La Barbie di Samantha Cristoforetti, perché anche le bambine possono diventare astronaute

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Nel 2019 compirà 60 anni la bambola più famosa del mondo, Barbie. E nonostante per molto tempo sia stata sinonimo di un modello stereotipico di donna bionda, magra e perfetta, in questi ultimi anni la casa produttrice Mattel ha fatto diversi passi in avanti per farla diventare veicolo di messaggi di inclusione e diversità. D’altronde la sua stessa creatrice, Ruth Handler, alla fine degli anni Cinquanta sosteneva di aver creato questo nuovo tipo di giocattolo affinché “le bambine potessero immaginare di essere tutto ciò che desideravano“. E proprio in occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze, voluta dall’Onu e che si celebra proprio ogni anno l’11 ottobre, è stato presentato al Mudec di Milano un progetto a lungo termine per abbattere le barriere di pregiudizio che ancora troppo spesso limitano il genere femminile.

Quando debuttò nel 1959 Barbie creò quasi uno shock, era la prima bambola a rappresentare una donna adulta“, racconta Filippo Agnello, vicepresidente e country manager Pan Europe di Mattel. “La stessa Handler fu abbastanza rivoluzionaria, imponendosi in un business all’epoca esclusivamente maschile“. Nel corso dei decenni Barbie ha cercato di rimanere attuale mantenendo un contatto con la realtà contemporanea, e dunque progressivamente aprendosi a una rappresentazione più diversificata della donna: a tutt’oggi la bambola più venduta al mondo (con un miliardo di esemplari ogni anno), finora ha ricoperto più di 180 professioni e negli ultimi tempi ha iniziato a rappresentare fisionomie diverse e più vicine alle donne reali: “Vogliamo sia sempre il più vicino possibile alle bambine“, ribadisce Agnello.

In questo senso va la campagna #MoreRoleModels, lanciata già lo scorso 8 marzo con l’introduzione di 17 bambole che rappresentano altrettante donne reali, che sono state nel loro ambito ognuna un caso di successo (fra esse Frida Kalho, Amelia Earhart, Patty Jenkins). Fra queste c’era l’italiana Sara Gama, capitano della Juventus e della Nazionale femminile di calcio; accanto a lei oggi si aggiunge Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana ad andare nello Spazio, che ha ricevuto una bambola con le sue sembianze: “Sono molto contenta che oggi le Barbie rappresentino proporzioni fisiche realistiche e dimostrino che tutte le esperienze professionali sono accessibili alle donne così come agli uomini“, ha dichiarato in un videomessaggio. “Spero sia d’ispirazione per far capire alle bambine che devono sognare senza porsi limiti che non hanno ragione di essere“.

È significativo che la nuova bambola rappresenti una donna di scienza, perché proprio nelle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) esistono a tutt’oggi i divari più grandi per quanto riguarda maschi e femmine: “Da piccoli nasciamo tutti come esploratori, senza differenze di tipo cognitivo, eppure a una certa età, fra i 6 e gli 8 anni, interviene l’ambiente e qualcosa cambia“, sostiene Ersilia Vaudo Scarpetta, astrofisica e responsabile del progetto diversità e inclusione dell’Agenzia spaziale europea (di cui trovate anche un articolo sul nuovo Wired in edicola). “Gli stereotipi sono ancora forti: a parità di capacità, secondo studi dell’Ocse, le famiglie si aspettano ancora che siano i figli maschi a intraprendere carriere d’ingegneria mentre le femmine vadano verso la medicina“. E in effetti per le posizioni tecniche aperte all’Esa, che sono i due terzi del totale, solo il 13% delle richieste arriva da donne.

Una vera trasformazione avverrà solo quando avremo lo stesso numero di donne e uomini nelle materie tecnico-scientifiche“, ribadisce Vaudo Scarpetta, sottolineando come, anche se ci sono più ragazze laureate rispetto ai ragazzi, il numero di lauree femminili nelle discipline Stem è ancora molto basso, soprattutto per quanto riguarda ingegneria e informatica. Mattel si è voluta impegnare anche in questo senso, commissionando assieme all’Università di Milano Bicocca uno studio guidato dalla sociologa Sveva Magaraggia, che andrà a verificare proprio come cambia la percezione di sé e dei propri orizzonti professionali nei bambini delle scuole d’infanzia ed elementari (i risultati arriveranno probabilmente l’anno prossimo).

Un altro progetto di Mattel veicolato da Barbie sarà il cosiddetto Dream Gap Project, che si concentra appunto sul divario che separa le bambine dalla realizzazione del proprio potenziale. Come spiega Roberta Suriano, brand manager di Barbie Mattel Italia, è dimostrato come negli Stati Uniti le bambine fra i 5 e i 6 anni, per via di stereotipi culturali e rappresentazioni mediatiche, comincino a perdere fiducia in se stesse, iniziando a pensare di non essere adatte a certi tipi di attività. Per questo sempre più Barbie cercherà di rappresentare la diversità e le infinite possibilità riservate alle donne, raccontando storie di successo in tutti i campi.

Barbie è americana ma in Italia dobbiamo fare ancora molta strada, basta guardare il caso di Cristiano Ronaldo e com’è stato gestito da noi il caso Weinstein“, conclude Tiziana Ferrario, giornalista e autrice del libro Orgoglio e pregiudizi (Chiarelettere). “Dobbiamo sentirci tutti chiamati in causa in questa battaglia, anche i maschi. E soprattutto i giornalisti hanno una precisa responsabilità: ogni storia di donna di successo che non viene raccontata è un modello in meno che potrebbe essere invece di grande ispirazione per le bambine e le ragazze là fuori“.

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