Migranti, affidarsi alla Guardia costiera libica significa lavarsene le mani

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migrantiChiudere i porti alle ong, scoraggiando anche i soccorsi delle imbarcazioni mercantili e mettendo spesso in crisi perfino la nostra Guardia costiera. Pretendere che a soccorrere i naufraghi nel Mediterraneo sia la sedicente Guardia costiera libica: un microscopico corpo non si capisce quanto slegato dalle milizie che comandano dall’altra parte del Mediterraneo e che ha a disposizione quattro motovedette riciclate dalla nostra Guardia di Finanza. Ma di cui evidentemente non ci si può fidare, come d’altronde non ci si può fidare di uno Stato fallito, visto che un’organizzazione istituzionale non esiste. Il primo punto, e la prima responsabilità dell’esecutivo italiano, è questa: illudere i cittadini che Fayez al-Sarraj controlli qualcosa in più del letto in cui dorme. E che gli uomini di Abujella Abdul-Bari e Ayub Qassim possano davvero occuparsi di un fenomeno simile e pattugliare 600 chilometri di costa più la zona Sar di loro competenza.

Secondo punto. Ignorare chi sia davvero la Guardia costiera libica. Fino al recente passato un’accozzaglia di personaggi di cui sono stati provati incidenti e violazioni di ogni genere, dagli speronamenti ai colpi di arma da fuoco verso le navi delle ong fino ai maltrattamenti subiti dai migranti, d’altronde già massacrati nei lager libici. Senza dimenticare la collaborazione con i trafficanti e i gestori di quegli stessi “centri di detenzione” da incubo. Un sistema, insomma, di cui la Guardia costiera ha fatto parte fino a ieri e da cui forse può essersi in minima parte sganciata con i recenti addestramenti nel contesto della missione europea Sophia, che hanno privilegiato gli uomini segnalati dal “governo” Sarraj.

Ma, appunto, non lo sappiamo, non ne siamo sicuri, non sappiamo neanche di chi parliamo quando parliamo di Guardia costiera libica, come spiegava meno di un anno fa Luca Misculin in una lunga inchiesta sul Post, raccontando come alcuni analisti stimino che fuori da Tripoli ce ne sia una per ogni città della costa. Siamo invece sicuri dei documenti circolati nei mesi scorsi in cui dal comandante del corpo legato a Tripoli e dai suoi sottoposti vengono usate armi contro i migranti soccorsi. “Ci fidiamo di uno Stato libico? No, perché uno stato non esiste – risponde oggi una fonda diplomatica a Repubblicain questo gioco noi stiamo provando a stabilizzare la parte migliore di alcuni apparati, come la Guardia costiera e la Marina”. Che siano la parte migliore è tutto da chiarire. Senza dubbio non hanno mezzi, uomini, competenze e formazione per fare ciò che si pretende facciano. Né un accettabile controllo istituzionale.

Alla stessa maniera, siamo sicuri di ciò che ha denunciato ieri la ong spagnola Pro Activa Open Arms con i suoi video e le sue foto raggelanti: uno scenario apocalittico legato a un’operazione di “soccorso” che ovviamente, come altre storie simili, difficilmente verrà chiarita. Uno strano intreccio che coinvolgerebbe appunto, secondo la ong che è intervenuta salvando una superstite camerunense, la Guardia costiera libica a cui quella italiana avrebbe lasciato il coordinamento dell’intervento. E che sarebbe costata la vita a un bambino e a una donna, i cui cadaveri gonfi d’acqua e bruciati dalla benzina hanno fatto ieri il giro delle nostre coscienze. Perché, una volta tanto, ce li hanno fatti vedere.

Ne muoiono infatti tantissimi di migranti in mare. Secondo l’Oim nei primi mesi dell’anno sulla rotta Italia-Libia 1.104, la metà dei quali (564) solo a giugno. Mese in cui, con l’esordio del governo pentaleghista e la nuova politica dei portichiusi, è iniziata un’escalation drammatica: da quel momento è morta una persona ogni sette che ha tentato di raggiungere l’Italia, la percentuale più alta di sempre. Numeri per giunta da rivedere al rialzo: senza il lavoro delle ong e con il marcato disinteresse delle nostre forze marine il Mediterraneo centrale è diventato un angosciante buco nero dal quale, ogni tanto come nelle ultime ore con la Sarost 5, spuntano imbarcazioni cariche di migranti che nessuno è in grado di soccorrere per un gioco di squallidi veti incrociati.

Se senza l’intervento dell’Italia, o con un suo forte ridimensionamento, il quadro è quello che è, significa che l’Italia e i suoi corpi sono fondamentali e non c’è nessuno che possa sostituirne il ruolo, con tutti gli errori che possono essere stati fatti anche in passato. Giusto chiedere ricollocamenti e condivisione di responsabilità con l’Europa (magari anche ai propri amichetti fasciosovranisti), disumano scaricare il proprio ruolo di leadership nelle operazioni di soccorso. Specie se dall’altra parte non c’è nulla e nessuno su cui scaricare qualcosa. Perché la Libia non è, e non sarà se non forse fra molto tempo, un porto sicuro.

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