Cosa sono le scaleup e perché servono all’economia italiana

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1460190235_Startup-IVLe scaleup in Italia sono ancora poche. Secondo i dati dello Scaleup Monitor 2017, di startup cresciute, al punto da raggiungere, nella definizione internazionale, un fatturato o una raccolta da 100 milioni si dollari, se ne contano 135. Posizionano l’Italia all’undicesimo posto della classifica europea. Al solito siamo fanalino di coda: prima di noi ci sono Inghilterra, Francia e Germania, paesi dove queste realtà sono numerose e hanno trovato un ecosistema che le favorisce.

Per inquadrare il fenomeno in Italia, è utile partire proprio dalla definizione di scaleup. Che è stata riadattata per tener conto della fase embrionale in cui ci troviamo. Qui “sono scaleup le startup che hanno raggiunto almeno un milione di euro di fatturato o di finanziamenti”, spiega Stefano Mainetti, amministratore delegato di Polihub. “Se confrontati con Usa o Cina, dobbiamo fare diviso cento per avere la dimensione del panorama locale”. Si parta anche solo da questo assunto: “A livello nazionale la disponibilità di capitali di ventura è piuttosto recente. Si attesta complessivamente a 260 milioni di euro di capitale investito, quando per qualsiasi nazione evoluta si parla di investimenti complessivi annuali dell’ordine di miliardi di euro”.

Chi sono le scaleup italiane? Idee imprenditoriali che “hanno raccolto un primo seed di finanziamento e poi altri due o tre round di investimenti. Hanno ottenuto un certo credito e sono state capaci di convincere e di ottenere un riscontro di fatturato”. Sono un sottoinsieme, spiega Mainetti: “Su ottomila startup censite tra le innovative, quelle che soddisfano questi requisiti sono dell’ordine del centinaio, troppo poche”.

Il loro identikit è presto tracciato: sono startup innovative, hanno validi modelli di business, team solidi e interessanti potenzialità. Stanno provando a crescere, corrono veloci. “Hanno già qualche anno di vita: dopo il seed per arrivare a un primo round significativo, possono passare uno o due anni. Non è semplice”, prosegue Mainetti. E poi: “Aolitamente c’è della proprietà intellettuale e una capacità imprenditoriale del management di fare accadere le cose. Hanno un’ambizione da subito globale e tendono a raccogliere capitali di rischio a livello internazionale”. Sono delle eccezioni, tanto che nell’ambiente le chiamano “cigni neri”. Hanno alto potenziale e necessitano di sostegno e capacità di supporto.

Ma come mai in Italia faticano a decollare? Secondo Mainetti i motivi sono molteplici: “Il mercato dei venture capital è giovane. Deve ancora riuscire a smuovere una crescente quantità di capitali di rischio. Per contro, la carenza di “exit” o di raggiungimento della quotazione in borsa, non ha agevolato la raccolta di nuovi fondi”. Siamo una nazione “tradizionalmente abituata a investire in modo sicuro. C’è grande capacità creativa ma viviamo un ritardo culturale importante. Servirebbe un’evoluzione profonda di mentalità. Va avviato un percorso culturale perché il nostro ecosistema è ancora immaturo”.

Il rischio è quello di non riuscire ad agganciare un percorso di rinnovamento imprenditoriale importante come quello connesso al fenomeno delle startup. La speranza invece è “la generazione Erasmus, che pensa a livello globale. E poi le famiglie, tutto parte dall’educazione. La formazione nelle discipline tecniche (Stem). E poi una normativa favorevole. Che incentivi maggiormente gli investimenti in capitali di rischio, per esempio”.

Intanto i fondi di venture si stanno specializzando. Chi ha deciso di investire nella fase seed mette le proprie risorse in un momento iniziale e le diversifica in tante realtà. “Poi arrivano le early stage, che fanno il tratto successivo. Infine chi investe su scaleup – prosegue Mainetti –. Più si va avanti, più l’iniziativa deve avere parametri certi, oggettivi. Però, siccome devono essere accelerate a livello globale, si devono fare round importanti. Stiamo parlando di un asset class particolare che richiede competenze specifiche”.

Qualcosa si muove anche in Italia. Una delle ultime società di venture capital che ha guardato per la prima volta con interesse al nostro Paese è Eight Roads Ventures. Attiva dal 2010 in Europa e Asia, è focalizzato sulle scaleup. Ha lanciato il suo terzo fondo di investimento. Sono 375 milioni di dollari da mettere su 15-20 scaleup tra Europa e Isarele con un investimento medio tra i 10 e i 30 milioni, per aziende tech in crescita nei settori di B2B, B2C, fintech e health-tech. Guardano anche a Italia, Spagna e Portogallo, Paesi con una tradizione tech più recente. Nell’Italia vedono del potenziale. Perché è un Paese dove la competizione tra investitori è minore e c’è un vuoto di risorse da colmare.

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