Intervista a Mark Cousins

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Non si stanca mai di vedere film, di cogliere relazioni tra loro, di raccontarli. E anche di farli. Regista, scrittore, critico (per fermarsi a tre mestieri) Mark Cousins si potrebbe definire il giurato perfetto per qualsiasi festival. Quest’anno alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia ha fatto parte della giuria (presieduta da Gianni Amelio) nella sezione Orizzonti. Per lo sguardo attento alle nuove tendenze del cinema, probabilmente la più adatta per chi come lui ha raccontato i pionieri della settima arte, gli autori che hanno maggiormente contribuito all’evoluzione del mezzo con il loro lavoro. Su questa idea ha in fondo costruito il suo The Story of Film: An Odyssey, documentario sulla storia del cinema ricostruita proprio attraverso le principali tappe dell’innovazione cinematografica. Un’opera monumentale e appassionante, articolata in quindici episodi di circa un’ora ciascuno, vista per la prima volta nel 2011 in televisione nel Regno Unito e al festival di Toronto. Un lavoro conosciuto anche in Italia (uscito per il mercato home video e trasmesso in tv) dove Mark Cousins (nato in Irlanda del Nord, residente in Scozia e grande viaggiatore) è appunto tornato per ricoprire il ruolo di giurato a Venezia Orizzonti. Appena finita la 74esima edizione della Mostra, accetta con grande disponibilità di parlare di quest’esperienza, ma anche del suo lavoro come regista, del rapporto con i film italiani, dei suoi progetti, del cinema del passato, del presente e del futuro.

Allora Cousins, com’è stata quest’esperienza da giurato a Venezia?
Un po’ come essere in un film di Luchino Visconti. Ma non saprei dire se Il gattopardo, Rocco e i suoi fratelli o La terra trema!

Ha vinto il premio come miglior film di Orizzonti Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. Si parla ultimamente molto di donne alla regia, del fatto che siano troppo poche le registe. Cosa ne pensa della situazione?
Molti dei migliori film della storia del cinema sono stati diretti da donne. In Occidente, dove domina l’industria cinematografica commerciale, la sottorappresentanza delle registe è sicuramente una sciagura e tutti noi perdiamo qualcosa. In Paesi come l’Iran, la situazione è un po’ migliore. È giusto quindi spingere perché aumenti il numero di donne dietro la macchina da presa, ma non dobbiamo dimenticarci di quelle del passato. Chi, per esempio, parla mai di Wanda Jakubowska o Kinuyo Tanaka che hanno diretto splendidi lungometraggi? Attualmente sto preparando un film, molto lungo (22 ore!), che riguarda anche questo argomento.

La sua regista preferita?
Forse Kira Muratova. Per l’innovazione, la forma, la visione, le intuizioni.

Ricordo che fa riferimento a lei anche in A Story of Children and Film. Come ha scelto i lungometraggi da utilizzare per la costruzione di quel documentario?
Ho cercato di dare una prospettiva globale e ho scelto film che sembrano essere co-diretti dai bambini. Ho evitato invece quelli in cui i giovani sembrano burattini degli adulti. O diventano simboli delle loro paure. Penso, per esempio, a un film come L’esorcista.

Visto che ha citato L’esorcista, mi viene in mente che a Venezia c’era pure William Friedkin. Ma oltre ai film di Orizzonti è riuscito a vedere qualcosa anche delle altre sezioni?
Ho visto un bel film libanese, Martyr (Biennale College), che mi ha ricordato Accattone di Pier Paolo Pasolini e Derek Jarman. Mi ha colpito per l’aspetto quasi sacrale dei corpi.

Una delle novità della Mostra del cinema è stata il lancio di una nuova sezione: Venice Virtual Reality. Cosa ne pensa della realtà virtuale?
Ho guardato in VR il film di Tsai Ming-liang e ho avuto la sensazione di vedere il futuro del cinema. Sin dagli albori con i Lumière il cinema tende all’illusionismo. Vuole farci sentire che siamo lì. Il film di Tsai si è avvicinato a questo obiettivo più di qualsiasi cosa che abbia mai visto. Mi sono reso conto, una volta di più, che il cinema vive ancora la sua giovinezza. Che continua il suo percorso creativo di un universo parallelo.

Tsai Ming-liang è presente, con la citazione di Vive l’amour che nel 1994 vinse il Leone d’oro, in The Story of Film: An Odyssey, dove trovano spazio anche tanti film italiani. Se dovesse ridurre il cinema italiano a cinque titoli, i suoi preferiti, cosa sceglierebbe?
Troppo difficile. Potrei dire La strada e Roma di Federico Fellini, Teorema di Pier Paolo Pasolini, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, Il conformista di Bernardo Bertolucci.

Quest’ultimo, Bertolucci, è anche tra gli intervistati nel documentario. Come ha scelto i personaggi per le interviste da inserire nel racconto?
In 15 ore ci sono circa 40 interviste, meno di quanto ci si aspetterebbe. Volevo che la serie fosse più cinematografica che televisiva. Ho cercato di scegliere persone che hanno contribuito a innovare il cinema o sono stati testimoni oculari di alcuni momenti chiave nel cambiamento del linguaggio cinematografico. Così ho intervistato personaggi come Paul Schrader e Kyoko Kagawa, per fare altri due nomi.

Ricorda qualcuno in particolare?
È stato davvero entusiasmante incontrare Stanley Donen che, come tutti sanno, ha diretto Cantando sotto la pioggia. Un viaggio nell’età dell’oro di Hollywood. E poi mi ha detto che sono divertente: un complimento così da lui è il massimo!

In passato, per un altro progetto a puntate, Scene by Scene, aveva intervistato anche David Lynch. Parlando anche di Twin Peaks. Ha già visto la nuova serie appena mandata in onda?
No. Sto aspettando di vedere Twin Peaks: The Return in una maratona sul grande schermo.

Ma se potesse intervistare un personaggio del passato che non ha potuto conoscere, chi sceglierebbe?
Alice Guy-Blaché. Una pioniera nell’aprire uno studio cinematografico.

A proposito di studios. Lei lavora invece in modo indipendente, senza grandi budget, viaggiando molto. Ha girato un film anche in Italia, 6 Desires: DH Lawrence and Sardinia, seguendo il percorso fatto dallo scrittore in Sardegna nel 1921. Anche in questo documentario emerge la sua passione per la storia del cinema con l’utilizzo di alcune clip. Come ha scelto le sequenze dei film inserite nella narrazione?
Ho usato pezzi di film per suggerire quelle connessioni di pensiero inaspettate che abbiamo tutti nella vita di ogni giorno, che arrivano da impressioni visive. Anche dal cinema. Così ho per esempio usato Eisenstein perché pensavo all’epoca, quando Lawrence è venuto in Sardegna. E Women in Love di Ken Russell perché ho pensato all’interesse dello scrittore per i corpi.

Nel documentario successivo, I Am Belfast, ha lavorato insieme a Cristopher Doyle con il quale ha collaborato anche nel recente Stockholm, My Love. Com’è avere a fianco un grande direttore della fotografia come Doyle?
Chris è una capra di montagna, un satiro. È Keith Richards e Francis Bacon. Lavora duramente, ha grandi idee visive e un suo linguaggio. È più cinese che australiano. Un frate mendicante e, a volte, un vulcano come l’Etna.

E adesso, a parte quel lunghissimo film a cui accennava prima, che progetti futuri ha?
Prossimamente in Italia saranno pubblicati The Story of Film (il volume dal quale è partito l’ambizioso progetto documentario, ndr.) e il mio nuovo libro The Story of Looking che è un’indagine sullo sguardo che abbraccia cinema, amore, scienza, arte, sport, cinema, lo sport, tecnologia! E poi un film, su Orson Welles.