Nadia Toffa e il cancro che è come un dono

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Chi è Nadia Toffa? Tante cose, oggi. Una giornalista tv per Le iene, programma di informazione che, in alcuni casi come quello di stamina, ha avvalorato tesi anti scientifiche; una persona malata di cancro; una celebrità del web: appena si era saputo della malattia, il suo nome è stato annoverato nella top ten di quelli più ricercati in rete nel 2017 (un record tale da averle meritato l’attenzione dei media stranieri). Oggi è (anche) un’autrice. Ha pubblicato un libro sulla propria esperienza, Fiorire d’inverno. In copertina si vede lei, il suo bel viso, rivolto al cielo, speranzoso e sorridente. Il libro è stato promosso sui social dalla Toffa stessa.

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Nadia Toffa in realtà è un catalizzatore di sentimenti potenti, se vogliamo fondanti dell’esperienza umana come amore, odio, invidia, desiderio di esistere, di apparire. Sentimenti in cui ci si identifica facilmente ancor più se si siede davanti a un computer, le dita sospese su un tastiera pronte a battere per dire la propria.
Il sospetto che dietro il libro ci sia una spettacolarizzazione del dolore è quello più avanzato dalla rete e anche da chi dice la propria di professione, come il giornalista Filippo Facci, su Libero: “Siamo alla spettacolarizzazione del tumore e della sua trasformazione in core-business di un’attività pseudo-giornalistica […] la banalizzazione dei malati che questa signorina sta perpetuando è più importante di lei e della sua egolatria”.

Della Toffa pare non siano andate giù due frasi, quella sul tumore visto come “un dono, un’occasione, un’opportunità” e quella secondo cui “se ci sono riuscita io, tutti possono sconfiggere il cancro”.
In effetti se proviamo – ma non ci riusciremmo mai – a metterci nella pelle di chi un tumore ce l’ha, ha passato mesi in cura, rimbalzando da un dottore all’altro, sottoponendosi a chemioterapia eccetera e, sfinito, sul letto di morte, vede un tweet lampeggiare sul suo cellulare e legge: “guarda che in realtà hai avuto un dono, un’occasione, un’opportunità!”, non troveremmo poi così fuori luogo se il poveretto in questione, in un ultimo rauco lamento, mandasse a fare in c** il suddetto tweet e chi lo ha cinguettato.

Il problema sorge nel momento in cui ci si chiede che tipo di servizio abbia voluto fare la Toffa scrivendo il libro: se lo ha scritto per informare, allora si è posta e si sta ponendo nel modo sbagliato e ha fatto il peggior uso di un’esperienza drammatica e straordinaria come la sua, l’ha santificata. Sì, perché essendo un personaggio pubblico e avendo lavorato in un programma che, almeno nelle intenzioni, mira a fare informazione, la Toffa non ne sta facendo. Sta assecondando il lato emotivo del web, quello che l’aveva eletta tra i personaggi più ricercati della rete e oggi la sta lapidando in quanto “santerellina di tutti i malati di cancro”. Se era questa la sua intenzione, non dovrebbe offendersi per gli articoli d Facci o gli insulti che le stanno piovendo addosso dai vari social media, fanno parte del gioco.

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