È possibile distinguere migranti economici da clandestini?

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Teniamoci alla larga dalla fantapolitica migratoria, cioè la pretesa insensata di gestire i flussi di persone distinguendo a scatola chiusa i migranti economici dai rifugiati ancora prima che partano alla volta dell’Italia (o dell’Europa). È una fascinazione, una suggestione che presuppone un controllo alla fonte praticamente impossibile da attuare.
E le ragioni sono sia politiche sia economiche. Partiamo dalle prime. L’immigrazione è trattata dall’Europa, ancora prima che dal nostro paese, come un’emergenza. Gli strumenti giuridici internazionali che permettono ai rifugiati, cioè alle persone in fuga da una minaccia esterna, di essere accolte in un programma di protezione sono stati disegnati negli anni Cinquanta (Convenzione di Ginevra e protocolli successivi) e basati su scenari conosciuti: guerre, persecuzioni politiche e razziali, minacce di morte. Di conseguenza il nostro approccio alla gestione dei flussi migratori è di stampo emergenziale.

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Tra gennaio 2016 e febbraio 2017, secondo dati UNCHR elaborati di Openmigration, in Italia le richieste di asilo per ottenere lo status di rifugiato sono state 119.670 contro le oltre 700mila fatte alla Germania. Delle nostre richieste, il più alto numero proveniva da persone scappate dalla Nigeria (oltre 27 mila) e il più basso dal Ghana (quasi 5 mila).
Tralasciando per un attimo il giudizio sulla qualità dell’accoglienza, tutto, dall’intervento della Guardia Costiera ai controlli alle frontiere passando per l’accoglienza a terra fino alle pratiche di autorizzazione per la richiesta d’asilo è disegnato per rispondere alla gestione del viaggio di chi scappa, fugge, per ragioni considerate serie, gravi. Oggettive.
Questo sistema è cioè concepito per rispondere alla richiesta di chi è potenzialmente un rifugiato, ma non di un migrante economico per cui in teoria dovrebbero esistere i normali canali di controllo e accoglienza civili usati da tutti noi che non siamo in pericolo di vita o non stiamo morendo di fame.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, spinge molto su questo punto e su questa distinzione: sostiene cioè che come paese coinvolto nell’emergenza immigrazione non possiamo utilizzare risorse e strumenti stanziati per l’accoglienza a favore di chi non ha serie e gravi ragioni alla base della propria dipartita dalle coste africane, da quelle mediorientali e via dicendo.
C’è però un problema in questa visione. O più d’uno. Il primo è che le risorse sono appunto stanziate per verificare la sussistenza delle condizioni di rifugiati: come si fa a distinguere prima dell’accoglienza (in mare o a terra) un rifugiato da un migrante economico? È la stessa UNCHR  a ricordare che quelle regole scritte negli anni Cinquanta, per fortuna,  hanno maglie abbastanza flessibili da ricomprendere anche cause di fuga non inizialmente previste: questo vuol dire che per valutare quale sia la causa per cui una persona scappa dal proprio paese e capire se sia oggettiva occorre sentire prima la sua versione, le sue ragioni, valutare cosa sta accadendo nel luogo da cui è scappata. E questo implica effettuare controlli post viaggio e non prima, possibilmente con un esercito di esperti e anche di mediatori culturali.

E qui arriviamo alle ragioni economiche dell’insostenibilità della fantapolitica migratoria. Se l’obiettivo è bloccare i flussi dei soli migranti economici sul nascere, il programma si incaglia sulle risorse per attuare questi controlli. Tagliare fondi necessari a stabilire proprio chi ha diritto di entrare in Italia da chi invece non ce l’ha, è un controsenso. Inoltre, distinguere prima, con controlli mirati, un migrante economico  (semplicemente, una persona in cerca di migliori opportunità di vita ma non in pericolo) da un rifugiato non è possibile: l’Italia non può esercitare un potere di polizia in un paese straniero, sarebbe una violazione di sovranità (ricordate cosa è successo a Bardonecchia quando i gendarmi francesi hanno effettuato controlli migratori che non potevano eseguire perché, appunto, non erano in Francia ma in territorio italiano?).

Certo, si possono fare accordi con i paesi d’origine. E qui arriviamo alle ulteriori ragioni economiche dell’impossibilità della fantapolitica migratoria. Secondo la Corte dei Conti la gestione di questa accoglienza e  di queste richieste ci è costata già 2 miliardi e mezzo di euro. È vero che una percentuale bassa rispetto alle richieste iniziali sfocia nel riconoscimento dello status di rifugiato “puro”, per così dire, ma quello che non viene spiegato è che in realtà esistono almeno altri due tipi di riconoscimento, graduati e sussidiari, e sempre assimilabili allo status di rifugiato che l’Italia può concedere: se mettiamo insieme il tutto scopriamo ad esempio che tra il 2013 il 2015 in media oltre il 50% delle richieste di asilo degli stranieri in Italia è stata accolta positivamente. Il che vuol dire che le verifiche  funzionano – certo, di può fare meglio – e  che non ci sono più migranti economici che rifugiati reali nella Penisola. C’è chiaramente anche una quota che sfugge a ogni tipo di controllo e solo in quel caso rientriamo nella sfera della clandestinità. Ma anche qui, sapere per quale motivo reale una persona fugga non può pregiudicare il suo trattamento umano e la sua protezione. E se proprio non vogliamo “sprecare” soldi nei controlli a casa nostra, servirebbe in ogni caso investire massicciamente per aiutare i paesi d’origine a mettere in piedi sistemi di monitoraggio e controllo anti terrorismo interni, utili a tutti e non basati su sistemi dittatoriali o lesivi dei diritti umani.

Una realpolitik, o meglio ancora una seria politica di gestione dei flussi migratori, è solo quella che lavora sull’accoglienza interna e non pretende di sostituirsi alla sovranità di altri Stati né di leggere nella sfera di cristallo, nella testa e nell’animo di chi sfida mare e morte pur di non restare bloccato nel paese d’origine. È quella politica che ascolta e vede l’immigrazione come opportunità e non solo come emergenza.

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