Far East Film Festival 2017: conclusioni

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Con la tradizionale e affollatissima cerimonia di premiazione è calato il sipario sulla 19esima edizione del Far East Film Festival che ha fatto registrare numeri record di affluenza (60.000 presenze da oltre 40 nazioni). Sabrina Baracetti (direttrice artistica della kermesse) ha, con legittimo orgoglio, rivendicato l’unicità della rassegna da lei diretta, riconoscendo con grande generosità l’importanza degli appassionati di cinema asiatico che anche quest’anno con la loro tangibile passione hanno confermato una volta in più, ammesso fosse ancora necessario, come il FEFF sia diventato uno degli eventi culturali più importante del nostro Paese, oltre a risultare ormai senza alcun dubbio la più importante rassegna cinematografica europea e dell’Occidente del settore.
Il palmares di quest’anno ha individuato in maniera netta nel film di Naoko Ogigami, Close-Knit, il trionfatore indiscusso: come raramente è avvenuto infatti sia l’Audience Award che il premio assegnato dagli accreditati Black Dragon sono andati al medesimo lavoro. Il podio è completato dalla solita doppietta coreana, con Split di Choi Kook-hee e Canola di Chang, lavori non tra i migliori, a dimostrazione del particolare gradimento che il pubblico del FEFF riserva alla cinematografia coreana. Per finire il premio assegnato da MyMovies.it va all’eccellente opera prima di Wong Chun, Mad World, proveniente da Hong Kong.

Al di là dei premi assegnati, questa edizione del FEFF si è contraddistinta per l’elevata qualità complessiva delle opere presentate (la media dei voti dei film nel complesso è stata superiore al 3,50/5) all’interno di un programma solidissimo e variegato, come tradizione. Quest’anno gli organizzatori hanno rinunciato alle superstar in favore di una rassegna di qualità ancora maggiore, alla quale hanno presenziato però un notevole numero di ospiti.
Se Eric Tsang e Feng Xiaogang sono state le due presenze più prestigiose, insigniti del Premio alla carriera, l’evento della prima mondiale del film giapponese Hirugao, con la presenza di due tra gli idol più in voga del momento (Takumi Saito e Aya Ueto) ha visto l’invasione di numerose troupe giapponesi che con la proverbiale efficienza ed educazione hanno invaso il Teatro Nuovo. Come evento di punta va inoltre ricordata la proiezione di Shock Wave, di Herman Yau e con Andy Lau protagonista, in contemporanea con la sua uscita sugli schermi cinesi.
Ma gli eventi da ricordare in questo FEFF sarebbero molti altri. Ci limitiamo a ricordare quello che forse più di tutti contraddistingue il ruolo che il festival e suoi organizzatori hanno nel panorama cinematografico: la proiezione della copia restaurata in 4K di Made in Hong Kong di Fruit Chan (presente per l’occasione), uno dei più importanti capolavori del cinema degli ultimi vent’anni, cui il FEFF ha contribuito in maniera decisiva. L’aver rivisto nella magnificenza del restauro un lavoro che sta nel cuore di tutti gli appassionati di cinema di Hong Kong e di cui si rischiava di perdere traccia, è stato un evento che non poteva non suscitare commozione.

Ma come sempre l’evento udinese riesce ad andare oltre a quello che è il puro aspetto cinematografico: l’happening di 10 giorni vede rinsaldare ogni anno di più la simbiosi degli appassionati con la rassegna; la passione con cui la città si mette a disposizione dell’evento – e non solo tramite l’amministrazione cittadina -, dimostra come la giusta collaborazione permette ad una piccola città come Udine, incastonata in un angolo lontano del Paese, di diventare il centro di un universo così multiforme come quello del cinema asiatico; l’organizzazione improntata all’efficienza e al tempo stesso ad una cordialità fuori del comune; il clima quasi cameratesco che si respira in ogni angolo della città in cui il festival è presente.
E poi c’è qualcosa di irrazionale che rende il FEFF unico: quel senso di appartenenza che gli organizzatori quest’anno hanno tenuto a sottolineare con lo slogan “Join The Tribe”, la gioia di esserci che riesce ad andare addirittura oltre all’aspetto più puramente cinematografico, la certezza di vivere qualcosa di unico perché già da ora sappiamo che il 90% di quei film non vedranno mai la luce in Italia, quei film che ci aiutano, in un mondo che è convinto, fallacemente come dimostra la ricorrente tematica in molti film, di essere interconnesso su scala planetaria, a poter invece toccare con mano dei mondi lontani e per molti versi differenti dal nostro, saziando almeno in parte quella curiosità e quel senso per la meraviglia che costituiscono il motore portante del cinema.

Ringraziando il pubblico nella serata conclusiva, Sabrina Baracetti ci ha appellato come gli eroi che danno vita al FEFF, parafrasando un titolo a noi carissimo “gli eroi non muoiono mai”. Mi permetto di dissentire, cara Sabrina: gli eroi passano perché sono effimeri, è il FEFF che non morirà mai perché ormai, con i suoi 19 anni, è diventato un giovane adulto che cammina spedito guardando sempre al futuro con la voglia di regalare quel senso di meraviglia senza il quale il cinema non è nulla.