Sulle tasse e sull’Iva l’Europa non vuole fare la guerra

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Settimana scorsa la Commissione europea ha dichiarato in una nota ufficiale che, “secondo le stime più caute, le frodi dell’Iva possono comportare perdite di gettito superiori a 50 miliardi di euro all’anno per gli Stati membri”. “Risorse che dovrebbero essere utilizzate per investimenti pubblici in ospedali, scuole e strade”, chiosa Bruxelles. Per questo i leader europei hanno messo a punto un nuovo pacchetto di strumenti fiscali sull’Iva. “I Paradise Papers hanno mostrato ancora una volta come alcuni traggano vantaggio da un’applicazione permissiva delle norme Ue sull’Iva per pagare impunemente meno tasse di altri. Sappiamo anche che le frodi dell’Iva possono essere una fonte di finanziamento per atti criminali, compreso il terrorismo”, ha aggiunto il commissario per gli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici.

Il pacchetto prevede un “rafforzamento della cooperazione tra Stati”, “collaborazione con gli organismi di contrasto”, come l’Europol, la Procura europea e l’Ufficio comunitario sulla lotta antifrode (Olaf) e la condivisione delle informazioni sulle importazioni e la circolazione di veicoli. La Commissione europea ritiene che “le frodi dell’Iva si possono verificare in pochissimo tempo”, perciò suggerisce di realizzare “un sistema online di condivisione delle informazioni nell’ambito di “Eurofisc”, la rete europea esistente di esperti sulle frodi” per “trattare, analizzare e verificare i dati su attività transfrontaliere”.

Il controllo doganale punta a smascherare triangolazioni nelle importazioni da Paesi extra-Ue per aggirare il pagamento dell’Iva e rivendere le merci sul mercato nero. Le imprese possono spostare beni da uno Stato Ue a un altro senza pagare l’imposta sul valore aggiunto, ma questo privilegio è stato spesso adoperato in maniera indebita da attività criminali. Anche nella vendita delle auto un trucco sta avvantaggiando i furbetti dell’Iva. Veicoli nuovi o usati sono soggetti a diversi regimi di imposta. Nel primo caso il fisco la calcola sull’intero valore del mezzo, nel secondo caso solo sul margine di profitto. Così in Europa si vendono più auto usate di quante realmente ne circolino, perché veicoli nuovi sono fatti passare come d’occasione per ridurre il margine di imposta. Per questo la Commissione sollecita gli Stati a condividere le informazioni su dogane e immatricolazioni.

Nel nuovo pacchetto non si fa cenno, però, a battaglie contro i paradisi fiscali. Nonostante l’Europa li abbia in casa ma non li riconosca come tali, sostiene Oxfam: sono Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Malta. Sganciata dalle politiche comunitarie, inoltre, la Gran Bretagna ora potrebbe avviare una politica fiscale ancora più aggressiva. D’altronde, già tollera paradisi fiscali tra i suoi territori.

La proposta della Commissione è lodevole perché ogni euro sottratto alle tasse è un euro rubato ai servizi pubblici: alle scuole, agli ospedali, ai trasporti. Il suo pacchetto, tuttavia, è un pannicello caldo che non fa neppure il solletico ai grandi evasori, né appiana le differenze fiscali, almeno in campo Iva, tra gli Stati, avvallando una concorrenza sleale interna. Se Bruxelles è convinta di rientrare di 50 miliardi con questo ennesimo invito alla condivisione, si illude.

Le tasse sono uno degli atout competitivi di un Paese. E il caso dei Paradise Papers dimostra che le multinazionali hanno tutti gli strumenti per aggirare le regole e scegliere dal mazzo la tassazione sui profitti che più aggrada. Se l’Unione europea non agisce per livellare l’imposizione fiscale tra le nazioni che la compongono, a cominciare dall’Iva, le multinazionali troveranno sempre un escamotage per destinare a mete più favorevoli i propri ricavi. La nuova lista nera dei paradisi fiscali della Ue è lasca. Ci sono 17 Paesi, tra cui la Corea del Sud, gli Emirati arabi, il Barhain, Mongolia, Namibia e le isole caraibiche, che non intendono adeguarsi alle regole fiscali europee. Tuttavia l’iniziativa non attacca le enclave fiscali del Regno Unito. E men che meno contempla nazioni che dell’Unione fanno parte, pur applicando tassazioni di favore. L’ingresso della Borsa di Dublino nella galassia di Euronext, il gruppo borsistico basato ad Amsterdam, è stato motivato in ottica Brexit, ma lascia intendere che le due società si sono intese anche per effetto delle imposte che applicano.

C’è poi una seconda lista, la grigia, con la sequenza di 47 Paesi che avrebbero accettato le condizioni di dialogo con la Ue. Nel complesso, di fronte ai miliardi che viaggiano da un paradiso fiscale all’altro, la lista della Ue assomiglia a una tiratina d’orecchie neanche troppo convinta. Il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha spiegato che la lista potrebbe cambiare nel tempo, ma l’atteggiamento Ue non lascia pensare che questo sarà in senso peggiorativo per chi evade. L’Irlanda sembra aver convinto Apple a versare i 13 miliardi di euro di tasse arretrate che l’ufficio di Margrethe Vestager, la commissaria per la concorrenza, contesta a Cupertino, ma c’è un contenzioso ancora in corso e non è da escludere che i legali del colosso individuino qualche escamotage.

La revisione del fisco chiama in causa un altro aspetto della vita del condominio europeo: le manovre di austerità. Le clausole di salvaguardia prevedono, tra le altre cose, un aumento dell’Iva. Tuttavia una tassazione più pesante pesa su famiglie e piccole imprese, perché criminali e multinazionali sanno come eludere un maggiore esborso. E questo non fa che alimentare l’insofferenza per l’Europa unita. Cooperare, dice Bruxelles? Cooperare per davvero allora, chiamando al banco degli imputati per primi i Paesi dell’Unione che fanno delle tasse basse la loro leva di competizione e impedendo a nuovi di aggiungersi. Altrimenti questi impegni rischiano di rimanere solo belle parole.

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