Solo: A Star Wars Story non sembra nemmeno un film di Guerre Stellari

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I film di Guerre Stellari sono tutti condannati all’eccellenza. Non possono essere meno che fantastici, devono tenere alta una bandiera issata per la prima volta nel 1977 e da allora diventata mitologia. Devono ogni volta essere un evento memorabile. Si tratta di una condanna ingiusta (voluta e cercata dagli stessi produttori, sia chiaro) e un peso che nessuna saga e quasi nessun film potrebbe sul serio reggere. Ogni anno per giunta. Ma Solo: A Star Wars Story avrebbe fallito anche se l’obiettivo fosse stato solo di fare un film buono.

I nuovi Guerre Stellari sono stati per la maggior parte dei buoni film, hanno osato e in certi casi hanno allargato con coscienza la mitologia della Forza fino a farsi molti nemici per questo, si sono collegati con intelligenza ai precedenti e hanno anche trovato molto spesso quel connubio di fascino, azione, fantasy e fantascienza che aveva fatto e continua a fare il successo degli originali. Solo: A Star Wars Story è un’altra cosa, non ha davvero niente di Guerre Stellari se non Chewbacca e il Millennium Falcon. Non ha il tono, non ha quel mondo, non ha quell’impostazione né quel tipo di fascino. Al suo posto c’è qualcosa di più banale, cinema per ragazzi privo di inventiva, standard e scorrevole ma anche impotente.

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L’impressione, una volta finito Solo, è di aver guardato uno di quei sequel fatti solo per soldi e senza ormai più nessuno del team creativo originale, che ha perduto anche quel poco che era rimasto del primo in una rincorsa alla scarsa inventiva. Incontriamo Han Solo che vive come Oliver Twist, figlio di nessuno, adottato da una razza aliena (non diversissima da quella cui appartiene Jabba The Hutt, qui doviziosamente citato) assieme ad altri come lui e costretto da sempre a rubare per loro, maltrattato e imprigionato. Non ci vorrà molto perché il suo carattere abbia la meglio e comincino fughe e avventure.

Sapevamo già che questa sarebbe stata l’origin story di come Han Solo sia diventato quello che conosciamo in Episodio IV. Sapevamo che avrebbe dovuto conquistare il Millennium Falcon (vinto al gioco a Lando Calrissian, si dice in L’impero colpisce ancora) e che avrebbe dovuto conoscere Chewbacca, fino a diventare mercenario di professione. Purtroppo tutto questo avviene quasi subito, con una rapidità che non si accoppia di certo alla raffinata creazione di una mitologia e fornisce l’impressione di un dovere sbrigato in fretta. Han Solo, già dopo pochi minuti di film, è l’Han Solo che conosciamo, o meglio dovrebbe perché quella sfrontata arroganza non la conquista mai davvero.

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Come se fossero state scritte prima le scene d’azione e poi la sceneggiatura del film, le avventure che il protagonista e la sua banda vivono sono la parte migliore, appassionanti su carta anche se mai nella pratica, sembrano concepite e inventate davvero molto bene ma eseguite (scritte, interpretate e dirette) molto male. Pare impossibile ma non sembra nemmeno ci sia la mano esperta di un colosso della produzione come la Disney, tanto il film è privo di personalità e condannato all’oblio già a poco dalla sua fine. La sua unica realtà utilità potrebbe essere quella di mostrare a chi non abbia amato Il risveglio della forza quanto in realtà quel film di J. J. Abrams centrasse di ciò che deve essere un grande blockbuster.

Non c’è insomma davvero bisogno di essere dei puristi di Guerre Stellari (chi scrive non lo è) per rimanere semplicemente indifferenti davanti a questo filmetto d’azione scialbo e incolore, basta anche solo pretendere dal cinema ad altissima produzione un divertimento reale, sofisticato e allo stato dell’arte. O nella peggiore delle ipotesi qualcosa di diverso dal solito.

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