Uliveto, quella pubblicità della nazionale di volley non è razzista ma…

0
171
Questo post è stato pubblicato da this site

ulivetoIeri Uliveto è stata travolta dalle polemiche per aver pubblicato una (bruttissima) pagina di celebrazione della squadra italiana di pallavolo femminile, arrivata seconda ai Mondiali giapponesi. Si tratta ovviamente anche di una pagina pubblicitaria dove non poteva mancare, in massima evidenza, la bottiglia d’acqua del brand del gruppo Cogedi. Peccato che l’oggetto sia stato piazzato sopra la fotografia del team azzurro oscurando due giocatrici: Serena Ortolani e Paola Egonu.

Per chi non avesse presente, quest’ultima – nata a Cittadella da genitori nigeriani 19 anni fa – è stata una delle protagoniste del torneo. Far fuori quella “macchina da punti” da una pagina in cui lo sponsor della nazionale ringrazia le ragazze per la favolosa cavalcata nipponica è un po’ come se Jeep pubblicasse una pagina di ringraziamento alla Juventus piazzando una Renegade in faccia a Cristiano Ronaldo. Come se non bastasse, avendo utilizzato uno scatto d’archivio della scorsa estate e non una foto della finale di sabato perché serviva un’immagine “in cui ci fosse anche il tricolore” (lo ha spiegato Patrizio Catalano Gonzaga, direttore marketing del gruppo Uliveto-Rocchetta) dalla compagine mancava anche un’altra protagonista: Miriam Sylla. Anche lei nata in Italia, a Palermo, da genitori ivoriani 23 anni fa.

Immediatamente si è sviluppato soprattutto su Twitter un dibattito fra chi urlava al razzismo e chi invece, come il disegnatore e regista Gipi, cercava di inquadrare la faccenda più dal lato della sciatteria e dell’improvvisazione del lavoro creativo che di un qualche significato xenofobo. Insomma, a scontrarsi sono state due tesi che in fondo in qualche modo si sono anche mescolate, in alcune posizioni. L’una accusava Uliveto di aver fatto fuori le due giocatrici senza pensarci troppo e di non aver utilizzato lo stesso layout grafico sfruttato in occasione di una simile pagina per la nazionale maschile. L’altra invitava invece a non servire assist gratuiti ai veri razzisti e individuava le ragioni di una pessima pagina nella solita (e un po’ miserevole) tesi dello “stagista sottopagato” o del grafico oberato di lavoro a cui dev’essere stato chiesto quel lavoro nel giro di poco tempo.

In più, invitava a consultare l’account Instagram di Uliveto dove le immagini delle due giocatrici non mancano. Vero, ma sono sempre rilanci di foto della Federazione volley, mai pubblicità del brand che pongono puntualmente in evidenza soggetti italiani. Oppure si indicava la pagina uscita il giorno prima sempre sui giornali, sabato, dove la squadra era al completo. Ma a ben vedere anche in quel caso il layout risultava sbilanciato, col bottiglione di Uliveto incombente sulla coppia di colore. Infine c’è la dichiarazione del marchio, che ha spiegato come abbia “seguito con entusiasmo l’avventura di tutte le nostre atlete pallavoliste, TUTTE senza alcuna distinzione. Nessuna forma di discriminazione ci appartiene e la vicinanza alla squadra ed alle sue componenti è dimostrata dalle tante foto pubblicate sui social. Contrastiamo pertanto fermamente qualsiasi insinuazione circa un atteggiamento diverso nei confronti di giocatrici che per noi hanno tutte lo stesso grande merito: quello di aver composto una fantastica squadra!”.

Eppure non si tratta di insinuazioni. Se non sembrerebbe esserci intento discriminatorio deliberato (vorrei vedere) rimane tuttavia un punto chiaro, una domanda che dovremmo porci tutti, al di là di piccoli-grandi fatti come questo: il razzismo è solo quello alla luce del sole? O non, forse, questo mix fra improvvisazione e ignoranza?

Mettiamoci nei panni del grafico dell’agenzia di Uliveto Rocchetta: per dare visibilità alla bottiglia deve coprire qualcuna delle giocatrici (ma forse poteva anche evitarlo, riproponendo un layout come quello per gli uomini di qualche tempo fa). Nella scelta che ha di fronte, prima riceve dalla federazione una foto in cui Sylla non c’è – ma magari non sa neanche chi sia Sylla e non ha seguito i Mondiali – poi oscura l’unica giocatrice di colore della squadra. Perché questo è stato fatto. Non è infatti fra gli obblighi dei destinatari di un messaggio decodificare le intenzioni di chi lo ha concretamente realizzato né comprendere se sia pagato 500 o 5mila euro, questione che nulla c’entra col brutto prodotto che si è consegnato alle concessionarie pubblicitarie, contestato per la posizione della bottiglia e non per l’estetica, pure a livelli di rara bruttezza.

Razzismo o no? Mettiamola così: quando c’è una scelta di comunicazione c’è anche una responsabilità. Specialmente se, come si immagina, quella pagina non sia solo frutto dell’inventiva del solito grafico sottopagato ma il risultato di almeno due o tre passaggi di verifica. Dopodiché è giusto, come hanno scritto molti, evitare di fare il gioco dei veri xenofobi. Tuttavia anche il razzismo sfoggia 50 sfumature di grigio e l’inconscio spesso gioca brutti scherzi.

The post Uliveto, quella pubblicità della nazionale di volley non è razzista ma… appeared first on Wired.