Manovra, l’apertura senza modifiche è un bluff elettorale

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salviniDopo la fase dell’intransigenza, del muro contro muro, di “Juncker ubriacone” e dei “venditori di tappeti”, ora è la fase dell’apparente apertura sulla manovra. Della pseudomoderazione. In parte, certo, obbligata dal pressing subito negli ultimi giorni dal premier Giuseppe Conte, dallo spread che saliva, dal taglio del rating delle agenzie internazionali, dal flop delle aste dei titoli di Stato. Tutto vero. Un po’, però, figlia di una seconda fase della strategia di avvicinamento alle elezioni europee di maggio. Non è detto che sia l’ultima, senza dubbio è un momento essenziale: la legge di bilancio dello Stato italiano è infatti al centro di una chiara strategia elettorale. Dopo aver tirato la corda adesso l’obiettivo è arrivare al voto disinnescando la procedura d’infrazione. O almeno dando l’idea di essere disponibili a farlo.

Ma c’è un però. Se anche questo tentativo non dovesse funzionare, e dunque il teatrino dello 0,2% in meno del rapporto deficit-Pil non dovesse convincere la Commissione uscente, poco male. Dopo aver fatto la faccia da duri Luigi Di Maio e Matteo Salvini ne uscirebbero comunque vincitori per aver tentato di inviare, almeno in parte, segnali di distensione a Bruxelles. Segnali inconsistenti, perché il vero problema della manovra non sta appunto nei numerini, o almeno non solo, ma nell’impianto generale e semmai nel peso che scarica sulla successiva legge di bilancio, quella del 2020. Eppure, in un Paese che non sa puntare oltre il proprio naso, tagliare pochi miliardi spostando l’attuazione di quota 100 e reddito di cittadinanza (mutilato) qualche mese più in là, non rappresenta una presa in giro. Al contrario, un gesto di responsabilità.

Insomma, la parziale apertura dei due vicepremier e dell’esecutivo giallobruno alle richieste della Commissione Europa e degli altri 26 Paesi potrebbe essere un bluff buono solo a evitare la procedura d’infrazione e la prospettiva delle sanzioni prima delle elezioni europee. La strana coppia al governo apre, dando al Paese spaventato dallo spread e dall’accerchiamento europeo un’illusione di mediazione, ma solo per incastrare l’Europa una volta di più. Cioè per poter dire, comunque vada, che loro sarebbero stati disponibili a ritoccare la manovra tanto detestata dai “parrucconi”. Se tagliare quello 0,2% non sarà abbastanza, il problema starà dunque – come sempre – a palazzo Berlaymont, non certo in un governo che scardina il sistema pensionistico e investe poco o nulla sullo sviluppo.

Dunque sul tavolo, al vertice di ieri sera post-Consiglio europeo, lo slittamento del reddito di cittadinanza a partire da giugno e il restringimento della platea potenziale di beneficiari della revisione della Fornero, in modo da far fuori molti che potrebbero ma ne uscirebbero (che sorpresa!) fin troppo penalizzati. “Non è una questione di decimali” dice una nota congiunta firmata da Di Maio, Salvini e dal ministro dell’Economia Giovanni Tria.

E allora perché fino a ieri lo era? Perché appena qualche giorno fa abbiamo sentito frasi tonanti del genere “il 2,4% non si tocca, siamo uno Stato sovrano”? Era appena il 25 ottobre, un mese fa, per bocca di Di Maio. Abbiamo perso settimane (e tonnellate di credibilità) a discutere intorno a numerini che tutti ritenevano eccessivi, sballati, perfino gonfiati (come le previsioni di crescita del Pil per il 2019 fissato all’1,5% quando oggi in molti prefigurano lo 0,7%) e adesso, come per magia, “nessuno si attacca al 2,4%”? Ma davvero si pensa di poter trattare gli italiani in questo modo?

Se non fossimo in Italia, gli obiettivi di questi atteggiamenti sarebbero chiari fin dalla loro nascita. Non perché manchino di coerenza, figuriamoci, la politica nostrana ci ha abituati a ben altro. E neanche perché appaiano schizofrenici nel ribaltare problemi, priorità, valutazioni, gridi di guerra all’universo mondo e ridicoli ultimatum. Ma perché svelano, in tutto il loro candore, la subdola modalità attraverso la quale Lega e Movimento 5 Stelle stanno sfruttando una legge di bilancio per orchestrare il loro rapporto con l’Unione Europea. E, come si diceva all’inizio, per cadenzare in modo certosino l’avvicinamento alla scadenza elettorale di maggio.

Un momento che vedono come rivoluzionario per gli equilibri del Vecchio continente e al quale vogliono presentarsi sfoggiando il massimo della versatilità possibile: prima il pugno duro, poi una timida e sofferta apertura. A breve, c’è da scommetterci, tornerà il volto accigliato di chi rifiuta ogni mediazione perché “quando ce vo’ ce vo’”.

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