Jason Statham, l’ultimo action hero

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statham sharkSchwarzenegger senza culturismo, Stallone senza petto nudo, Van Damme senza arti marziali. È arrivato a fine anni Novanta nel cinema e, da inizio Duemila, ha preso il posto che occupa tutt’ora, quello di ultima star action classica, in un’epoca in cui il corpo non va più esibito ma usato. Jason Statham fa i suoi stunt da sé, e non sono puro esibizionismo come le spaccate di Van Damme, né “controllati” come quelli di Stallone. Sono stunt estremi, veri. Del resto è l’unico tra gli eroi d’azione occidentali a essere un’atleta prima di tutto, come avviene per la maggior parte degli attori che fanno cinema d’arti marziali in Oriente.

Tuffatore di livello olimpionico anche se alle olimpiadi non c’è mai andato – era nel team britannico dei giochi del Commonwealth del 1990  – e ballerino in slip leopardato per videoclip musicali, Statham è stato scoperto da Guy Ritchie che lo butta nell’arena di Lock & Stock nel 1998, già con un ruolo da protagonista. Lui che ama molto gli ex atleti (nel film c’è anche il calciatore Vinnie Jones) capisce subito la grana del personaggio. Lock & Stock è un successo grandissimo e ne beneficiano tutti, in primis la sua faccia da borgata. Barba sfatta da bar, ringhio da vicolo.

Shark – il primo squalo, oggi in sala, lo mette sott’acqua a combattere squali immensi con un’aria impassibile da duro vecchio stile che lo rende l’erede ideale di Lee Marvin e Charles Bronson, quel genere di attori che non può essere mai davvero buono fino in fondo (ogni volta che Statham ride, viene l’impressione che stia soffrendo tantissimo).

Dopo Guy Ritchie è comparsa per Brian De Palma in Fantasmi da Marte. In The One (il film in cui Jet Li combatte tanti altri Jet Li) si avvicina al mondo delle arti marziali che aveva praticato da giovane, prima dei tuffi. Ma è nel 2002 che nasce il suo mito, l’anno in cui il produttore commerciale migliore dei nostri tempi, Luc Besson, fa quello che sa fare meglio: trova la casella giusta per l’attore giusto. Con The Transporter gli cuce un film addosso e fonda quello che Statham sarà. Cinema d’azione con poco montaggio, la storia lo vede autista a nolo per operazioni criminali, rimarrà truffato e dovrà lottare per rimanere vivo. La particolarità è che tutti gli stunt sono fatti in prima persona. Jason Statham non è un attore di un film d’azione, Jason Statham fa l’azione.

È lui a correre e a sfondare porte, è lui a darsele di santa ragione con le comparse. Inquadrature a figura intera, piani lunghi, volto sempre ben visibile. Non si scappa. Da lì la sua carriera svolta e diventa la star del cinema di serie B. Produzioni svelte in cui la trama si ripete, ma è sempre un successo.

Nel 2006 partecipa al film di due esordienti a budget ben più basso di quelli ai quali è abituato, qualcosa che poteva tranquillamente rifiutare ma che lo alletta, perché “la storia è troppo Statham”: un uomo a cui è stato iniettato un veleno, può rimanere in vita solo se tiene l’adrenalina alta, lo farà in tutti i modi andando a caccia di chi l’ha avvelenato. Un film tutto di corsa. È la santificazione di un attore pronto a tutto per fare cinema d’azione vero.

Non è un caso che in anni più recenti da lui sia venuta la vera grande critica al cinema dei supereroi. È stato infatti l’unico a dire che come cinema d’azione è ridicolo. Tutti davanti un green screen con mille controfigure “anche mia nonna può farlo”.

Non è insomma un caso se, in quella celebrazione dell’età dell’oro del cinema d’azione che è I mercenari, Sylvester Stallone (il “master of ceremonies” dell’evento) lo abbia convocato tra i protagonisti, unico tra gli attori di oggi in mezzo a vecchie glorie. Fast & Furious lo vuole nella sua famiglia, le commedie d’azione come Spy lo cercano perché per prendere in giro l’uomo d’azione serve il volto tipico del genere, e quel volto è ormai il suo.

Probabilmente  trent’anni fa per raggiungere questo status, uno come Jason Statham sarebbe dovuto passare per altri tipi di film, per grandi imprese come Rambo o per eccessi come Commando, invece la sua carriera ha dimostrato che viviamo in altri anni, in cui l’azione si è fatta tecnica e più pura, in cui non importano i grandi budget, serve semmai qualcuno che non ci metta solo la faccia ma tutto il corpo, senza esibirlo ma facendolo lavorare duro.
Gli anni di Jason Statham.

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