Black Mirror, la quarta stagione è la più femminile in assoluto

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Black Mirror

Black Mirror torna, per il secondo anno di fila, nell’arco del suo nuovo corso targato Netflix. Accusato di “americanizzazione” dopo l’adozione da parte della compagnia, Charlie Brooker con la quarta stagione del suo show riflette di nuovo sul futuro non troppo distante (che attende ciascuno di noi) con sei storie beffarde e quasi sempre a bassa fedeltà che ricordano le puntate uscite nel 2011 e 2013 piuttosto che Nosedive o San Junipero. Sarebbe stupido parlare di ritorno alle origini, perché la serie non s’è mai allontanata né dal suo spirito né dal canone cinico che la contraddistingue dai tempi della sua uscita; ma la cattiveria di questi nuovi racconti non fa sconti a nessuno, e gratta la superficie della realtà come la conosciamo mettendo a tacere chi parlava di eccessiva morbidezza.

Come sempre, Black Mirror è un viaggio tra generi: Uss Callister è una digressione nella fantascienza di largo consumo piuttosto inedita per lo show, che lascia persino spazio a qualche risata a denti stretti; Arkangel è un dramma famigliare che condivide l’estetica (effettivamente americana) della vita nei sobborghi; Metalhead è un lungo inseguimento à la Mad Max: Fury Road sullo sfondo di una Scozia desertificata; Crocodile contiene le cifre del filone thriller scandinavo; Hang the DJ prende in prestito lo stile della commedia romantica e infine Black Museum, su dichiarazione dell’autore, è un luna park del terrore affine agli speciali di Halloween dei Simpson. Questa spinta a esplorare le diverse forme di storytelling fa parte della serie dai suoi esordi ed è tutt’altro che una novità, certo. Così come dopo il colorato Nosedive, il ricorso al termine ombrello cultura pop non suona dirompente.

L’elemento sufficientemente innovativo in questi sei nuovi episodi va cercato invece nell’autocitazione, che unifica ognuna delle vicende al punto di fare pensare, come mai prima d’ora, che siano ambientate nel medesimo universo narrativo. In sette anni Brooker ha maturato un’identità assoluta, e ci si potrebbe spingere a dire che la sua sia una delle serie più importanti dell’ultimo decennio; non dovrebbe sorprendere, dunque, che questa stagione sembri ragionare su se stessa come mai fino a questo momento, citando elementi delle narrazioni precedenti (no spoiler) e mostrando così – se qualcuno ne avesse dubitato – una coerenza interna che non sfiora mai l’autoindulgenza. Ai tempi della nostalgia collettiva degli anni Ottanta, insomma, Black Mirror non sente che la mancanza di se stesso anche a dispetto del calcato riferimento a Star Trek in Uss Callister.

Altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi è la quasi totalità di protagoniste femminili della stagione. Ciascuno degli episodi – con l’unica eccezione di Hang the DJ, un po’ più corale – è capeggiato da una donna. Nessuna di loro rappresenta le “tradizionali” caratteristiche del suo sesso, in una manovra di autentico allontanamento dagli stereotipi. Le femmine di Black Mirror sono madri, mogli, amanti ma soprattutto assassine, violente, pazze, tiranniche, disturbate; determinate ad appagare i propri desideri, vizi o perversioni a ogni costo. La galleria dello show è anche una galleria di ritratti di personaggi atipici: da White Bear a Metalhead o Crocodile, per esempio, il passo è breve.

Passando in rassegna le specifiche degli episodi: tutti sono scritti, come quasi sempre, da Brooker stesso (salvo USS Callister in coppia con il fidato William Bridges) ma ciascuno è diretto da un regista diverso.

Metalhead, con poco più di quaranta minuti, è diretto dal regista di The Twilight Saga: Eclipse e numerosi video musicali David Slade (sono tra l’altro molti i registi a essersi mossi nella musica, in questa stagione): ritrae un inseguimento a perdifiato ed è per certi versi il più insignificante del mazzo.

La già citata USS Callister è una delle punte di diamante della stagione, invece: diretta da Toby Haynes, già nelle fila di Sherlock e Doctor Who, racconta di una simulazione virtuale pesantemente debitrice dello Star Trek originale del 1966. Nel cast figura il (bravissimo) Jesse Plemons di Breaking Bad, la madre di How I Met Your Mother Cristin Milioti e Michaela Coel di Chewing Gum. A tratti leggero e a tratti orrendo nella mistura di registri tipica di Black Mirror, è decisamente riuscito. Dura un’ora e un quarto.

Arkangel è probabilmente la puntata migliore della stagione. Girata da Jodie Foster, che non ha bisogno di presentazioni, è la storia di una madre eccessivamente possessiva e di un dispositivo di controllo che non solo pone grandi dilemmi etici ma ha conseguenze psicologiche reali. Teso, durissimo e disperato.

Hang the DJ, il cui regista è Tim Van Patten (curiosità: ha diretto la doppia finale di Sex and the City) è una riflessione sull’amore ai tempi della tecnologia. Potrebbe essere definito il San Junipero di questa stagione, ma non ne conserva il languore né la sovversione. È ottimo, comunque.

Crocodile, che vede protagonista l’espressiva Andrea Riseborough, è per tanti versi il più terribile. Debitore dei thriller scandinavi, come già si diceva, è diretto dal regista soprattutto di videoclip (di Nick Cave) John Hillcoat. Parla di una donna e di una vecchia colpa che torna a infestarne la vita. Un “godibile” (si fa per dire) film in piena regola.

Menzione speciale va infine a Black Museum: una sorta di clip show ambientato in un museo dell’orrore dove sono conservati esperimenti tecnologici falliti che hanno dato luogo a varie mostruosità. È la più pazzesca delle nuove puntate, sicuramente la più autocitazionista, e non è semplice da dimenticare al netto della formula diversa dal solito che racchiude tre storie in una. Colm McCarthy, il regista, ha diretto alcuni episodi di Peaky Blinders, di nuovo Doctor Who e Sherlock.

Voto alto, dunque, per questa quarta stagione che è una montagna russa e fa ragionevolmente spavento continuando a raccontare il presente – attraverso un futuro orribile nel quale le storture umane sono esasperate – meglio di chiunque altro. Buone feste, in compagnia di Charlie Brooker.

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