Perché abbiamo paura dei robot?

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Che effetto vi fa osservare Spotmini, un robot a quattro zampe che corre in un giardino e punta il muso dritto verso la telecamera che lo inquadra? Vi impressiona vedere dei robot che aprono le porte, saltano e fanno capriole per aria o che vengono maltrattati dai loro programmatori?

Se la risposta a quest’ultima domanda è positiva, sappiate che non siete i soli: secondo una ricerca di Pew Research, il 70% degli statunitensi prova diffidenza e preoccupazione nei confronti dei robot. Un timore talmente diffuso che per descriverlo è stato coniato il termine “robofobia“.

Forse è anche per questa ragione che Google – annunciando, nel 2016, di aver messo in vendita la startup Boston Dynamics (produttrice di Spotmini e tutti gli altri robot sopracitati) – aveva spiegato come “da parte della stampa specializzata c’è molta attenzione, ma iniziamo anche a vedere una serie di commenti negativi, di persone spaventate da questi robot”. Meno di un anno dopo, Boston Dynamics sarebbe stata acquistata dalla giapponese Softbank; sollevando qualche ironia sul fatto che nel Sol Levante – cresciuti a pane e Mazinga – i robot fanno molta meno paura che altrove.

Ma perché suscitano tutto questo timore? Un ruolo potrebbe averlo giocato la fantascienza, che fin dagli anni ’20 (epoca in cui Karel Capek coniò il termine “robot” per il suo dramma R.U.R) fino ad arrivare a Terminator, ci ha bombardato di opere in cui intelligenze artificiali, cyborg e quant’altro hanno sempre un solo obiettivo: assoggettare l’essere umano.

Terminator

Ci sono però ragioni molto più razionali per cui un’elevata percentuale di persone non vede di buon occhio la diffusione di robot sempre più evoluti. Prima di tutto, la questione lavorativa: secondo i calcoli della Bank of America, il 47% dei lavori può essere automatizzato. E tra questi lavori, alcuni rischiano di andare incontro a una vera e propria apocalisse.

Per esempio, il mestiere del camionista: “Negli Stati Uniti ci sono 3,5 milioni di camionisti”, scrive lo Spectator. “Pensate a questi uomini che fanno su e giù per il paese distribuendo soldi nei bar, nei ristoranti, nei motel, alle pompe di benzina. Ora, considerate il fatto che Daimler ha appena dato vita al suo primo camion che si guida da solo. Una volta acquistato, non richiede nient’altro che manutenzione e benzina. Ogni autista invece costa 40mila dollari l’anno”.

E non sono certamente solo i camionisti (o i tassisti) a temere l’avvento delle auto autonome e della altre macchine intelligenti: software che lavorano negli studi legali, che diagnosticano le malattie con più precisione di un medico, che scrivono articoli (brevi, per ora), decidono quale candidato assumere o a chi erogare un mutuo; il timore è che a breve, per l’uomo, non ci sarà più spazio. Non solo: il fatto che questi software stiano diventando sempre più intelligenti – e stiano iniziando a imparare da soli (com’è il caso di AlphaZero) – sta diffondendo il timore che, nel giro di qualche anno, si possa davvero arrivare alle cosiddette intelligenze artificiali generali; macchine in grado di eguagliare l’uomo sotto ogni aspetto.

Da lì, il passo per arrivare alla superintelligenza e all’obsolescenza dell’uomo sarà molto breve (come si spiega nel libro Superintelligence del filosofo Nick Bostrom, recentemente tradotto da Bompiani). Ma hanno senso queste paure? “Il primo problema è che si confonde l’intelligenza con la motivazione”, ha scritto Steven Pinker su Popular Science. “Anche se inventassimo dei robot dall’intelligenza sovraumana, perché mai dovrebbero schiavizzare i loro padroni e conquistare il mondo?”.

blade runner

Soprattutto, siamo davvero sicuri che questa superintelligenza sia proprio dietro l’angolo? Per il momento, anche le tecniche più evolute di deep learning (che sono alla base dell’intelligenza artificiale odierna) consentono solo di eseguire calcoli statistici estremamente accurati, grazie alla mole immensa di big data forniti ai software e alla potenza di calcolo sempre crescente dei computer.

“I progressi non derivano da una migliore comprensione del funzionamento dell’intelligenza, ma dalla forza bruta (cioè la capacità di tentare in rapidissima sequenza centinaia di migliaia di combinazioni diverse finché non si indovina quella giusta, nda) di chip sempre più veloci e di big data sempre più grandi”, prosegue Pinker. “La conoscenza si conquista formulando spiegazioni e testandole nel mondo reale, non facendo girare un algoritmo sempre più rapidamente. Divorare informazioni su internet non porterà all’onniscienza”.

Sintetizzando al massimo, la conoscenza e l’intelligenza non sono una questione quantitativa (sempre più dati processati sempre più velocemente), ma qualitativa. E da questo punto di vista, non sono stati fatti grandi progressi (tanto è vero che alcuni scienziati iniziano a mettere in discussione le attuali tecniche di intelligenza artificiali che loro stessi hanno contribuito a creare).

Rassicurazioni razionali che, però, è difficile tenere a mente quando si incontrano robot come Sophia o Erica; in grado di conversare con naturalezza e dalle sembianze incredibilmente umane. Di fronte a queste persone artificiali, avvertiamo un misto di fascinazione e repulsione; tanto è vero che alcuni sociologi hanno coniato il termine “uncanny valley”, per descrivere l’inquietudine che l’uomo prova di fronte a robot fin troppo simili all’uomo. Fondamentalmente, secondo questa teoria, più un robot assomiglia e si comporta come un essere umano, più siamo portati a empatizzare con lui; fino a che non si arriva a una certa soglia (appunto, la “valle dello stupore”) superata la quale il robot ci sembra misteriosamente troppo umano e quindi inquietante.

“Non è del tutto chiaro perché questo avvenga. Potrebbe essere una reazione evoluzionista, in cui i nostri sensi individuano delle caratteristiche in qualcuno (o qualcosa) che solleva l’allarme”, si legge su Inverse. “Potrebbe anche essere una risposta istintiva del nostro cervello, che cerca di risolvere la dissonanza cognitiva causata dal vedere qualcosa che sembra un uomo ma sappiamo non esserlo”.

Trovarsi di fronte a un robot che capisce ciò che gli diciamo, ci risponde con naturalezza, sorride, si offende e sembra provare emozioni, insomma, è un po’ troppo. Arrivati a questo punto, è inevitabile porsi una domanda: i robot possono provare emozioni? Solitamente, diamo per scontato che questa sia una capacità esclusivamente umana che i robot non potranno mai possedere. Come può un oggetto, per quanto evoluto, avvertire rabbia, gioia, paura, invidia o altro?

Non tutti sono d’accordo con questa visione. Joseph LeDoux, un neuroscienziato della New York University, descrive le emozioni come dei “circuiti per la sopravvivenza” che esistono in tutti gli esseri viventi. Un organismo semplice come un’ameba o complesso come una persona reagisce agli stimoli ambientali in un modo che rende più probabile la sua sopravvivenza e riproduzione. Sono questi stimoli ambientali che attivano i circuiti di sopravvivenza, che a loro volta – attraverso i neuroni – producono comportamenti emotivi che aumentano le nostre chance di sopravvivere (la paura che ci fa scappare) o di riprodurci (la gioia per aver conosciuto qualcuno che ci piace).

L’emozione, secondo LeDoux, è uno stato fisico. E allora cosa dovremmo pensare di un robot che disobbedisce all’ordine di buttarsi giù dal tavolo, perché sa che in questo modo si danneggerebbe? Sta solo reagendo ai comandi scritti nel suo software o sta provando un’emozione (la preoccupazione)? E se le cose stanno come le ha descritte LeDoux, c’è davvero differenza?

Questo robot si è davvero suicidato?
Questo robot si è davvero suicidato?

Senza sconfinare in territori a metà strada tra la fantascienza e la filosofia, è però importante notare come già oggi i più grandi progressi – dal punto di vista del rapporto tra esseri umani e intelligenze artificiali – riguardano la capacità dei robot di identificare le emozioni umane e rispondere di conseguenza. Wendi Heinzelman, docente di Ingegneria informatica all’università di Rochester (e consulente di Apple), sta sviluppando un algoritmo in grado di riconoscere le emozioni basandosi sul tono di voce dell’interlocutore.

Niente di particolarmente nuovo, in verità; si tratta degli stessi meccanismi che consentono all’algoritmo di Google di capire che in una foto è presente un gatto o a quello di Spotify di classificare le canzoni per genere. A furia di assimilare dati – in questo caso, le diverse tipologie di tono usate dagli esseri umani, etichettate in base alle emozioni che descrivono – l’algoritmo impara che la rabbia, la felicità o la paura modificano il tono della nostra voce e scopre come riconoscere le varie sfumature.

Questa abilità delle AI ha però un’applicazione pratica molto importante; soprattutto considerando come, già oggi, in Giappone i robot vengano utilizzati per tenere compagnia agli anziani. La capacità di individuare le nostre emozioni, infatti, permetterà loro di conoscerci sempre meglio e intrattenere con noi relazioni sempre più vere (o almeno verosimili). Lo stesso vale per i cosiddetti sex robot, che – per quanto controversi – potrebbero in futuro diventare anche uno strumento di aiuto per persone afflitte da isolamento sociale, che hanno avuto gravissime delusioni affettive o che, per altre ragioni, non sono più in grado di intraprendere una vera relazione.

Una versione che però non convince Kathleen Richardson, docente di Etica e Cultura Robotica, che a Wired Italia spiega: “La solitudine delle persone non si risolve con le macchine, ma solo con altre persone. Gli animali, semmai, possono alleviare la solitudine degli esseri umani, perché abbiamo molto in comune con loro e proviamo affetto nei confronti degli esseri viventi. Le macchine ci possono distrarre, ma la distrazione non smette di farci sentire soli. La solitudine si risolve ritornando a una società che valorizzi i rapporti tra le persone. Più robot portano invece a un maggiore isolamento e quindi a una maggiore solitudine”.

Invece di preoccuparci di scenari fantascientifici da rivolta delle macchine, dovremmo forse temere una società talmente atomizzata e disgregata da immaginare che in futuro saranno i robot a tenere compagnia ai nostri parenti più anziani o a svolgere il ruolo di amanti. E che addirittura potrebbero diventare i migliori amici dei bambini o sostituire i cani o i gatti come animali d’affezione. Questo sì che può far paura, ma in questo caso il colpevole è esclusivamente l’uomo.

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