Come farà l’agricoltura globale a produrre il 70% in più nei prossimi 40 anni

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Per rispondere alle esigenze di una popolazione sempre più numerosa, l’agricoltura dovrà aumentare del 70% la propria produzione nei prossimi 40 anni. Una sfida non da poco, considerando che il settore primario è a oggi quello con il maggiore impatto ambientale. L’agricoltura è un settore idrovoro, che consuma il 70%  delle risorse idriche del pianeta. Per questo, secondo Carola Shouten, ministro olandese dell’Agricoltura, “la sfida,oggi, non è più quella di permettere all’agricoltura di crescere come business, ma coinvolgere tutti gli stakeholder”.

Shouten, tra i relatori di Seeds & Chips, la fiera sull’innovazione in campo alimentare in corso a Milano, spiega a Wired che in futuro “la conoscenza della nuova agricoltura dovrà essere creata e condivisa tra governo, agricoltori e scienziati”. L’obiettivo è cambiare il modello di business del settore primario, rendendolo più efficiente dal punto di vista dei consumi e più accessibile.

È questa anche la linea che sta portando avanti Ypard (Young professionals for agricultural develpoment), organizzazione no profit che si impegna a creare occupazione per i giovani nell’agricoltura, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Per la portavoce, Divine Ntiokam occorre trasformare le comunità rurali in città rurali. I governi devono iniziare a investire maggiormente sulle aree rurali, cogliendone il valore strategico, come in passato hanno fatto alla nascita dei grandi conglomerati urbani. “L’innovazione non è qualcosa di nuovo. Sono anni che parliamo di innovazione, escludendo dalla portata di questo termine significati quali condivisione della conoscenza, mitigazione, adattamento. È ora di connettere le comunità rurali per creare opportunità di lavoro”, spiega a Wired.

Ma non è solo l’approccio al business che dev’essere ripensato. Anche le direttrici lungo cui si muove la ricerca scientifica devono essere riorganizzate. Per Marcela Villarreal, direttrice del dipartimento di partnerships, advocacy e capacity development della Fao (l’organizzazione delle Nazioni unite che si occupa di agricoltura), “ogg, la ricerca nel settore primario non è sufficiente demand driven. Molte delle innovazioni sviluppate nei laboratori non si sono poi trasformate in soluzioni pratiche“. Per Villarreal, “bisogna instaurare un dialogo proficuo tra ricercatori e agricoltori, perché siano questi ultimi a indicare i margini del percorso entro cui la ricerca si deve muovere”. La trasmissione della conoscenza però, precisa l’esperta Fao, non dovrà adottare un modello top-down, ma dovrà essere condivisa grazie a proficui modelli di comunicazione tra agricoltori.

Da dati emersi a Seeds & Chips, oggi su scala mondiale il 72% degli agricoltori coltiva un appezzamento di terra inferiore a un ettaro. Anche se il settore primario rappresenta ancora la colonna portante dell’economia dei paesi in via di sviluppo, deve essere riorganizzato sulla base di un modello che garantisca sostenibilità e una giusta retribuzione per chi decide di dedicare la propria vita alla terra. “Grazie alla collaborazione tra contadini, ricercatori e governi, in molti paesi dell’Africa, in Nepal e in India è stato avviato un programma chiamato scuba rice, il cui protagonista è una varietà di riso che può essere coltivato fino a otto settimane sotto la superficie dell’acqua. Oggi quattro milioni di contadini sono coinvolti nel progetto ed esso rappresenta solo una delle frontiere dell’innovazione collaborativa”, precisa Villarreal.

Per Lucas Simons, esperto di business e innovazione nel settore dell’agricoltura e dell’agritech, per la filiera agroalimentare si delinea un futuro in cui si dovrà produrre di più con meno risorse e ogni attore coinvolto nella filiera dovrà essere pronto a mettere in discussione il proprio ruolo, in virtù di un nuovo, ambizioso obiettivo comune: la sostenibilità.

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