L’etichetta sull’origine degli alimenti? Già a rischio

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Food not Food di Kristina Lechner

Siamo alle solite. Tirata da una parte dai consumatori, che pretendono il diritto di sapere cosa mangiano, e dall’altra dai produttori, che preferiscono nella maggior parte dei casi poter lavorare nell’ombra, la Commissione europea deve decidere adesso da che parte stare. Il rischio è che la tanto attesa etichetta sull’origine degli alimenti (arrivata lo scorso aprile per latte e derivati, in arrivo a febbraio per pasta e riso) venga cancellata o almeno resa meno chiara. “La consultazione andrà avanti fino a fine gennaio, con un dibattito acceso tra le lobby dei produttori e i consumatori. Poi ci vorranno parecchi mesi per conoscere il contenuto definitivo del regolamento d’attuazione”, mi spiega Pier Virgilio Dastoli, a lungo direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea e presidente del Comitato italiano del Movimento Europeo (Cime). “Bene che se ne parli, per sollevare comunque attenzione su un tema molto importante”.

Il tema è sicuramente sentito, e a ragione. Le recenti leggi italiane, volute dal ministro Martina e Calenda per introdurre l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della pasta, del grano o del latte, sono leggi sacrosante, semplicemente un diritto a cui è ormai impossibile rinunciare. Anche perché oggi la consapevolezza sul tema nutrizione è alta, e sono ben note le differenze che possono esserci, ad esempio, tra una pasta prodotta con grano canadese e una con grano italiano, fosse anche solo nella possibilità di trovare tracce del tanto contestato glifosato.

Succede però che il regolamento 1169/2011, che nella teoria difende questo diritto, sta appunto per arrivare in fase di attuazione, e potrebbe essere “corretto” a favore delle imprese. Sarà probabilmente indicata l’origine dei prodotti (precisando anche ad esempio dove un animale viene cresciuto e dove macellato o lavorato) ma non per i marchi registrati, e neppure per le indicazioni Dop e Igp. Questi prodotti infatti potrebbero dover esporre solo segni grafici per indicare la provenienza, e dunque risultare molto meno chiari agli occhi degli acquirenti. Se dunque finora l’Italian sounding (la furba dicitura parmesan per far sembrare italiano un formaggio qualsiasi, ad esempio) imbrogliava gli acquirenti esteri danneggiando la nostra economia, potrebbe questo nuovo regolamento arrivare a imbrogliare anche gli stessi italiani, più confusi di prima rispetto a cosa comprano?

Nel decidere i dettagli dell’attuazione, i vari attori spingeranno da una parte o dall’altra. Difficile che si torni completamente indietro rispetto al senso del Regolamento del 2011, sul quale si è discusso per molti anni, ma ci sarà un faccia a faccia tra consumatori e imprenditori. Probabilmente le buone leggi italiane non saranno totalmente spazzate via, ma è bene attivarsi perché non si facciano neppure passi indietro: è bene parlare di questa eventualità e fare pressione, per far capire che l’argomento è tenuto in buona considerazione”, aggiunge Dastoli.

Il tema è tanto importante quanto complesso, ma solo come conseguenza di una politica volutamente astrusa. Si lavora da oltre dieci anni alla soluzione di un problema che pare infinito, ma che è invece semplice, e l’Unione europea fallisce proprio dove avrebbe più senso un suo intervento di polso, vanificando o almeno snellendo i conflitti di interessi e i localismi. Sembra invece riuscir solo a rendere più lente e faragginose nuove normative (nel nostro caso già esistenti) così chiaramente e semplicemente giuste. Se le aziende italiane dovessero malauguratamente mettere nuovamente mano alle etichette dei loro prodotti, inoltre, non sarebbero penalizzati solo i diritti di tutti, ma ci sarebbe anche da considerare un ridicolo spreco di tempo e denaro (le etichette che le aziende italiane hanno appena introdotto si calcola siano costate circa 200mila euro ad azienda).

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