L’eredità di Robocop a 30 anni dall’uscita

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robocopIl 17 luglio 1987 usciva nelle sale statunitensi Robocop, il classico della fantascienza distopica entrato a buon diritto nel pantheon che ospita i vari Terminator, Blade Runner, Ghost In The Shell (anche se magari li guarda da un gradino più basso) e che ha goduto, nel 2014, di un inevitabile e non troppo riuscito remake. Dal giorno dell’uscita sono passati esattamente trent’anni: che cosa rimane del futuro dipinto in Robocop?

La domanda sorge spontanea, visto che gli ultimi anni sono stati all’insegna del ritorno del cyberpunk e dell’esplosione del genere distopico (da Black Mirror a Handmaid’s Tale; da Mr Robot a The Circle). Tra la maggior parte delle opere distopiche, del presente e del passato, e Robocop c’è però una grande differenza: non vuole preconizzare il futuro, ma raccontare il presente; mostrando una versione estrema di quello che sono gli Stati Uniti dell’allora presidente Ronald Reagan: criminalità alle stelle, metropoli degradate, corruzione, giustizia fai da te, privatizzazione di cruciali e delicati settori della società.

I predecessori di Robocop, più che nella fantascienza, vanno quindi cercati tra Il giustiziere della notte (1974), Il braccio violento della legge (1971), L’ispettore Callaghan (1971) o, nel mondo dei fumetti, Il Punitore (la cui prima comparsa risale al 1974). Robocop, a prima vista, sembra limitarsi a trasportare il classico scenario urbano ultraviolento in un’ambientazione fantascientifica, maggiormente in linea con le tendenze in voga negli anni ‘80.

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Centrale, nel film diretto da Paul Verhoeven, è infatti il ruolo di Detroit: degradata, in mano alla criminalità, al centro dei progetti di riqualificazione sui quali imperversano imprenditori privi di scrupoli, pronti ad acquistare le aree più fatiscenti della città per dare forma ai propri splendenti sogni immobiliari (come, d’altronde, ha fatto Donald Trump a New York proprio negli anni ‘80).

Detroit, in effetti, ha seguito un destino simile a quello immaginato dal film: il decadimento, la bancarotta del 2013, i tassi di criminalità tali da portare la polizia ad ammettere come la città sia diventata, letteralmente, una zona di guerra. Una situazione che fa da preludio ai progetti di riqualificazione di alcune aree ben precise, che vengono di fatto separate dal resto della metropoli, destinate agli abbienti e protette da una sorveglianza privata 24 ore su 24 (come raccontato in questo reportage dell’HuffPost Usa).

Progetti molto simili a quello, dall’alto tasso speculativo, che nel film prende il nome di Delta City dietro il quale si trova la Ocp (Omni Consumer Products): perfetto esempio di multinazionale crudele pronta a privatizzare la città, la sorveglianza, le scuole, le prigioni e gli ospedali; tutto, ovviamente, sulle spalle delle fasce più deboli della società. La stessa Ocp è una felice intuizione che, col passare del tempo, diventerà un cliché: la corporation malvagia che nasconde i suoi egoistici scopi dietro la facciata dell’impegno sociale. Fino a qualche decennio prima, come racconta l’Atlantic, il classico nemico dipinto dalla fantascienza non erano le imprese private, ma lo Stato, sempre in odore di totalitarismo: da 1984 a Fahrenheit 451 fino ad arrivare a Minority Report (il racconto di Philip K. Dick del 1956). È solo negli anni ‘70, con Soylent Green, che inizieranno a farsi largo le spietate multinazionali che tanta parte hanno oggi nella letteratura distopica.

Le indovinate premonizioni di Robocop si perdono però in un lavoro che, per essere ambientato nel 2040 (data citata nel libro originale, mentre il film non si avventura nel fornire un anno preciso), non sembra nemmeno tentare di dipingere un futuro, diciamo così, futuristico: le auto sono tipicamente anni ‘80, così come i televisori sui quali compaiono spot di giochi da tavolo da Guerra Fredda come Nukem. Inoltre, non compare alcuna forma di tecnologia avveniristica (telefoni cellulari o simili) e anche l’estetica underground è ancora legata al punk.

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Eppure, qualche altro colpo indovinato Robocop lo mette a segno: il fallimentare droide-poliziotto Ed 209 – progettato dalla Ocp nel tentativo di privatizzare la polizia – sembra una versione molto più minacciosa dei droni-poliziotto che stanno iniziando a fare la loro comparsa in città come Dubai e non solo. “Ed 209 è progettato per la pacificazione urbana”, spiega nel film il vicepresidente di Ocp Dick Jones. “Ma questo è solo l’inizio: dopo un periodo di prova in Old Detroit, possiamo aspettarci che Ed 209 diventi il prodotto militare del prossimo decennio”. Anche nel mondo reale, in effetti, c’è il timore che quanto progettato per la pacificazione urbana possa un giorno trasformarsi nei soldati-robot di cui tanto si parla (con giustificati timori).

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E infine c’è lui, Robocop: il cyborg costruito (sempre dalla Ocp) a partire dai resti umani di Alex Murphy, onesto poliziotto ucciso dalla criminalità. Quanto c’è di umano in Robocop? Ben poco: parla come un computer programmato, non ricorda il suo nome quando la ex partner lo riconosce dietro il casco metallico e la sua “coscienza” sembra limitarsi alle tre direttive che deve seguire: ripristinare l’ordine pubblico, far rispettare la legge e proteggere gli innocenti (in verità, nascosta, c’è anche una quarta direttiva: non poter mai agire contro un dipendente Ocp).

Sotterraneamente, lungo tutto il film, si affronta senza troppo approfondirlo (stiamo pur sempre parlando di un action movie senza grandi pretese culturali) il tema dell’identità di Robocop. Un aspetto che emerge con forza nel momento in cui il cyborg si toglie la maschera per mostrare il volto di Murphy (creandomi parecchia angoscia quando, da bambino, vidi il film per la prima volta) e portando lo spettatore a chiedersi se quel volto appartenga all’uomo o alla macchina. Come si legge in un paper dell’Università del Texas, “la cancellazione dell’identità umana sottoposta ad avanzate condizioni tecnologiche è un tema drammaticamente evidente in Robocop”. Un tema tanto più importante in un’epoca come la nostra, in cui si fa un gran parlare di fusione uomo-macchina, coscienza delle intelligenze artificiali e transumanesimo.

Robocop recupera la sua identità quando, rivivendo in sogno la sua uccisione e grazie alle parole della ex partner, vengono a galla i ricordi di Murphy, restituendogli il libero arbitrio e consentendogli così di perseguire i suoi propositi personali di vendetta e giustizia. Il rapporto tra memoria e identità, quindi, gioca un ruolo fondamentale in Robocop; così come in opere decisamente più ambiziose come Ghost In The Shell o, da ultimo, Westworld.

D’altra parte, anche nel mondo reale è proprio la capacità di usare la memoria che ha consentito all’intelligenza artificiale di Google DeepMind di compiere quello che è stato definito un ragionamento embrionale, facendo riflettere alcuni scienziati sul rapporto tra robot, memoria e identità. Nel momento in cui dovremo affrontare davvero questi complessi temi, sapremo forse da che parte cominciare: dalla memoria, appunto. E una piccola parte di merito la si dovrà anche a Robocop.

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