Le leggende metropolitane su Rom e Sinti

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A Berlino è stato realizzato un monumento alle vittime Rom e Sinti del Nazismo (foto: Carsten Koall/Getty Images)

L’8 aprile si celebra la Giornata internazionale di Rom, Sinti e Caminanti. La ricorrenza deriva dalla data del primo congresso mondiale della popolazione romaní, tenutosi a Londra nel 1971. La diversità dei gruppi che ne fanno parte, cioè che condividono la lingua romaní (in italia soprattutto Rom e Sinti), in genere è azzerata dall’uso di zingari, spesso in senso dispregiativo. Probabilmente la parola “zingaro” deriva infatti dal nome dato nel V secolo a una setta considerata eretica: Athìnganoi, intoccabili. Nel XII secolo si cominciò a usare quel nome per etichettare anche delle popolazioni arrivate nell’Impero bizantino dall’Asia minore.

L’incontro, e a volte lo scontro, tra diverse culture è un brodo di coltura per la nascita di leggende metropolitane, narrazioni sulle quali spesso si riversano i propri pregiudizi, e a volte anche i propri obiettivi politici. I popoli romaní, che sono tra i più discriminati in Europa, lo sanno bene.

Da dove vengono? Egitto? Persia? Oppure Atlantide?
Non è un caso che oltre agli ebrei i nazisti abbiano preso di mira specificamente  Rom, Sinti e altri popoli romaní. Per giustificare il loro genocidio, chiamato Porajmos, i nazisti hanno fuso pseudoscienza e leggenda dicendo che venivano dell’Egitto, e come tali dovevano essere eliminati per preservare la razza ariana. Intorno a queste popolazioni c’è sempre stata una certa incertezza sulla loro origine, perché tendono a non identificarsi con un territorio. Che la loro provenienza fosse l’Egitto era in realtà una credenza diffusa dal medioevo, come testimonia il termine inglese Gypsies, equivalente del nostro zingari. Ma è solo una delle tante. Molte leggende li legano alla Bibbia, come discendenti di Caino, o di Noè, o una delle tribù di Israele. Per altre verrebbero dalla Persia, ma forse la più stravagante (sfruttata in almeno un libro di fantascienza) è che sarebbero dei sopravvissuti del continente perduto di Atlantide. Come ha scritto Antonello Mangano:

“È importante notare che quasi tutte le leggende non sono il frutto della fantasia popolare, ma sono teorizzazioni ‘colte’ di illustri studiosi occidentali, per un arco di  tempo che va dal medioevo  fino al XIX  secolo”.

Grazie alla linguistica e al dna oggi sappiamo che gli antenati di questo popoli venivano dall’India.

I ladri di bambini: leggenda…
Il razzismo verso i popoli romaní si chiama antiziganismo ed è superfluo sottolineare quando sia diffuso nel nostro paese. Questo si esprime, oltre che attraverso i vari stereotipi, con vere proprie leggende metropolitane. La più diffusa è quella dello zingaro, anzi, della zingara che rapisce i neonati. Per ricordare quanto sia radicata e tollerata questa leggenda razzista basta ricordare il caso di Denise Pipitone, la bambina scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo e mai ritrovata. Come in molti altri casi spuntò la pista nomade (un altro termine senza senso, perché non tutti sono nomadi), e si fecero avanti i testimoni convinti di averla vista in giro per l’Itala in compagnia dei rom. A proposito del caso, nel 2007 un articolo del Il Giornale parlava del libro Bambini scomparsi (Aliberti, 2007) scritto dalla giornalista consulente di Chi l’ha visto? Rita Pedditzi. Secondo il riassunto de Il Giornale: “In molti casi emerge un filo conduttore: la pista nomade, i giostrai, gli zingari. Anche nel caso di Denise c’è una presenza nomade.”

E realtà…
Per il caso di Denise Pipitone, alla fine saranno processati e assolti due membri della famiglia, mentre tutte le segnalazioni di Denise in mano ai rom finiranno in una bolla di sapone. Se vogliamo trovare un filo conduttore potrebbe essere questo: quando scompare un bambino i rom nei dintorni sono accusati sulla base di una leggenda metropolitana vecchia di almeno 500 anni, poi regolarmente non emergono prove a loro carico. Un altro leitmotiv è l’accusa di tentato rapimento, per far scattare la quale può bastare la vicinanza alla vittima di una donna rom, i cui vestiti larghi sono interpreati come comodi ripostigli per bambini biondi. Nel libro La zingara rapitrice di Sabrina Tosi Cambini (CISU, 2008) sono presentati i risultati di un progetto di ricerca del Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona. Nei 40 casi segnalati di sottrazione di minore gagé (non rom) tra il 1986 e il 2007

“nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta, ma si è sempre di fronte ad un tentato rapimento, o meglio, ad un racconto di un tentato rapimento”.

I misteriosi codici degli zingari
Infine vale la pena di ricordare una leggenda particolarmente ridicola, ma che non perde mai il suo smalto: i segnali in codice che i misteriosi zingari userebbero per lasciare informazioni utili ai colleghi sulle abitazioni da depredare. Questa leggenda, che di solito viaggia accompagnata da una pratica legenda geroglifico zingaro-> italiano, è presente in Italia da decenni. Paolo Toselli del Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporanee scrive che le prime tracce in Italia sono degli anni ’60, con ma la popolarità arriva negli anni ’90. Come spiega Toselli, le segnalazioni non hanno mai fatto emergere nulla di concreto. Con un po’ di logica, non sarebbe certo nell’interesse di un ladro attirare l’attenzione, e comunque se il sistema fosse stato rivelato non avrebbe molto senso continuare a usarlo. Eppure nel mondo i segni di questo codice dei ladri girano da molti decenni: come scrive Toselli la maggioranza era nota addirittura dagli anni ’20-’30.

Ma mettere gli altri in allarme sui segni degli zingari o altri cattivi ci fa sentire più sicuri. Una volta la leggenda girava su fogli fotocopiati, poi si è diffusa per email, ma ora gira su Whatsapp, anche nei famigerati gruppi di controllo del vicinato con cui i probi cittadini difendono i quartieri armati di smartphone. Per esempio ecco quello che si legge, poco prima della legenda, in una guida sul controllo di vicinato a Parma, attualmente scaricabile dal portale autonomie della regione Emilia Romagna.

Senza nome

Lo stesso testo e immagine si può trovare in un’analoga introduzione al controllo di vicinato, questa volta del Comune di Castenuovo Rangone. Del resto a informare la popolazione sull’esistenza di questi codici a volte sono le stesse forze dell’ordine, come si può leggere in questo articolo della Gazzetta di Reggio, dove fa di nuovo capolino la storia della verifica e degli arresti in prevalenza nomadi. A quanto pare nel 2013 i carabinieri di Reggio Emilia hanno lanciato la campagna Aiutataci ad aiutarti, per la quale è stato realizzato un vademecum (ancora reperibile sui siti dei comuni) che metteva in guardia sui simboli e sul loro significato.

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