5 motivi per continuare a guardare The Man In the High Castle

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Lo spunto ucronistico
Le storie
Le sfumature
La ripresa
La nostra realtà

Dal 5 ottobre arrivano su Amazon Prime Video i nuovi episodi di The Man In The High Castle (conosciuta anche come L’uomo nell’alto castello), le serie su una dimensione ucronica arrivata ormai alla terza stagione. Tratta dal romanzo di Philip K Dick, pubblicato in Italia come La svastica sul sole, la serie immagina che le potenze dell’Asse abbiano vinto la Seconda guerra mondiale e quindi il mondo, Stati Uniti compresi, sia stato diviso fra Germania nazista e Giappone imperialista. Questo titolo continua a essere uno dei più visti della piattaforma Amazon e anche la sua terza stagione si prospetta promettente: ecco alcune ragioni per continuare a seguirla.

1. La realtà alternativa

Uno degli aspetti più interessanti di una serie come The Man in the High Castle, ma anche del libro di Dick da cui era tratto, è appunto il fatto di immaginare una realtà del tutto simile alla nostra, in cui però un solo dettaglio storico andato diversamente ha cambiato il corso degli eventi. Quindi le vicende sono ambientate nel 1962, ma un 1962 completamente diverso da quello accaduto realmente. Perché qui si immagina che la seconda guerra mondiale sia stata vinta appunto da Germania e Giappone.

Il focus rimane ovviamente sugli Stati Uniti, che sono stati divisi fra le due potenze come il resto del mondo: la maggior parte dei territori a est è occupata dai nazisti, mentre gli Stati della costa pacifica sono occupati dai giapponesi, con una serie di stati cuscinetto in mezzo. Ciò crea una serie di tensioni geopolitiche e sociali che hanno comunque la loro eco fattuale (la guerra fredda, la divisione della Germania ecc), nonché alludono a diverse teorie parastoriche come quella della Pax Germanica.

2. Le storie

La serie segue le vicende di diversi personaggi: Juliana, dopo la morte della sorella coinvolta nella Resistenza, decide di portare alcuni nastri che raffigurano una realtà parallela (in cui gli Usa hanno vinto la guerra) nella Zona neutrale; il giovane Joe finge di cercare contatti nella Resistenza mentre è in realtà un agente infiltrato al soldo di John Smith, ex militare statunitense che ha fatto rapida carriera nelle SS; Nobusuke Tagomi è il ministro dei commerci della San Francisco occupata dai giapponesi e trama per evitare che la guerra fredda fra le due potenze si tramuti in una vera guerra nucleare.

Quando a Frank Frink, il fidanzato di Juliana, vengono uccisi la sorella e i nipoti in quanto di discendenza ebrea, sceglie anch’egli di entrare nella Resistenza, partecipando ad attacchi terroristici. Juliana, in fuga dai giapponesi, chiede asilo all’ambasciata nazista di San Francisco e viene portata a New York da John Smith. Nel frattempo la morte di Hitler scatena una lotta intestina: Heusmann, il suo secondo in comando, accusa gli agenti giapponesi dell’assassinio minacciando una guerra, ma John Smith riesce a dimostrare che è stato lui in realtà a cospirare, assumendo poi il comando del Reich. In una cantina scopre poi numerosi nastri su una realtà parallela, visionati dal Fuhrer poco prima di morire.

3. Le sfumature

high castle

Dunque The Man in the High Castle rappresenta una società per certi versi molto differente dalla nostra, dove le classi sociali sono fortemente regolamentate, sono ancora in vigore pratiche di eugenetica e il controllo dell’informazione e della libera espressione è ferreo. Eppure la forza di una serie come questa è di non dividere tutti i personaggi in modo troppo manicheo, i ribelli buoni da una parte e i nazisti cattivi dall’altra.

Anche se il rischio è quello di un’umanizzazione di personaggi che appartengono al regime, nei vari episodi si vedono le luci e le ombre che animano anche i personaggi più abbietti (molto interessante da questo punto di vista è l’arco narrativo sul figlio di John Smith, affetto da distrofia muscolare e che, secondo le regole del Reich, dovrebbe essere consegnato ed eliminato per non minare la purezza della razza). Ma anche i personaggi positivi sono in qualche modo più sfumati: perché non tutti si ribellano o non si sono ribellati prima? Quali sono le vere ragioni che li spingono ad agire? Le motivazioni non sono sempre semplici e ciò aggiunge realismo e profondità alla loro psicologia.

4. La ripresa

A essere sinceri in molti non hanno apprezzato la seconda stagione di questa serie: durante le riprese, infatti, Frank Spotnitz, è stato allontanato senza molte spiegazioni dalla carica di showrunner, che aveva ricoperto fin dal primissimo episodio, e il suo ruolo è stato preso da un insieme di produttori. Questo, secondo molti critici e anche molti spettatori, si è tradotto in una seconda stagione molto più scontata e confusionaria.

Molte delle sfumature degli episodi precedenti e anche la scelta di dare un volto all’Uomo dell’alto castello l’ha privata in qualche modo del suo fascino evocativo. Eppure la terza stagione sembra ovviare a questi problemi, rimettendosi in qualche modo in carreggiata: la designazione di un unico nuovo showrunner, Eric Overmyer, unita alla prospettiva di una guerra nucleare, al moltiplicarsi dei flash su una dimensione parallela e alla riorganizzazione della Resistenza fanno ben sperare.

5. La nostra realtà

high castle

In tutti gli episodi di The Man in the High Castle, ma soprattutto nella prima stagione e nella prima parte della seconda, c’è un aspetto che viene continuamente ribadito, riprendendolo quasi identico dal romanzo di Dick: siamo sicuri che, all’instaurarsi di un regime fascista, anche noi non finiremmo prima o poi per abituarvici? Il dubbio è forte e l’ordinarietà delle vite prende il sopravvento sull’istinto di ribellione.

Di fronte all’inasprimento delle politiche più conservatrici e al successo di movimenti fascio-populisti in tutto il mondo, osservare l’allegoria di questa serie ha un doppio effetto: da una parte è quasi un monito catartico nei confronti di ciò che potrebbe accadere se abbassiamo veramente la guardia, dall’altro insinua costantemente il sospetto che verso quella realtà ci stiamo avvicinando a grandi passi, a meno di non esserci già immersi. Questa è ovviamente un’opera di fiction che racconta però non solo come la storia sarebbe potuta andare, ma come potrebbe andare anche nel prossimo futuro.

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