Hunter Killer, il rapporto tra Usa e Russia è una vecchia e cara rivalità

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Non di rado, pure negli anni di più buia guerra fredda, il cinema americano ha incoraggiato il disgelo con i russi (lo fecero Schwarzenegger con Danko e Stallone con un discorso epico dopo aver battuto Ivan Drago in Rocky IV), ma stavolta siamo davvero da un’altra parte. Non sono più quegli anni di guerra ideologica, né è più l’era del cinema muscolare superpatriottico di stampo reaganiano. Hunter Killer – Caccia Negli Abissi ne è ben consapevole e difatti potrebbe essere il film ideale per capire il nuovo assetto geopolitico internazionale. Qui l’esercito americano parte in missione per salvare un presidente che non è il loro, ma quello russo. E lo farà con i russi senza che questi si pieghino a riconoscere lo stile di vita americano come la migliore alternativa al loro.

Gerard Butler (Attacco al potere e Attacco al potere 2) dovrà recuperare il presidente russo sequestrato dal suo stesso ministro della difesa, al fine di scongiurare una guerra tra le due super potenze. Nonostante lo spunto estremo, Hunter Killer è ben scritto e molto equilibrato e controllato nella regia. Soddisfa dispiegando tutti gli espedienti più accattivanti e ruffiani del cinema americano (il carisma del grande capitano, i salvataggi estremi eccetera) ma mette in mostra anche una coerenza e una rigidità da grande thriller.

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Quello che Hunter Killer finisce per dimostrare è lo statuto di nemici e contemporaneamente amici di Russia e America. I cari vecchi russi nessuno li scalza dal ruolo di nemico preferito nei cuori americani, eppure come Don Camillo e Peppone, Usa e Russia sono due facce della stessa medaglia la cui identità è definita proprio dalla rivalità. Una volta erano imperi ideologicamente opposti, ad oggi non è più così. Nel cinema di oggi Russia e America non sono poi così diverse, sono solo nazioni in contrasto perché troppo grandi per tollerarsi. Così, adesso che qualcuno ha tentato un clamoroso colpo di stato, i soldati americani dovranno superare la ritrosia e aiutare il nemico. Non ci sono più quei princìpi morali abietti che gli Usa mostravano di disprezzare nei loro film, ci sono solo uomini buoni e uomini cattivi da entrambe le parti.

È significativo che una delle frasi che solitamente viene pronunciata dai villain hollywoodiani:Non siamo poi tanto diversi, io e te” questa volta sia il protagonista a dirla, rivolgendosi al capitano di un sottomarino russo, unica speranza per navigare nelle profondità dello stretto di Bering senza perire. L’obiettivo cruciale chiaramente è arrivare in tempo in Russia per recuperare le truppe di terra che hanno liberato il presidente e portarlo in salvo. La paura, oggi come ieri, è di nuovo lo scoppio di una guerra. Per Hunter Killer in fondo non è cambiato poi molto nell’equilibrio tra questi due paesi. Certo si somigliano molto più di prima eppure il rischio di una guerra non è diverso.

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Ciò che accade qui per la prima volta, e che testimonia il nuovo rapporto americano con i russi, è che questi sono ritratti come persone degne di stima anche a livello militare. Per sconfiggere il ministro della difesa servirà non solo l’audacia dell’esercito statunitense ma l’etica e la fedeltà della compagine russa, forte di valori che il pubblico americano recepisce facilmente. Per questo sono stati scelti molto bene i due personaggi chiave, benché nessuno di loro sia russo né americano. Gerard Butler, britannico, regge perfettamente il ruolo pur non brillando, ma ancora meglio fa Michael Nyqvist (grande caratterista svedese), in quello dell’ufficiale russo. Lì in quel sottomarino con pochi gesti, poche parole e alcuni sguardi Nyqvist riesce a comunicare la grandezza dell’onore e dell’etica militare di un paese, l’identità e il senso di amicizia che scatta con il comandante americano, assieme ad una profonda umanità.

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