezich, che a proposito di questo lungometraggio scrisse “E davvero si stenta a capire come un cineasta tanto fantasioso continui a rifornirsi, per quanto riguarda gli spunti narrativi, al mercatino dell’usato“. Al contrario Lietta Tornabuoni de La Stampa, sempre a riguardo di Trauma, affermò “un piacere che Argento seguiti a percorrere i familiari sentieri della psicoanalisi freudiana, delle parascienze esoteriche, dello spavento puro […] con il suo stile ammirevole“. Su Il fantasma dell’opera (1998) il cuore di Pallotta può poco. Il critico scrive “Nel film latita quell’atmosfera di suspense alla quale Dario Argento ci ha abituati e ci sono troppi momenti di lentezza e di stanchezza, riempiti da siparietti di dubbio gusto, come quello del fantasma che amoreggia con i suoi topi“. Nonhosonno (2001) rappresenta invece un ritorno del “mago“, come scrive Pallotta, alla sua visionarietà, il suo sadismo, la sua suspense, il suo dirompente impatto visivo. Di ciò fu convinto anche Fabio Bo de Il Messaggero, che rievoca i proverbiali modi registici di Argento in uno stile mai troppo soddisfacente ma pur sempre visionario. La “Filmografia Argentiniana” si presenta così come un mix di giudizi e ‘accettate’, di passioni e aspettative ben bilanciate in una raccolta di pareri che rendono esaustiva la comprensione del cinema di Argento.

La parola ad Argento. Le ultime pagine del volume sono dedicate a un’intervista condotta da Giovanni Aloisio al regista romano. In questo botta e risposta si parla di cinema e si parla di Dario. Si affronta il rapporto con la musica e Argento racconta che Morricone, in occasione della colonna sonora de L’uccello dalle piume di cristallo, improvvisò in sala. Per la prima volta lo fece creando musica moderna e molto avanti per i tempi. Alla domanda su le Cinque giornate il regista ammette che il film non fu capito perché era un affresco storico e politicamente molto scomodo. Della relazione con la critica Argento dichiara che valutava i critici come persone fuori dalla storia che non capivano e che non potevano immaginare il suo cinema. Leggeva le recensioni, certamente, ma con molto distacco. Si scopre inoltre che mentre Argento scriveva la sceneggiatura de L’uccello dalle piume di cristalloBertolucci ultimava quella de Il conformista e che al termine se le scambiarono con reciproca stima e affetto. Dalle risposte sempre molto telegrafiche di Argento emerge, infine, che lui stesso è sempre stato e sempre sarà un difensore del suo cinema: uno che è sempre andato avanti per la sua strada con le sue idee, anche in contrasto con la logica, come può apparire Profondo Rosso.

Universo Dario Argento è, pertanto, una scorpacciata di cinema e di Dario Argento. La sua struttura gli permette di rivolgersi a tutti i possibili lettori, siano essi appassionati del sangue argentiniano che neofiti della sua suspense. Nella sua corposità il volume è meglio prenderlo a piccole dosi, a letture singole delle schede, magari da accompagnare alla visione di qualche film. A questo proposito, sarebbe stato utile scrivere un indice con tutte le voci delle schede dei film, così da rintracciarle più facilmente, anche considerando che non tutti sono a conoscenza dell’anno di produzione. Sono dettagli, però, che non compromettono il contagio della passione e della cura precisa ed esaustiva con cui Pallotta e Aloisio hanno redatto il libro per chiunque voglia tuffarsi al suo interno.