11 contraddizioni di giornali e politici sulla riforma del copyright

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granma

Quando telegiornali e quotidiani dedicano ampio spazio alla riforma europea del copyright, allora vuol dire che quella che un anno fa era solo un tema da addetti ai lavori è diventato di interesse nazionale.

Ma un dubbio sorge dopo i numerosi editoriali della carta stampata e le prese di posizioni politiche: chi ha voluto così fortemente questa riforma, ne ha compreso a fondo l’impatto, oltre che il significato pratico?

Perché numerose sono le contraddizioni del mondo dell’editoria che ha festeggiato l’approvazione dell’Art.11 della riforma del copyright, quello con cui si chiede che le piattaforme paghino una licenza per poter utilizzare economicamente i link alle notizie degli editori. Sottolineiamo: i link agli articoli, non gli articoli.

1. La tesi dei favorevoli: Chi aggrega notizie mettendo insieme gli snippet (estratti che contengono un’immagine, il titolo e un paio di righe di sunto) guadagna dai dati e dal traffico col lavoro dei giornalisti e di chi crea quelle notizie.
Commento:Vero? Sì. Ha senso farli pagare? Vediamo. Un aggregatore (Google News, FlipBoard, Feedly etc.) confeziona un prodotto che raccoglie le notizie di più giornali online, filtrati per argomento o in base alle preferenze dell’utente. Questi aggregatori, spesso più d’appeal esteticamente rispetto ai giornali online, rimandano il lettore alla fonte, cioè al giornale. Se voi trovate lo snippet di Wired, è poi su Wired che leggerete la notizia e Wired monetizza dai banner pubblicitari. E quando invece leggo l’articolo direttamente su Google News? In quel caso c’è già un accordo commerciale in essere tra Google e l’editore.

L’altra cosa interessante è che, casomai non fosse già abbastanza ovvio, c’è uno studio richiesto dalla Commissione Europea, ma mai pubblicato, che mostra come gli aggregatori fanno bene ai giornali e si raccomanda una maggior collaborazione tra i due soggetti. Studio che, come denunciato dall’eurodeputata dei Verdi Julia Reda, se fosse venuto fuori un anno fa avrebbe potuto aiutare meglio gli eurodeputati a comprendere certe dinamiche sull’informazione in rete.

2.La tesi dei favorevoli: Google deve pagare perché sfrutta il nostro lavoro giornalistico.
Commento: E allora perché sulle pagine del Corriere in queste settimane abbiamo trovato la pagina acquistata dalla FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) per votare a favore della riforma e contro Google, e un’altra volta quella della pubblicità che invita a scaricare Google News per leggere meglio il Corriere? Ad evidenziare la contraddizione ci ha pensato Matteo Rainisio, che di lavoro non fa il lobbista, ma l’editore di testate locali, e a cui questa riforma non piace per nulla.

3. La tesi dei favorevoli: Spesso il lettore si ferma al titolo e all’immagine e non clicca il link, quindi il giornale non guadagna.
Commento: Da quando è un obbligo leggere una notizia che non è interessante o magari che si presenta male? Da non dimenticare che alcuni giornali dividono le notizie in dieci pezzi per fare più click, rendendo l’esperienza di lettura online, soprattutto da mobile, estremamente frustrante.

4. La tesi dei favorevoli: Le piattaforme pagheranno sicuramente perché guadagnano miliardi e non pagano le tasse.
Commento: In Spagna, dove è stata approvata una legge simile, Google ha deciso di non pagare e ha chiuso il servizio Google News Spagna con conseguente calo di traffico per gli editori spagnoli. Se il problema sono le tasse, che si faccia una norma europea per fare pagare le tasse in modo più equo, ma questo ovviamente non c’entra con il copyright.

5. La tesi dei favorevoli: Abbiamo bisogno di questa norma per fare del buon giornalismo e combattere le fake news.
Commento: Tralasciando il fatto che spesso sono i quotidiani a non verificare le notizie e a fare strafalcioni senza chiedere venia, torniamo un attimo al punto di cui sopra. Se i giganti non pagano, sui social ci saranno solo notizie extraeuropee. E dove si fabbricano le fake news? Stati Uniti e Russia, che non sono nell’Ue. Aggiungiamo l’alto tasso di analfabetismo funzionale in Italia e si potranno tranquillamente creare blog in Russia, scritti in italiano, senza però l’argine dei giornalisti professionisti che possano smantellare le notizie false.

6. La tesi dei favorevoli: Questa è una vittoria per il giornalismo.
Commento: Se così fosse tutti i giornalisti dovrebbero essere contenti. Però non è così. Questa è una norma per i grandi gruppi editoriali ma non per i piccoli. Il piccolo editore, l’editore locale, l’editore puro online, vive di condivisione sui social, di feed. Se la licenza non viene pagata semplicemente uscirà dal mercato. E dov’è la vittoria in questo? Quella che si vede è meno concorrenza a favore dei grandi gruppi editoriali che sono già conosciuti e non devono trovare una propria nicchia.

7. La tesi dei favorevoli: È falso chiamarla una link tax e i cittadini non dovranno pagare nulla.
Commento: Sì, i cittadini non dovranno pagare economicamente, ma il prezzo potrebbe essere molto più alto. Se la piattaforma non paga, ed è già successo in alcuni casi, l’utente non potrà condividere i link con conseguente lesione del suo diritto a ricevere informazioni e a darne.

8. La tesi dei favorevoli: È stato introdotto un emendamento che aggiunge un’eccezione per l’uso privato, non commerciale.
Commento: Vero, l’emendamento c’è. Però internet è cambiato e il boom dei blog è cosa lontana. Oggi in moltissimi casi gli utenti considerano il proprio profilo social il proprio spazio privato. Solo che i social sono piattaforme commerciali quindi l’eccezione non si applicherebbe, limitando ancora una volta la libertà degli utenti di condividere (link alle) notizie, come confermatoci da Julia Reda.

9. La tesi dei favorevoli: Per noi è importante che chi crea sia pagato per il lavoro che fa senza che altri se ne approfittino creandoci un business.
Commento: Quando i principali quotidiani nazionali prendono video virali da Facebook e YouTube e li caricano sul loro sito senza avvisare l’autore e mettendoci la pubblicità, esattamente, in che modo tengono fede a quanto dichiarato sopra?

Il Gruppo editoriale GEDI (Repubblica, L’Espresso) l’anno scorso ha perso in giudizio con Mediaset perché caricava sul suo sito dei loro video (124) mettendoci la pubblicità per un incasso complessivo per il periodo contestato di 17mila euro. La scusa era il diritto di cronaca, giustificazione che non ha retto in tribunale che ha ben distinto la cronaca dall’intrattenimento.

La giustificazione comunque non regge neanche se fosse vera. Un giornale può inserire un video incorporandolo legittimamente e garantendo al creatore che l’ha caricato le visualizzazioni (e dunque la monetizzazione) che l’esposizione in un giornale nazionale gli darebbe. Cosa che tecnicamente si fa in pochi minuti, molti meno di quelli che servono per scaricare e ricaricare un video, lasciando al creatore solo la “visibilità”. Senza parlare del fatto che difficilmente uno YouTuber porterà in tribunale un gruppo editoriale nazionale.

11. La tesi dei favorevoli: Il Partito Democratico ha detto che “La volontà della direttiva è quella di proteggere le piccole e medie realtà e tutelare un principio importante. E cioè che il lavoro si paga“.

Commento: Lo stesso Partito Democratico, che salvo rarissime eccezioni ha votato per la riforma, pubblica sul suo sito interviste integrali ai suoi esponenti, citando solo la fonte e senza neanche mettere il link all’originale. Copia – incolla.

Lo stesso viene ricordato da Bresolin de La Stampa, che evidenzia la contraddizione nel pubblicare i pdf integrali delle interviste e poi sostenere la riforma.

Un paio di domande aperte per concludere
1. Se questa riforma è così importante che persino i telegiornali ne parlano ora che è passata, dov’era il giornalismo di qualità quando c’era da creare un dibattito che informasse i cittadini e permettesse loro di capire da che parte stare, per contattare gli eurodeputati eletti al Parlamento? Dov’erano i pareri contrari che dessero una visione allargata della questione?

Perché si è dovuto aspettare lo sciopero di Wikipedia per poter leggere qualcosa a riguardo?

La risposta è che le voci contrarie non hanno potuto scrivere sui giornali di carta perché sarebbe stato controproducente per i loro interessi. In compenso si sono moltiplicati gli editoriali, ovvero commenti che parlavano della riforma senza informare i lettori su cosa comportasse la riforma, se non dire che il voto di luglio era frutto solo del lavoro delle potenti lobby della Silicon Valley.

2. Una volta capito che i lettori spesso arrivano dagli aggregatori, perché gli editori non si sono alleati e non hanno creato una propria edicola digitale per poi dividere gli introiti?

Negli Stati Uniti a marzo Apple ha acquistato Texture, creata nel 2010 da cinque grandi gruppi editoriali e considerata la Netflix dei giornali. Permette infatti con 10 euro al mese di poter leggere oltre 200 magazine. Certo, il mercato italiano non ha la massa critica di quello americano, ma dove sono stati gli editori mentre il mondo dell’informazione online cambiava pelle? Ah già, a chiedere fondi al Digital News Innovation Fund. E di chi è il fondo? Di Google.

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