5 motivi per vedere la serie Il cacciatore su Rai2

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Non solo Netflix, Sky e Amazon: talvolta alcuni titoli interessanti e soprattutto contemporanei, per quanto riguarda le serie tv, arrivano anche dalle televisioni tradizionali. E in particolare dalla Rai, che ultimamente sta cercando di svecchiare il proprio approccio alla fiction con produzioni nettamente virate all’innovazione. L’ultimo caso è quello de Il cacciatore, la nuova serie che andrà in onda dal 14 marzo per sei settimane su Rai2.

1. È una storia tutta italiana

Siamo nel 1993, nei mesi successivi all’uccisione di Falcone e Borsellino. “L’Italia era in guerra“, dice il protagonista Saverio Barone, interpretato da Francesco Montanari, prima di recitare i primi versi della Divina Commedia in palermitano (Dante sarà una citazione continua nella serie). Barone è un giovane pm che, dopo aver denunciato il proprio capo a Termini Imerese per collusioni con la mafia, viene accolto nel pool antimafia di Palermo. Qui si metterà sulle tracce dei corleonesi e in particolare dei boss Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca.

Il personaggio di Barone è ispirato liberamente alle vicende del magistrato italiano Alfonso Sabella, così come l’intera serie prende spunto dal suo libro Il cacciatore di mafiosi (edito nel 2008 da Mondadori): “Erano anni in cui lo Stato era in ginocchio. Ma li abbiamo presi, arrestati tutti mentre erano latitanti e seppelliti sotto una montagna di ergastoli. La dimostrazione che quando vuole lo Stato riesce a funzionare”, ricorda Sabella di quegli anni. Nella sua attività mise in scacco l‘intera mafia corleonese e mandò in galera centinaia di personaggi legati alla criminalità organizzata.

2. Ma non sembra una fiction italiana

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Ma questa non è la solita fiction Rai sulla mafia. In effetti i temi, l’ambientazione e l’impostazione dei personaggi potrebbero farlo pensare. Già dai primi episodi, tuttavia, ci si trova di fronte a un prodotto con ambizioni decisamente diverse. Diverse sono molte riprese, diverso è il montaggio più serrato, così come lo sono la crescita della tensione grazie a una giustapposizione di scene che ci fanno vedere ora le indagini dei buoni ora le torture e le violenze dei cattivi. Ad esempio l’introduzione di un nuovo antagonista alla fine del secondo episodio, il giovane Mico Farinella, ha tutto l’aspetto dell’esordio di un tipico villain da serie americana.

È chiaro che, con un prodotto come questo, la tv di Stato punta a un pubblico non solo italiano ma anche internazionale. Non è un caso che il tema e la serie siano ambientati in Sicilia, terra da cui viene un altro prodotto Rai esportato in tutto il mondo, Il commissario Montalbano. E anche il genere criminale è di grande appeal oltre le nostre frontiere, basti pensare a Gomorra e Suburra (quest’ultimo co-prodotto proprio dalla Rai), modelli a cui Il cacciatore si ispira almeno in parte.

3. La commistione con la realtà

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Il primo episodio si apre con una carrellata di immagini di archivio, tratte da telegiornali e inchieste. L’obiettivo è presto chiaro: siamo di fronti a storie vere, fatti realmente accaduti nell’ambito della guerra spietata che le autorità intensificarono nei primi anni Novanta contro la criminalità organizzata. Eppure non è una docufiction. Montanari, ad esempio, sottolinea come il protagonista che interpreta, Saverio Barone, “è solo ispirato alla figura del magistrato siciliano, mentre i fatti di cronaca sono tutti veri”.

Per questo ogni personaggio ha anche una vita privata, dei dissidi interiori, delle peculiarità personali, per chiarire che si tratta comunque di figure funzionali a una narrazione. Ma la scansione temporale, i pentiti che man mano emergono ma soprattutto i crimini, le violenze e poi gli arresti che colpiscono coi mafiosi fanno parte integrante della storia di questo paese.

4. I chiaroscuri dei personaggi

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Un elemento che renda ancora più moderna e suggestiva questa serie tv è il fatto che non ci sia una contrapposizione netta fra buoni o cattivi. O meglio: è logico che i pm del pool antimafia lottano per il bene dell’Italia e i mafiosi invece cerchino in tutti i modi di sovvertire l’ordine costituito, ma ciò non toglie che si possa racconta gli uni o gli altri con qualche chiaroscuro. Il boss Bagarella (David Coco), ad esempio, rapisce il dodicenne figlio di un pentito ma al contempo deve sopportate il cruccio di non avere un bambino dalla moglie; il suo autista, Tony Calvaruso (Paolo Briguglia), presta servizio alla mafia sperando invano che le sue mani non si sporchino di sangue.

Sia chiaro che non siamo di fronte a un’operazione di umanizzazione o di empatia rispetto a questi personaggi, solo li si mette in una luce diversa e più tridimensionale. Allo stesso modo il gruppo di magistrati antimafia non è ritratto come un team di angeli impeccabili: la stessa accoglienza che i veterani riservano a Barone è venata di nepotismo e rivalità personali. Barone stesso (che si definisce “cacciatore” perché come in una buona caccia deve fondere tattica e istinto) non riesce a controllare l’emotività rispetto ai primi casi che lì affronta e il lavoro rischia di diventare per lui un’ossessione che mette in secondo piano tutto, pure la relazione con l’amata Giada (Miriam Dalmazio).

5. È in anteprima online

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Un altro segnale dal quale si capisce che la Rai vuole impostare un passo nuovo rispetto alla sua produzione di fiction è la volontà di utilizzare i suoi strumenti digitali nella promozione di una serie come Il cacciatore: già com’era successo con un altro titolo recente, La linea verticale, ha infatti deciso di mettere in anteprima online su Rai Play già dall’11 marzo i primi due episodi. Un anticipo di qualche giorno, quindi, rispetto alla messa in onda ufficiale prevista su Rai2 dal 14 marzo. Se si è davvero impazienti la si può vedere anche lì.

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