The Son, conclusioni: il crepuscolo di Eli McCullough (?)

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La domanda è: il vecchio McCullough ce l’ha fatta? È riuscito nel tentativo di arrampicarsi nella scala sociale, passando da ricco allevatore di bestiame a imprenditore di successo nell’estrazione del petrolio? Il colonnello aspro e arcigno è stato in grado di controllare vite e destini dei suoi familiari come anche dei cittadini della sua città, perpetrando il culto della violenza e della prevaricazione? E ancora: il giovane Eli McCullough schiavizzato dai comanche ha intrapreso la strada per divenire un capo tribù nella sua nuova comunità di vita? E sopratutto: The Son, il figlio, chi è? È Pete McCullough, in aperto conflitto con il padre? È il giovane Eli, figlio illegittimo di una tribù di indiani? O più in generale è il texano di inizio secolo che sopravvive con una mentalità retrograda e incivile, arrivista e credulona ed è timoroso del proprio vicino?
Questi gli interrogativi che ha depositato nella mente dello spettatore la puntata pilota di The Son, serie tv prodotta e distribuita dalla AMC. Nelle successive nove puntate la famiglia McCullough, protagonista della serie, ha attraversato tradimenti e omicidi, impiccagioni e nuovi amori, guerre fratricide e vendette consumate con il sangue freddo dei comanche.

L’autodistruzione di Eli McCullough. Più che sugli accadimenti di vita di Eli, la serie, creata da Philip Meyer, Brian McGreevy e Lee Shipman, ha trovato il suo ambito di interesse sulle sue scelte ponendo a confronto la gioventù passata tra gli indiani e la vecchiaia come allevatore. La puntata pilota, infatti, ha descritto un giovane Eli (interpretato da Jacob Lofland), nel 1848, schiavo e servo dei comanche, ma non troppo insoddisfatto della sua condizione. Il ragazzo, infatti, sembra aver trovato il nucleo familiare adatto alla sua maturazione come uomo e soprattutto un nuovo padre, Toshaway (Zach McClarnon). Il ragazzo, quindi, si alinea alla mente e allo spirito della sua tribù, dimostrando una ferrea caparbietà nel non crollare, nel non arrendersi di fronte alle avversità, e soprattutto reagendo ai soprusi degli altri comanche, che lo considerano uno schiavo. Questo status gli impedisce (forse) di non poter coronare il suo sogno d’amore con Fiore della Prateria (Elizabeth Frances) per la quale è anche capace di sfidare il suo promesso sposo. Ha carattere il giovane Eli e soprattutto dei valori. Ciò lo dimostra difendendo la sua tribù, la sua nuova famiglia, in uno scontro a fuoco con dei cacciatori di bufali.
Il vecchio Eli, invece? Il colonnello è un’arrivista senza scrupoli. Non conosce la parola pietà, non dispensa sentimenti di civiltà, né di fratellanza, ma solo giustizia privata. Il povero messicano reo di aver fatto esplodere il traliccio dell’estrazione del petrolio di McCollough nella puntata pilota, come prevedibile, fa una brutta fine, esattamente come la famiglia di Pedro Garcia (Carlos Bardem), entrata nel cono d’ombra del vecchio colonnello, per alcuni suoi terreni in cui sembra fiorire il petrolio. Pierce Brosnan è bravissimo nel rendere il suo personaggio malvagio e seducente, soprattutto per l’immedesimazione vocale (il suo accento texano è già storia) e mimica (inflessibile nella sua postura rigida e ferma). L’unico momento di flessione del vecchio Eli avviene verso la fine della stagione, quando una parente di una sua antica vittima gli spara. Ciò lo fa riflettere e l’uomo sembra tentennare nel continuare a tessere la sua trama di corruzione e inganni per il controllo sui terreni di petrolio. La macchina di odio che lui stesso olia, però, è nella sua piena corsa e nello scontro finale, nell’ennesima partita a colpi di pistola in cui persino il figlio Pete (Henry Garrett) gli gira le spalle, Eli non può fermare la furia omicida dei suoi concittadini contro la famiglia di Garcia. Il vecchio, dunque, vince, ma vince sporco e questo lo sa. Più che, quindi, di evoluzione per il personaggio protagonista di The Son si può parlare di un confronto tra passato e presente tra una situazione iniziale, ossia la nascita dell’Uomo Eli in un terreno di violenza e valori nella tribù comanche, e la deriva autodistruttiva del Colonnello. L’appellativo di bravo uomo con cui Eli si fregia nella puntata pilota, dove è sparito? È mai realmente esistito? 

Texas: terra dura e aspra. Il Texas descritto dall’episodio pilota è una terra difficile e instabile, una polveriera di popoli e risentimenti. Nel corso di The Son, questa regione inasprisce ancora di più il suo terreno divenendo semplicemente una cornice di scontri e lotte. Se, infatti, il primo episodio dedica alcune inquadrature in campi lunghi alle distese di terra, nel corso della stagione la visione del Texas si restringe per apparire solo la cornice sociale e politica della storia. Ecco quindi che i suoi figli, siano essi texani, messicani, indiani, si ammazzano per averla. I comanche combattono contro i cacciatori bufali che prendono le pelli degli animali e allo stesso tempo fanno irruzione nella casa del giovane Eli, come mostrato nel pilota, per depredare e schiavizzare. I texani, dal canto loro, cacciano gli indiani per allontanarli dalla loro terra al grido di appartenenza. Nel Novecento similmente, i texani uccidono e perseguitano i messicani in qualche modo colpevoli di una qualsiasi azione criminale, presunta o vera. Il personaggio di Pedro Garcia nell’ultimo atto della di vita afferma che la sua famiglia vive su quella terra da due secoli, mentre quelli che si definiscono i proprietari di sangue sono giunti lì da meno di venticinque. Chi ha ragione? Ovviamente chi riesce a sparare meglio. Nel Texas, inoltre, si incastra un altro piccolo Texas. I creatori, infatti, narrativamente collegano quanto avviene sullo sfondo con le dinamiche interne della tribù comanche e della famiglia McCollough. Per questo le battaglie compiute in nome del Texas si traslano in questi due nuclei sempre nel nome dell’appartenenza. Il giovane Eli vuole avanzare i suoi diritti sulla sua amata, Fiore della Prateria, dimostrando il suo valore da guerriero; Pete, figlio primogenito di Eli, sconfessa le sue azioni e rinnega la sua famiglia per scappare insieme a Maria Garcia (Paola Nunez), mentre assiste al plagio da parte di Eli del suo primogenito Charles (Shane Graham) e della figlia Jeannie (Sydney Lucas). Phineas (Davide Wilson Barnes), secondogenito McCullough, invece, combatte una battaglia nella sua famiglia più psicologica, insinuando dubbi, sospetti, menzogne per un proprio tornaconto. Il tutto, sia nell’Ottocento che nel Novecento, per il volere di Eli. Non è tanto il Texas a distruggere i suoi figli: sono i suoi figli che distruggono il Texas.

Il passato per il presente: questo lo schema narrativo. Philip Meyer, Brian McGreevy e Lee Shipman scrivono The Son, come detto, proponendo il passato del giovane Eli nel 1849 per introdurre e motivare le azioni del presente del 1915. Nel secondo episodio il tentativo di fuga di Eli dalla tribù comanche è punito con la condanna a essere schiavo, mentre nel Novecento Eli e Pete discutono se e come ammazzare il prigioniero segregato in casa loro. Nel quinto episodio, inoltre, i comanche trovano la devastazione di indiani in un campo a Tonkawa per il vaiolo. Il giovane Eli parla con un sopravvissuto che cerca di contagiarlo, ma riesce a fuggire. La fattoria del vecchio Eli è attaccata dai ribelli messicani e i McCullough riescono a scampare grazie all’intervento di Pedro Garcia. Questo confronto mira a porre in risalto le due anime di Eli, come sancito in particolare nella nona puntata. Nel 1849 il ragazzo scappa da una vecchia infermiera che prima lo salva dopo un tentativo di uccisione da parte di un comanche, per poi portarlo in città e rivenderlo. Il ragazzo, però, vuole tornare alla sua tribù per conquistare la sua donna, scappando così dalla vecchia strega. Il vecchio Eli, invece, non riesce a fermare la sua rete di soprusi, perpetrata anche grazie a Phineas, e a evitare l’agguato a Pedro Garcia, nonostante un flebile ripensamento.
Tutto questo per dimostrare come la storia di The Son punti a mettere in luce narrativamente l’involuzione e la distruzione del suo personaggio. Nel fare ciò, i tre creatori disperdono quei pochi tocchi di una caratterizzazione linguistica proposta nel pilota, per stanziarsi su una regia di montaggio che comunque privilegia, sempre, la bravura di un grande attore qual è Pierce Brosnan.