5 ragioni per volere il ritorno di Boris, 10 anni dopo

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Ti rendi conto cosa succederebbe se qualcuno facesse interamente una fiction più moderna?“: lo chiedeva il delegato di rete Diego Lopez al regista René Ferretti in un episodio della serie Boris. La domanda era retorica e prospettava esiti catastrofici, ma dopo dieci anni noi una risposta la possiamo dare: quando il 16 aprile 2007 Boris debuttava su Fox, con la sua carica dirompente, surreale e metanarrativa, la fiction italiana divenne veramente più moderna.

A distanza di un decennio la serie tv, che si può rivedere anche su Netflix, viene omaggiata dal Sottodiciotto Film Festival di Torino che ha organizzato una proiezione speciale e una reunion di gran parte del cast. Proprio in questa occasione i registi e sceneggiatori Luca Vendruscolo, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico hanno paventato la possibilità di una quarta stagione, dopo le tre andate in onda fra 2007 e 2010 e il film del 2011: “Non lo escludiamo“, hanno detto alla Stampa, “Dovremmo riuscire a incastrare i progetti di ciascuno, ma noi e il cast ne saremmo contenti“.

Nell’attesa che questa ipotesi acquisti concretezza, vediamo alcune delle ragioni che ci hanno fatto amare la sgangherata troupe di Boris e ci fanno sperare ora in un suo ritorno.

1. Il cast più assurdo di sempre
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Nelle tre stagioni andate in onda su Fox seguiamo le assurde vicende di una troupe televisiva intenta a girare una fiction all’italiana, Gli occhi del cuore 2. I protagonisti formano un Circo Barnum di varia umanità: dal regista frustrato René Ferretti al direttore di scena cocainomane, dall’assistente alla regia dittatoriale agli attori cani, passando per lo stagista schiavizzato e gli sceneggiatori scansafatiche.

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A fare da contraltare un cast di attori italiani di primo livello, che qui giocano a imitare professionisti di basso rango: Pietro Sermonti, Caterina Guzzanti, Paolo Calabresi, Antonio Catania e poi in ruoli minori Corrado Guzzanti e Valerio Mastrandrea. Ma è Francesco Pannofino, interprete del regista René Ferretti, a reggere le sorti di tutti, ottenendo la sua consacrazione sullo schermo dopo anni di acclamato doppiaggio.

2. I modi di dire intramontabili
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Dai! Dai! Dai!“, “A cazzo di cane“, “Caput!“, “B-b-buscio de culo” ma anche “Smarmella!“, l’ordine con cui Ninni Bruschetta, alias il direttore della fotografia Duccio, ordina di aprire i fari del set al massimo: entrare nel mondo di Boris significava soprattutto trovarsi in mezzo a un universo con un carico di modi di dire e frasi ricorrenti entrati ormai nell’uso comune dei tanti fan e non solo.

In particolare cagna maledetta è diventato un refrain sempre più comune: era l’appellativo con cui Ferretti apostrofava la star Corinna, interpretata da Carolina Crescentini, colpevole di non brillare di grandi capacità attoriali. L’espressione ha poi valicato i confini della fiction venendo applicata ai mondi più disparati, così come alla politica.

3. La sottile critica sociale
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Boris era tutt’altro che uno show impegnato, anzi le risate erano assicurate anche nei momenti un po’ più cupi. Ma ciò non significa che la serie non abbia avuto anche il suo peso sociale. Iniziata nel 2007, all’indomani della crisi economica, raffigurava fra le righe la precarietà del lavoro di tutti, comprese quelle professioni che si ritenevano intoccabili come quelle dello spettacolo.

Per non parlare della figura dello stagista Alessandro (Alessandro Tiberi), emblema di tutti i giovani sottopagati e di cui nessuno si ricorda il nome, il quale finisce sotto le grinfie dell’instabile attore Mariano, interpretato da Corrado Guzzanti, che lo minaccia con una mazza.

4. Una sagace vendetta sulla televisione
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Una delle componenti principali delle trame di Boris era la parodia sagace del mondo della fiction italiana (ma anche di un certo modo di fare cinema). René Ferretti prova a cambiare la direzione del suo girato ma viene messo di fronte alla dura realtà: il pubblico vuole le schifezze. Quindi vai di dialoghi sempre uguali, attori perennemente basiti e fari puntualmente puntati sui volti come nelle peggiori telenovelas di Caracas.

Accennando anche a dinamiche più ampie, come direttori di rete e politici invadenti, la serie lanciava in qualche modo l’attacco a un certo modo di fare televisione, dominato dal disincentivo a creare prodotti di qualità, al mancato investimento sull’educazione del pubblico e altri problemi socio-economici e politici connaturati nel sistema televisivo italiano (“La concorrenza? La concorrenza siamo sempre noi!“).

5. Un altro modo di fare fiction 
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Appunto demolendo i luoghi comuni della serialità italiana Boris dimostrava come potesse esistere anche nel nostro paese un altro modo di fare fiction. Nel 2007, in effetti, questa era la prima produzione televisiva originale del canale Fox e in generale di tutta la televisione satellitare, dunque il primo esempio di qualcosa non nato da Rai o da Mediaset.

Era una scommessa e come tale è stata vissuta, realizzando una serie tv sì di grande umorismo e spessore ma anche ottimizzando tutte le risorse (“Non era un prodotto industriale ma artigianale“, ricordano gli sceneggiatori). Una scommessa del resto vinta e che ha aperto la strada a molte cose: non solo a un maggiore impegno della pay tv nelle produzioni originali di qualità, arrivando fino ai giorni nostri a successi internazionali come Gomorra e The Young Pope, ma anche a un più coraggioso approccio al grande schermo.

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