La Saga delle Aziende che non Trovano Candidati

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Il documento con cui si registra l’inizio della Saga delle Aziende che non Riescono a Trovare Candidati Specializzati è un articolo comparso sul Sole24Ore all’inizio dello scorso anno in cui UnionCamere e Confindustria attestano che il 19,9 % delle ricerche di personale rimane inevasa. In pratica un’offerta di lavoro su 5 non trova il candidato adeguato.

Introvabili

A distanza di un anno la stessa fonte (Confindustria) rilanciata dal Corriere della Sera lamenta un corto circuito sociale che rischia di penalizzare i processi dell’emergente Industria 4.0, a causa della carenza di ben 280.000 figure specializzate.

CortoCircuito_specializzati

Non possiamo ignorare una fonte così autorevole che sicuramente ha valutato tutte le risorse a disposizione fra aziende in piena trasformazione digitale che annunciano una conversione alla robotica nei prossimi due anni, ma non possiamo nemmeno digerire questi dati con superficialità soprattutto se consideriamo una disponibilità sul mercato nazionale da Nord a Sud di circa 305.000 laureati nel 2015 in tutte le discipline (fonte Sole24Ore) e di circa 440.000 diplomati (fonte: MIUR. Di questi, 150.000 circa non intraprenderanno un percorso universitario).

Numeri che mitigherebbero (certo non risolverebbero, considerando percorsi di studi non sempre allineati alle richieste aziendali) quel rapporto critico che definisce la disoccupazione giovanile in Italia al 42,6% in crescita, se le aziende non continuassero a cercare i collaboratori a 10 km di distanza e soprattutto a definire “tecnici specializzati” stagisti o lavoratori under 30, avendo allontanato nei periodi precedenti proprio quelle figure specializzate che avrebbero potuto rappresentare il ponte fra l’esperienza e le nuove generazioni, creando ricambio generazionale ed evitando questo stallo.

Non possiamo però neanche ignorare un dato altrettanto importante che concentra la percentuale di opportunità prevalentemente nell’area Nord Est e Nord Ovest del Paese e di conseguenza anche la polemica sul tema delle assunzioni.

Fatto questo preambolo necessario a dare anche un significato statistico a questo articolo, a metà dello scorso anno alcuni giornali iniziano a raccontare storie di imprenditori che lamentano blocchi produttivi, ritardi nelle consegne, macchinari fermi a causa di mancanza di manodopera specializzata.

Il primo articolo viene lanciato da Linkiesta che senza troppi preamboli dà ampio spazio alla storia del Panettiere Pattini di Milano che lamenta di non trovare collaboratori per le sue cinque panetterie, di ricevere pochissime candidature e che queste provengono tutte da stranieri. “Gli Italiani preferiscono restare a casa a prendere il sussidio di disoccupazione anziché guadagnarsi onestamente una paga di 1400 euro al mese di minimo sindacale“.

Fortunatamente, per ogni notizia scandalistica c’è almeno un giornalista che ama andare in profondità. E così Stefano Santangelo della testata Vice fa ciò che Linkiesta ha dimenticato di fare: le domande.

Si scopre così che la “selezione del personale” è avvenuta tramite un cartello sulla porta di un negozio e sul sito Facebook della panetteria. Non c’è da stupirsi se il numero dei cv raccolti è stato di poco più di venti e soprattutto se il target raggiunto è stato molto esiguo. Nell’annuncio non è espressa retribuzione né tantomeno le condizioni contrattuali (ore, mansioni nel dettaglio e tutto ciò che rende un’offerta di lavoro, tale). Ma Santangelo, che sa che per costruire un articolo attendibile bisogna verificare le fonti, fa due chiacchiere anche con un sindacalista che conosce bene la situazione e che irrimediabilmente mette in dubbio tutte le dichiarazioni del sig. Pattini, soprattutto quelle legate alla retribuzione proposta.

La narrazione va avanti. La seconda azienda che fa scalpore si chiama Antonio Carraro, è un’azienda di medio-grandi dimensioni e anche qui si lamenta l’impossibilità di far fronte a 70 assunzioni con paghe sopra la media. L’articolo del Gazzettino Veneto viene rimbalzato su tutte le testate del Gruppo, Messaggero compreso e in breve i nodi vengono al pettine. 70 figure specializzate a fronte di 240 dipendenti significa aumentare di circa un terzo la forza lavoro; forse il numero è impreciso, ma di certo fa molto scalpore e aiuta la visibilità dell’articolo. Sul sito aziendale non c’è l’ombra di queste ricerche (appariranno poi successivamente alle polemiche). La proposta (dichiarata da Liliana Carraro, responsabile relazioni pubbliche dell’azienda ai giornali e a Rai3) di 1200 euro al mese per figure specializzate è evidentemente al di sotto di qualsiasi media nazionale. A questo si aggiunge una dichiarazione dei rappresentanti della FIOM di Padova che si sono rifiutati di firmare un piano industriale che sembrerebbe a loro dire, prevedere un deciso peggioramento retributivo per tutti i nuovi assunti, inquadrati al di fuori degli accordi aziendali, non partecipando così a incentivi, premi aziendali e operando in regime di maggior precarietà.

Grafica Veneta è la casa editrice di Harry Potter. All’inizio del mese scorso ancora un articolo con le medesime argomentazioni: “offriamo contratti al di sopra della media, non riusciamo a trovare collaboratori, i giovani non hanno voglia di lavorare” e il leit motiv dell’ennesimo imprenditore.

Questa volta è il Mattino di Padova a ridare speranza al giornalismo e la situazione si aggrava ulteriormente, poiché sembrerebbero emergere condizioni contrattuali in cui ferie, straordinari, festivi e orario di lavoro non sono regolamentati secondo un Contratto Collettivo di riferimento, ma su “base volontaria” (verrebbe da dire: su volontà dell’imprenditore). Inoltre, alla domanda precisa, corretta e necessaria del giornalista Claudio del Frate che chiedeva la modalità con cui in azienda si ricercano le figure la risposta è stata:

«Qualcuno non è piaciuto all’ufficio del personale, mi hanno detto che erano rompicoglioni. Altri non erano adatti a lavori un po’ pesanti. Ora abbiamo tante candidature, ma cosa me ne faccio di uno di Catanzaro? Qui non ci sono case e stare a Castelfranco vuol dire fare 50 km al giorno, poi uno è in difficoltà».

Si scopre che per la ricerca di queste figure internet non è stato minimamente preso in considerazione perché l’imprenditore “non lo usa”, e le selezioni anche qui sono state condotte prevalentemente con il passaparola e qualche agenzia interinale locale ( Trebalseghe è un paese di 12.000 abitanti!). Non è stato preso in considerazione nemmeno il Centro per l’Impiego, confermano i sindacati del posto.

Infine, è SkyTG24 a condurre l’ultimo reportage sul tema. Le aziende interpellate si chiamano Tiemme (azienda di 45 dipendenti senza un sito internet) e la Peruzzo macchine agricole, azienda storica che un sito ce l’ha, ma nessuna offerta di lavoro pubblicata. Se la prima azienda comprendiamo dalle parole del sig. Lino Beghin e sua figlia Vanessa essere un’azienda tipicamente a carattere familiare con numeri e cultura imprenditoriale non sostenibili per alcun tipo di attività di selezione strutturata e di conseguenza ai fini dell’inchiesta sarebbero anche irrilevanti (la richiesta di personale è estremamente minima rispetto alla gravità della situazione che nel servizio televisivo si vorrebbe sottolineare), il sig. Peruzzo che invece esporta in tutto il mondo ed ha una lavorazione meccanica di grande precisione lamenta che nel suo territorio non si trova personale poiché tutti vogliono fare gli architetti ed i geometri. Anche qui, la domanda mancante è: “Come li cercate dunque i collaboratori?” o anche “…e quindi accettate anche candidature provenienti da altre regioni d’Italia?

Giornalisticamente parlando è un fallimento, ma un vero successo per il pubblico che ama il sensazionalismo take away.

Angelo Romano di Valigia Blu interviene per ben due volte sull’argomento, offrendo un ulteriore elemento di riflessione che mi permette di riassumere, offrendo la visione di chi fa il mio mestiere di professionista delle Risorse Umane e di mettere in evidenza alcuni aspetti squisitamente “di metodo”.

Da un punto di vista culturale non è più concepibile né economicamente credibile definire “la locomotiva di un Paese” un singolo distretto, un territorio, un’area geografica solo per il fatto che ci sia una concentrazione di aziende o di capannoni numericamente più consistente che in altri luoghi. Oltre ad essere profondamente offensivo nei confronti di qualsiasi altra area geografica compreso il denigrato Sud che ha le sue alle storie di resistenza imprenditoriale nonostante tutto. Tanto vale per il Veneto, quanto per il “bianco” di Fabriano, l’abbigliamento di Empoli o il mobile di Pesaro. A maggior ragione se il livello di innovazione, la cultura manageriale, la qualità del lavoro è al di sotto di qualsiasi livello accettabile. E’ ora che la narrazione del lavoro inizi a parlare di un Paese che lavora in una direzione comune se non vogliamo invece continuare ad alimentare l’insanabile incapacità di fare sistema tipicamente italiana.

In un Paese che vuole crescere non possono coesistere modelli di gestione aziendale retrograda accanto a Piani di Industria 4.0. Il risultato è quello che stiamo vedendo: la trasformazione digitale delle nostre Imprese è relegata a pochissimi gruppi industriali prevalentemente multinazionali o a gestione mista che hanno iniziato dieci anni fa e oltre a convertire la produzione. Tutto il resto è solo un tema di ammortamenti fiscali guidato dal commercialista di famiglia.

La totale ignoranza di moderni strumenti di comunicazione (social, canali digitali, piattaforme di qualsiasi genere) non è più giustificabile con la misura dell’azienda o l’età dell’imprenditore. In quasi tutti i casi qui citati sono presenti “Responsabili delle Relazioni Esterne”, “Uffici Comunicazione” o “figli di imprenditori” la cui età e posizione aziendale li comprende necessariamente in questo secolo. Non sapete/volete usare Internet? Fate un corso o delegate chi lo sa fare.

La voce dell’Amministratore Delegato, del titolare dell’azienda o il responsabile dell’Ufficio Stampa non è più sufficiente per rendere autorevole una notizia. Se non c’è onestà intellettuale, un giornalista qualificato ci mette meno di un’ora a far coincidere le dichiarazioni di uno di questi con un contraddittorio altrettanto credibile, che sia un sindacalista o un ex dipendente.

Grafica Veneta così come Antonio Carraro sono state letteralmente tritate da un riscontro reputazionale negativo. Le aziende non possono ignorare le conversazioni online che sono poi il risultato delle proprie azioni offline.

Non esistono in queste aziende programmi di employer branding, di ricerca dei talenti, di formazione interna ed esterna che vada oltre quella obbligatoria sulla sicurezza o sull’utilizzo di macchinari. Manca una ricerca strutturata nelle Università o un programma di sostegno agli Istituti Tecnici. Sebbene la scuola abbia una innegabile responsabilità nei piani di Alternanza Scuola Lavoro e di programmi di aggiornamento dei docenti inadatti a preparare al lavoro gli studenti di qualsiasi indirizzo scolastico. Si legga a questo proposito il recente articolo di Antonella Salvatore, docente della John Cabott University di Roma.

Tuttavia i “profili specializzati” che le aziende vorrebbero pagare migliaia di euro senza trovarli non saranno certamente quei neodiplomati e neolaureati usciti da scuola, anche se spesso il dubbio è che quelle figure specializzate tanto desiderate alla fine coincidano proprio con la ricerca di stagisti o di personale sottopagato.

Così come non è più comprensibile l’esclusione di stranieri in un’epoca in cui si parla di programmi di diversity, di integrazione culturale e di contaminazione. Stranieri che spesso provengono da percorsi scolastici qualificati. Peggio ancora dichiarare “Che me ne faccio di uno di Catanzaro?” quando è evidente che se non trovi i tuoi collaboratori a 30 km dalla fabbrica, devi necessariamente porre l’attenzione dove l’offerta è maggiore e probabilmente lo è anche la motivazione, la necessità, la “fame”. Ma anche questo è ancora un problema fortemente culturale di cui questo genere di aziende devono necessariamente chiedere un supporto manageriale se non vogliono sparire. Fatevene una ragione e iniziate a mettere del cous cous nelle vostre diete.

E ultimo, mi chiedo anche se non abbiano una responsabilità le Associazioni di Categoria che in questi due anni abbiamo visto sbracciarsi sui temi dell’Industria 4.0 organizzando centinaia di Convegni presidiati da Accademici e Conservatori della Verità Universale con un monte ore pari a zero all’interno delle linee di produzione. Abbiamo visto sbandierare numeri non supportati da nessuna ricerca ufficiale (dove verranno mai collocati questi 280.000 profili specializzati di cui Confindustria lamenta la mancanza se la stragrande maggioranza delle aziende del nostro tessuto imprenditoriale è formata da PMI con la cultura imprenditoriale di cui sopra, un tasso di innovazione e in alcuni casi anche di infrastrutture digitali insufficienti anche per essere raggiunte dalle mail…), ma non ho ancora visto alcun piano di formazione a supporto di un’industria che deve fare il vero salto per non incorrere più in episodi di questo genere.

Non è più giustificabile far trainare le nostre imprese dalle locomotive a carbone in un secolo in cui si producono i motori ad idrogeno.

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