Anche la seconda stagione di The Crown è memorabile

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A dispetto del canovaccio storico, noto per forza di cose, e dello spirito assolutamente classico, The Crown non è mai stato una semplice “serie sulla regina” e non lo è neppure in una seconda stagione sempre più attenta al contesto – ossia alla rete che stringe Elisabetta II nella sua maglia apparentemente impenetrabile – dove il cambiamento di costume funziona da motore della vicenda.

Chi ha amato la prima stagione dello show pluripremiato firmato Netflix ne conosce la natura. Salvo guizzi (c’è un momento ricorsivo nei primi tre episodi), se dovessimo evocare un’immagine in grado di rappresentare l’intreccio di avvenimenti personali e collettivi messi in scena da The Crown – che nella sua seconda stagione esplora il periodo tra il 1957 e il 1963 – sarebbe probabilmente la catena: un anello si interseca all’altro in una successione ordinata e consequenziale. In questo continua a essere visibile, in controluce, la familiarità con il teatro del creatore Peter Morgan. Dai nostri posti in platea (ossia dai nostri divani), davanti a un grande palco illuminato (il nostro schermo casalingo) osserviamo un gruppo di individui muoversi tra atti (grappoli di due o tre episodi). Ciascuno ha le sue premesse, e proprio quando si ha la sensazione essere coinvolti del tutto in una tranche del racconto il set viene smontato e si passa ad altro. È questo uno dei limiti e dei punti di forza di una serie che costringe lo spettatore a un esercizio di attenzione: ci si può affezionare ai personaggi, ma – torniamo alla similitudine con la catena – ogni sottotrama viene aperta e chiusa per sfociare in un’altra. A richiederlo, del resto, è l’oggetto stesso della serie: il regno infinitamente lungo di una Elisabetta II niente meno che inossidabile.

Claire Foy è ancora straordinaria nell’interpretazione implosa della sovrana, le cui parole e reazioni sono talmente limitate che ogni emozione è delegata a espressioni facciali più e meno accennate; è triste sapere che l’anno prossimo perderemo l’attrice che verrà succeduta da Olivia Colman, ma si tratta anche di una scelta molto interessante, che forse va oltre la facciata. Al di là delle esigenze della messa in scena, infatti – sarebbe stato probabilmente scomodo sostenere altre ottanta ore con una giovane attrice invecchiata dal trucco, visto che si parla di quattro ulteriori stagioni annunciate – il cambiamento nelle fattezze della protagonista fa quasi pensare a un altro monumento della televisione britannica: Doctor Who.

Considerate tutte le dovute differenze, la regina di The Crown, con altri dieci quasi sempre ottimi episodi sulle spalle, è una creatura leggendaria che si muove tra epoche come farebbe una divinità immortale. Si accennava al cambiamento come sola, reale forza motrice di un period drama tipico nella forma (continua a ricordare Downtown Abbey nel suo spostarsi tra mutamenti della società) ma nuovo nel suo trattamento di un personaggio principale talmente ben scritto da funzionare da “spettro della Storia” da un lato e da persona dall’altro. Com’è opportuno che venga percepita una sovrana, e come effettivamente sembra essere percepita la sovrana inglese che nel 2018 compirà 92 anni, Elisabetta è terrena e ultraterrena. Così il lavoro su quanto la circonda continua in maniera non molto differente dalla prima stagione ma, in linea con questa particolare doppia natura della protagonista, sembra possibile che la serie in futuro abbracci una dimensione ancora più corale, dove il personaggio titolare continua a tenere le fila di una lunghissima narrazione nella quale lo sguardo di una donna si intreccia – ma non sempre coincide – con lo sguardo di una comunità.

Eccezionale, nella seconda stagione, continua a essere la cura nei confronti dei costumi, delle ambientazioni e della fotografia che fanno di The Crown uno degli show dal budget più spropositato della storia degli originali Netflix. Non è una dimensione secondaria, ma l’attenzione riservata alla scrittura di “scene” praticamente perfette (in senso quasi teatrale, di nuovo), recitate da protagonista e comprimari perfetti, resta altissima. La verità è che senza la (più o meno) vera Storia d’Inghilterra che continua a offrire materiale pazzesco grazie a scandali, vizi, improvvise crisi diplomatiche e turbamenti famigliari la serie si godrebbe lo stesso, forse di più: è lecito pensare che l’arte superi la realtà, o meglio la sublimi in uno show che al suo secondo anno rimane memorabile.

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