Olanda, un uomo esige una riduzione di età: “Non mi sento i miei 69 anni”

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Emile Ratelband ha 69 anni e oggettivamente se li porta benissimo. La sua non è solo una sensazione personale: “Recentemente ho fatto un check-up completo e i medici hanno confermato che la mia età biologica è di 45 anni“. In questi giorni è salito agli onori della cronaca per aver chiesto al tribunale di Arnhem, in Olanda, di poter abbassare la sua età anagrafica. Il motivo? “Se hai 69 anni hai delle limitazioni. Su Tinder nessuno risponde appena rivelo la mia età, e non posso né comprare un’auto né una casa. Se avessi qualche anno in meno tutto sarebbe diverso”, e conclude: “La mia è una semplice battaglia, uguale a quella per i diritti degli omosessuali”.

Per Ratelband dovrebbe essere possibile cambiare l’età come il nome ed è anche disposto a rinunciare alla pensione. Ora, quando avete smesso di ridere, possiamo considerare assieme che il ragionamento di questo quasi settantenne è senza dubbio bizzarro, ma può diventare occasione per una riflessione su cosa vuol dire invecchiare in un’epoca in cui nessuno vuole più farlo.
Va anche detto che in Olanda Ratelband è una sorta di guru motivazionale, esperto in programmazione neurolinguistica. La sua è probabilmente una provocazione filosofica, più che una vera richiesta.

Siamo ciò che decidiamo noi o ciò che c’è scritto sulla carta d’identità?
Ratelband sostiene che l’età sia solo una convenzione, un numero che descrive quanti anni hai passato su questa Terra, ma che non dovrebbe automaticamente definire il tipo di persona che sei. Il tuo aspetto fisico, la tua freschezza mentale e il tuo modo di porti verso la vita e infine la salute fisica avvalorata da un rapporto medico, dovrebbero contare più di quel numero che all’alba dei 70 anni ti vede già come una persona anziana, un nonno che dovrebbe limitarsi a tenere bambini sulle ginocchia, elargire paghette e guardare i cantieri.

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Probabilmente questo singolo caso è solo la crisi di una persona che non vuole invecchiare perché, giustamente, non si sente vecchio e fa sue le parole della poesia di Dylan Thomas: “la vecchiaia dovrebbe infiammarsi e strepitare al termine del giorno / Ribellarsi, ribellarsi alla luce che si estingue”. Ratelband si oppone, perché non vuole essere ignorato su Tinder, ma come lui si oppongono tutti quelli che non vogliono essere messi da parte in una società che ormai considera la vecchiaia non come una fonte di saggezza, ma un peso: pensioni da pagare, anziani in coda alla posta.

La crisi globale del lavoro, degli affetti e della famiglia (non intesa come “tradizionale”, ma come gruppo di persone che ha uno stipendio che permette l’acquisto e la condivisione di una casa in cui vivere assieme) ha depotenziato la figura delle persone anziane che, in un mondo sempre più veloce, finiscono per essere solo quella telefonata a tarda sera che ti chiede aiuto per sintonizzare un televisore o mettere a posto il telefono.

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A tutto questo si aggiungano gli strumenti moderni che oggi permettono a una persona di 70 di avere un fisico ben più curato di ciò che la biologia indicherebbe. Ovviamente ci vogliono dedizione, fortuna e benessere per potercela fare, ma c’è un sacco di gente la fuori che dimostra molti meno anni della sua età. Beati loro, io a 37 anni me ne sento almeno dieci di più, sarà colpa dello sport che mi ha consumato schiena e giunture.

Faccio parte di quella che forse possiamo considerare una “generazione perduta”, quei ragazzi nati attorno agli anni ’80 che quando è arrivato il momento di trovare un lavoro si sono sentiti dire dai vari “-anta e qualcosa” che era presto, che erano giovani, bisognava prima fare esperienza (pagata poco o male) perché loro dovevano tenersi stretto il posto, occupando ogni possibile spazio in politica, cultura e industria, parlando solo di ciò che piace a loro. Avete presente il discorso nella terza stagione di Boris riguardo ai giovani e il teatro? Qualcosa di simile.

Dovrei odiare Ratelband e la sua voglia di giovinezza, eppure non ci riesco. Nonostante la sua lotta per un’età più consona possa celare una mera provocazione – o magari davvero l’intenzione di avere più successo su Tinder –  non posso non considerarlo  una sorta di anticipatore dei tempi. Immaginiamo un futuro in cui raggiungeremo la quasi immortalità: che senso avrà dire di avere 50, 60 o 80 anni se non li dimostreremo?

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