Le leggende metropolitane sulle elezioni

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(foto: MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)
(foto: MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Cinque anni fa, all’apice della febbre elettorale per le elezioni politiche, scoppiò il caso delle matite leccate. Il passaparola era semplice: bisognava umettare la matita con la saliva, altrimenti i poteri forti™ avrebbero potuto cancellare la nostra scelta. Tutto è nato, sembra, da una frase probabilmente scherzosa di un comico. Presa sul serio, ha cominciato a vivere di vita propria anche grazie a una sentenza del Consiglio di Stato che, letta attraverso le lenti invertite del confirmation bias, sembrava dare un fondamento giuridico alla strategia anti-brogli.

Forse è proprio ricordando quella ingenuità del 2013 che qualcuno si è già messo avanti col trolling, invitando per esempio a bruciare la propria tessera elettorale per verificarne l’autenticità.

tessera ignifuga

Ma se è facile darsi di gomito e deridere chi può crededere a questo genere di storie, la realtà è che le elezioni sono il terreno ideale per la creazione di leggende metropolitane senza distinzione di schieramento: probabilmente molti di noi hanno creduto a qualcuna di esse.

Il complotto del 2006
Le accuse di brogli nelle elezioni italiane hanno una storia molto antica, e non siamo certo il solo paese a cui piace fare questo gioco. A questo turno è spuntato addirittura il tagliando antifrode, proprio con l’obiettivo di limitare le possibilità di irregolarità. La sicurezza non è mai troppa, ma quanto è facile, nella pratica, pilotare il risultato delle elezioni? La burocrazia che tanto odiamo in altri contesti in questo caso fa sì che sia molto laborioso (e rischioso) tentare qualche scorciatoia. Questo non vuol dire che sia impossibile, in particolare la preoccupazione per il voto estero, viste anche le recenti cronache, non sembra irragionevole (anche se c’è parecchia disinformazione in merito). La domanda è però se i brogli siano un rumore di fondo o se davvero si possano spostare a piacimento migliaia di voti.

Nel 2006 a questo proposito è spuntata una teoria del complotto che ha portato anche a un libro, Il Broglio, e a un film documentario Uccidete la democrazia. La tesi era che le schede bianche fossero state trasformate in voti per il centrodestra, che perse lasciando al centrosinistra una maggioranza risicata che saltò due anni dopo. Rispetto alle precedenti elezioni le bianche erano infatti molte meno, e la notte dello spoglio si sarebbe fatto in modo di ribaltare un risultato sgradito. A parte i soliti indizi circostanziali, per esempio (non ridete) lo scarto con gli exit poll, non c’era uno straccio di prova di questa grande cospirazione per ammazzare la democrazia. Nonostante l’operazione letterario-cinematografica fosse degna del film Zero, la decisione di ricontrollare i voti fu bipartisan (perché anche nel centrodestra c’era chi pensava di essere vittima di brogli). I controlli confermarono i dati e quindi il risultato delle elezioni.

L’astensione negata
Comunque la si pensi il diritto di voto può essere o meno esercitato. La Costituzione dice che è un diritto e un dovere civico, non un obbligo. Non è vero infatti, come alcuni pensano, che dopo un certo numero di elezioni saltate si perda il diritto di voto. Ma quale sarebbe il termine per la squalifica? Spesso si sente ripetere che la penalizzazione scatterebbe dopo 5 anni di astensione, e forse questo ci rivela la radice della leggenda. Il non voto, un tempo, era infatti sanzionato in base al dpr n. 361 del 30 marzo 1957 (Testo unico delle leggi elettorali). La norma, relativa all’elezione dei deputati, diceva all’articolo 4 che “L’esercizio del voto è un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese.” All’artico 115 elencava le sanzioni (simboliche) per chi non votava: in assenza di valida giustificazione al sindaco, il nome dei non votanti era esposto per un mese negli albi, e per 5 anni la menzione “non ha votato” sarebbe stata scritta nei certificati di buona condotta. Il tutto è stato abrogato ben 25 anni anni fa, escludendo anche la penalizzazione (a parità di punteggio) dei non votanti in sede di concorso pubblico. Ricapitolando, le leggi attuali ribadiscono che il voto è da considerarsi un diritto e dovere civico, ma per gli astenuti non c’è nessuna penale, men che meno il rischio di perdere il proprio diritto costituzionale a esprimerlo.

Il gran rifiuto della scheda e il destino delle schede bianche
Le persone che pensano di non votare a un turno elettorale sono un insieme eterogeneo. Azzardando una divisione binaria grossolana abbiamo da una parte quelli totalmente (o quasi) disinteressati alla politica, e dall’altra quelli che al contrario sono politicamente attivi ma hanno i loro motivi per non voler votare una qualsiasi delle alternative disponibili. Tra coloro che fanno parte del secondo insieme c’è chi, comprensibilmente, non vuole essere confuso col primo. C’è chi voterà scheda bianca, chi scheda nulla, e chi andrà al seggio solo per protestare. La scelta della strategia di protesta è però inquinata dalle leggende metropolitane che girano.

Per esempio si dice che le schede bianche e/o nulle vengano conteggiate a favore della coalizione o del partito vincente, o che vengano equamente spartite tra le forze politiche. La realtà è che sia le schede bianche che le nulle sono scartate, conteggiate solo a scopi statistici e non attribuite a nessuno. La scheda bianca è potenzialmente più rischiosa per i brogli, perché in teoria potrebbe essere votata durante lo scrutinio, ma le regole impongono che le bianche siano vidimate (siglate) dal presidente del seggio e da almeno due scrutatori. A parte questo (come detto in precedenza, il broglio è possibile ma non è facile come pensiamo) la scheda bianca ha esattamente lo stesso effetto di una scheda decorata con disegnini e quindi nulla.

Molti non ne sono convinti, e per aggirare il sistema si è affermata un’altra possibilità. Nel 2008 è stato lanciato anche un sito, Io Non voto, che si proponeva come guida all’astensione attiva: l’invito era quello di andare ai seggi, farsi registrare, poi rifiutare la scheda e pretendere che venissero verbalizzate le proprie ragioni. A prova di questo diritto, si citava l’articolo 104 del testo unico delle leggi elettorali che obbliga il presidente di seggio a verbalizzare le proteste e i reclami degli elettori. Come ha spiegato dieci anni fa su La Voce il professore di Diritto costituzionale Enzo Balboni, si tratta di nuovo di una leggenda metropolitana. L’articolo citato esiste, e anche in altri articoli si parla di reclami e proteste, ma nessuno di questi è stato pensato per chi desiderasse far mettere nero su bianco il proprio malcontento sui rappresentanti politici. Serviva piuttosto a far sì, per esempio, che un elettore con dei dubbi sulla regolarità delle votazioni in quel seggio potesse protestare ufficialmente. Per motivi simili, il testo parla anche di come verbalizzare e trasmettere le proteste dei membri del seggio.

Che cosa succede se su questo impianto si vuole far verbalizzare la propria protesta politica? Nelle istruzioni per le prossime elezione del Ministero dell’Interno si legge:

“Può inoltre verificarsi che l’elettore chieda che vengano verbalizzati suoi
reclami o dichiarazioni di astensione dal voto o di protesta o di altro contenuto. In tali evenienze, il presidente del seggio, per non rallentare il regolare svolgimento delle operazioni elettorali, deve mettere a verbale, in maniera sintetica e veloce, le generalità dell’elettore e i suoi reclami o dichiarazioni, allegando gli eventuali documenti scritti che l’elettore medesimo ritenesse di consegnare al seggio”.

Quindi sì, è possibile rifiutare la scheda, ed è possibile chiedere la verbalizzazione del proprio pensiero anche allegando materiale. Il presidente di seggio deve ottemperare, ma nella pratica queste lamentazioni degli elettori non hanno alcun effetto, se non rallentare il lavoro del seggio. E se si è rifiutata la scheda, nonostante la registrazione, si è a tutti gli effetti non votanti, esattamente uguali a chi è rimasto a casa, con buona pace dell’astensione attiva…

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