Siamo tutti stranieri su un’Isola, il romanzo di Siri Jacobsen

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Le Faroe (o Fær Øer), nome che letteralmente significa “isole delle pecore“, sono un’arcipelago di diciotto isole situate nel nord dell’Atlantico, fra la Norvegia e l’Islanda, ma appartengono al regno unificato di Danimarca: hanno ampia autonomia, ad esempio non fanno parte dell’Unione Europea, e hanno grandi margini di autogoverno e un fiero spirito indipendentista, che passa soprattutto dalla lingua faroese e dalle tradizioni locali quasi mitologiche. Sono al centro di Isola (Iperborea), un’immaginifico romanzo semiautobiografico della danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen.

Come l’autrice, che sarà a Milano il 22 febbraio nell’ambito del festival nordico I Boreali, la protagonista del libro è nata a Copenhagen da una famiglia che ha però origini faroesi: durante gli anni Trenta i suoi nonni (abbi e omma) hanno lasciato le impervie terre subartiche per abbracciare la modernità e le possibilità di un futuro più prospero nel continente. Eppure il ricordo nostalgico di quelle isole battute dal vento non li ha mai abbandonanti e, dopo la loro morte, anche la ragazza scopre in sé la volontà di tornare a casa, di riscoprire le proprie radici.

20180212170323_290_coverisolaAtterrando all’aeroporto di Vagàr, costruito dagli inglesi durante l’occupazione nella seconda guerra mondiale, la protagonista si trova subito in un mondo estraneo e quasi misticamente fuori dal tempo e dallo spazio: “Qui non siamo in Europa“, dicono risolutamente gli abitanti, ancorati a tradizioni come la notte di San Giovanni, i cosciotti di pecora essiccati al vento, la caccia alle balene. Isolani e isolati, si sono costruiti un’identità nazionale coriacea e difensiva, che lascia poco spazio agli estranei. Paradossalmente furono gli occupanti inglesi a fargli riutilizzare la loro bandiera nel 1943, quando non si poteva più tollerare quella della Danimarca occupata dai nazisti: “di sangue la croce, azzurro il mare e bianco l’urto della schiuma contro le patrie coste“.

Eppure la giovane donna pian piano riesce a immergersi in questo mare denso e glaciale e lo fa grazie alla “memoria estesa” della sua famiglia, ricostruendo legami di parentela, personalità di avi lontani e soprattutto il tragitto di salvezza dei propri nonni; ma lo fa anche e soprattutto trasfigurando i miti e le leggende che abitano le Faroe: le isole galleggianti, le streghe del mare, i massi incavati che ospitano fate ecc. Il suo linguaggio, tradotto magistralmente da Maria Valeria D’Avino, è denso e suggestivo, riuscendo a fondere la materia organica con quella inanimata e soprattutto con quella fantastica (“La cupola che galleggia sui tetti, lavata e dorata dalla pioggia, si scopre e offre al cielo aperto il suo capezzolo di burro lucente“).

Ma Isola non è solo un racconto folklorico di una terra lontana. È anche una riflessione poetica e struggente sul viaggio come spostamento in due direzioni: certo, c’è il ritorno a casa, a quell’Itaca ideale e nostalgica (nostalgia viene proprio dal greco nostos, ritorno) cui tutti aneliamo; ma prima ancora c’è la partenza, la migrazione. Quella ricollocazione che ci porta lontani, che ci proietta nel futuro eppure ci sradica: per la protagonista, in effetti, suo nonno “viveva nel futuro, finché non ha cominciato vivere nel passato. In questo senso era un vero migrante“. È una duplicità inevitabile.

La migrazione si compie in tre generazioni. La prima avverte il bisogno e porta in sé la volontà, l’ostinazione“, scrive l’autrice. “La generazione successiva forse sta a gambe divaricate sulla distanza, finché qualcosa non s’incrina e allora si sente doppiamente sbagliata” e poi “la terza generazione è una coperta troppo corta: è totalmente disinvolta e libera da condizionamenti culturali oppure è a casa solo per metà“. In un momento storico che sta perdendo ogni tipo di empatia verso i migranti, leggere questa storia apparentemente innocua è utilissimo: decifrare, cioè, qual è il sentimento di smarrimento e incompiutezza che si prova a fare il viaggio di ritorno, a ricongiungersi con una cultura che comunque è similare, può dare l’idea di quale strappo sia invece allontanarsi da un mondo per scoprirne uno di totalmente diverso.

Sono molteplici i motivi che spingono a lasciare casa: il lavoro, la sopravvivenza, l’amore, un figlio che non si vuole o che si desidera a tutti i costi (a riguardo questo romanzo ha pagine di sanguigna intensità), così come sono infiniti quelli che ci spingono a tornare. Ma dato che “nessun’isola è un’isola“, nessun luogo è veramente slegato dagli altri, forse bisognerebbe capire che sono i confini e le barriere a limitarci, a frustrare la nostra indomita volontà di esplorazione, di ricongiungimento con noi stessi. D’altronde “laggiù, sotto il mare, s’incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche“.

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