Cruïlla di Barcellona, il piacere del godersi un festival musicale

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Cruilla

Non ditelo troppo in giro ma il festival Cruïlla di Barcellona sembra fatto apposta per consolare le pene d’amore di chi, pensando di aver trovato nel Primavera Sound il partner della vita, da qualche anno è in fase “prendiamoci una pausa di riflessione” o, peggio, ha messo fine alla relazione, perché quello ha iniziato a uscire un po’ con tutti, perché è diventato troppo famoso, troppo enorme, troppo trendy, troppo affollato, troppo selfie, troppo tutto.

La città del Cruïlla è la stessa, Barcellona; stessa location in pieno centro, il Parc del Forum; stesso periodo, più o meno; stesso campo da gioco musicale, visto che gli headliner di questa edizione erano Jack White, David Byrne, The Roots, Prophets of Rage, N.E.R.D., Gilberto Gil, Justice, Lp, Damian Marley. Insomma, non si può venire al Cruïlla senza fare un confronto col più famoso Primavera Sound. Anzi, insieme alla succulenta lineup, fare un paragone tra i due è stato il motivo per cui abbiamo deciso di tornare a Barcellona: per osservare i risultati di questo esperimento di antropologia musicale, in cui due festival gemelli (diciamo fratelli, visto che il Primavera Sound è nato nel 2001 e il Cruïlla, nel 2005) sono stati separati alla nascita e fatti crescere in contesti diversi.

Arrivati il Primavera alla maggiore età e a nove edizioni il Cruïlla (quattro non si sono tenute nei primi anni) la vera, grande differenza tra i due festival sta soprattutto nelle dimensioni: oggi il Cruïlla è come un Primavera in piccolo, come doveva essere agli inizi. Occupa meno della metà dell’area del Forum, i palchi sono solo 5 (invece che 15) e vicini tra loro, quindi niente maratone chilometriche per spostarsi da un’esibizione all’altra e niente piedi di cemento armato già a metà serata.

È tutto un pò più rilassato, a cominciare dal pubblico: la sensazione è che si viene qui per vedere e non per farsi vedere, per la musica e basta, non c’è la massa modaiola di hipster scandinavi, modernitos catalani, copywriter inglesi e art director milanesi che ormai ingolfa il Primavera, niente look pazzissimi né sacche di Rough Trade a uso ridere, niente influencer col braccio del selfista, niente fedora a tesa larga, neanche col sole, né occhiali scuri formato Xl o jeans skinny neri con 40 gradi all’ombra. In tre giorni avvistata solo una modella, un pò spaesata e nemmeno top. Nessuna celebrity. Insomma, a meno che il marsupio non diventi improvvisamente un accessorio trendy, il giorno dopo è inutile andare cercare su internet le gallery con gli outfit più cool visti al Cruïlla. Anzi. La maggior parte del pubblico, in prevalenza catalano, è vestita normalmente, pure troppo, come usa a Barcellona. Molti indossano addirittura scarpe comode. Alcuni sudano anche.

La seconda grande differenza, conseguenza della prima, è che c’è un terzo della gente e, per assistere a un concerto, non solo non bisogna guadare fiumi di umanità in transumanza da uno stage all’altro ma si può comodamente arrivare sotto il palco anche cinque minuti prima che lo show inizi: un vero lusso.

Ai vantaggi delle piccole dimensioni non si fanno poi da contrappeso rovesci di medaglia: l’organizzazione del festival è impeccabile sotto tutti i punti di vista, dai trasporti alla logistica fino ai cessi chimici. Un braccialetto magnetico, su cui ricaricare tutti gli euro che si vuole, basta per fare tutto: si entra, si esce e si prendere da bere o da mangiare senza dover mai aspettare più di cinque minuti. Molto più tempo si impiega a decidere dove nutrirsi, vista la proposta di street food, ampia, che va dal cibo orientale al panino con la porchetta (provata: ottima).

Di tempo non se ne perde invece a scegliere quali concerti andare a vedere: lontanissimo dal gigantismo del Primavera, con i suoi oltre 100 artisti spalmati in 3 giorni, la proposta musicale del Cruïlla è ottima ma non abbondante. Il vantaggio è che non ci si ritrova mai nella dolorosa situazione di dover scegliere a quale artista rinunciare tra i due (a volte anche tre) che, causa sovraffollamento, spesso si esibiscono in contemporanea. Minore quantità non equivale a minore qualità: musicalmente il Cruïlla continua a migliorare di anno in anno, e se le passate edizioni hanno visto esibirsi artisti come Iggy Pop, Damon Albarn, Robert Plant, Franz Ferdinand, Ben Harper, dEus o Prodigy, quest’anno il festival è stato aperto da un grandioso Jack White, pallido, in stato di grazia e in lotta contro il sole, che ha provato a oscurare, riuscendoci, con un set che avremmo voluto durasse ben oltre il calare delle tenebre. Purtroppo per noi non catalani Mr White ha dovuto concludere alle 22:30 per lasciare il posto d’onore a tale Bunbury, un Ligabue locale che testimonia quanto il festival punti ancora, e molto, sul pubblico di casa più che su quello estero.

Il giorno dopo il compito di aprire le danze è toccato ai N.E.R.D., piuttosto deludenti nonostante i bassi pompati a livelli da arma non convenzionale, con un set poco coinvolgente che ci ha lasciato col dubbio (e non è la prima volta) che il divo Pharrell, dentato d’oro, sia ormai una specie di influencer in salsina hip-hop: un re Mida molto più cool nelle foto sui social o in qualche show televisivo che su un palco davanti a un pubblico vero, dove purtroppo barare non si può. Dal vivo l’energia o arriva o non arriva ed è inutile, ai limiti della figuraccia, invitare il pubblico a creare un moshpit per pogare: quelle sono cose che succedono spontaneamente, se la tua musica e la tua energia sono sufficienti a innescare la bomba. Se no, non succedono. Punto. Hai voglia a chiedere.

Nemmeno a farlo apposta, se n’è avuta clamorosa dimostrazione pratica poco più di un’ora dopo quando, sullo stesso palco, sono saliti i Prophets of Rage, super band composta da tre quarti di Rage Against The Machine, senza Zack de la Rocha ma con Chuck D dei Public Enemy e B-Real dei Cypress Hill al microfono: più che una scaletta una smitragliata di bombe nucleari che ha fatto esplodere un pogo selvaggio (e spontaneo) e ininterrotto durante tutto lo show, concluso dalla madre di tutte le bombe, Killing in the name. Una lectio magistralis su cosa vuol dire avere presenza scenica, impartita dai due professori dell’hip-hop affiancati da un Tom Morello che, nonostante la mano ancora fratturata e suturata, ha consumato lo stesso la sua chitarra a forza di assoli, all’occorrenza fatti anche con la bocca. Uno show fine-di-mondo, di quelli che dopo non può esserci nient’altro, tutti a casa. Fortunatamente, una scaletta intelligente aveva permesso a un mito del tropicalismo come Gilberto Gil di salire sul palco prima della tempesta, con un’esibizione che ha irradiato gioia e alegria su un mare di folla adorante. Preferito, causa contemporaneità dei due showcase, a Lp: che sarà anche brava, ma su chi scegliere tra i due, nessun dubbio.

Nessun dubbio neanche il giorno dopo, quando il menù principale proponeva i Justice in tarda serata, preceduti da The Roots e David Byrne: bravi come al solito i primi, bravissimi come al solito i secondi, ma la scena, il banco, tutto il festival, se li è presi Mr Talking Heads, con uno show semplicemente strepitoso, minimale e sontuoso allo stesso tempo, destrutturato e monolitico, elegantissimo e rilassato, intelligente e fanciullesco, che ci ha fatto tornare a casa con l’acquolina in bocca pregustando già il Cruïlla dell’anno prossimo. Un gran bel piccolo festival insomma. Non ditelo troppo in giro però.

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