Ride, l’esordio di Mastandrea è imperfetto ma promettente

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L’esordio alla regia di Valerio Mastandrea è un film in cui lui stesso non avrebbe stonato. Ride è una storia di inadeguatezza dai toni dimessi e dall’umorismo caustico che rappresenta perfettamente la personalità che quest’attore ha costruito attorno a sé. E non era affatto scontato che al primo tentativo riuscisse a mettere la propria personalità nel film. Nonostante, alla fine, l’impressione sia di aver assistito ad un classico del cinema italiano recente, ovvero un film di macerazione interiore in cui non accade nulla ma i personaggi provano moltissimi sentimenti guardando nel vuoto, è innegabile come Mastandrea dimostri un gusto particolare per l’uso degli attori e per la scelta delle storie.

Carolina, a cui è morto il marito per un incidente sul lavoro, è rimasta sola con il figlio. Nella giornata che precede i funerali, tre persone elaborano il lutto in modo diverso. Carolina, per l’appunto, che invece di piangere ride, non riuscendo ad esprimere quel dolore che sa di avere dentro, e si sente per questo inadeguata; il figlio, interessato alle interviste che gli verranno fatte in tv; il padre del defunto, ex operaio anche lui, pieno di rimorso e testimone di un’altra era delle lotte in fabbrica.

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Nei suoi momenti più seri Ride è un film di uomini e donne molto duri, che provano sentimenti che vorrebbero celare ma emergono attraverso i dettagli. Eppure, e questo è un merito di Mastandrea e del co-sceneggiatore Enrico Audenino, c’è anche una dolcezza ineludibile. Non sono i dialoghi a rivelarla (come sarebbe più banale) ma le espressioni, i luoghi.

Purtroppo Ride è un’opera scomposta, che abusa della musica. Le canzoni che Carolina ascoltava con il marito sono il mezzo con cui prova a stimolare il dolore che sa di avere dentro ma non emerge, tuttavia per noi sono una continua riproposizione di sequenze in cui non accade nulla. È un esempio di quanto questo film abbia una fiducia eccessiva nella propria capacità di essere interessante mentre i personaggi guardano nel vuoto o non si parlano. E anche le grandi metafore finali (immagini irreali che ci spiegano cosa stia accadendo dentro i personaggi) non sono il massimo, non sono cioè immagini di grande potenza sintetica, arrivano molto tardi e suonano più come una pezza per commuovere alla fine del percorso che una buon modo di rendere un concetto.

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Il film corre bene quando ragiona al contrario, quando mette Carolina di fronte alla varia umanità che si presenta alla sua porta per farle le condoglianze ma in realtà vuole solo parlare di sé e dei propri problemi. In quel gioco di dialoghi serrati e ben scritti tra Chiara Martegiani (l’attrice protagonista) e gli altri attori c’è tutto lo specchio dell’impotenza che Ride vuole raccontare.

Ride è infatti ambientato in un piccolo centro vicino Roma, pura periferia urbana laziale nella quale Carolina è un alieno, in quanto riminese. La scelta di questa protagonista che non appartiene alla cultura romanesca in un luogo che ne sembra permeato (e che Mastandrea mette in scena con grande equilibrio, senza esagerare ma nemmeno nascondendolo) esalta moltissimo lo sfondo. Il mondo di Nettuno è fatto di spiagge sporche, baracche, tetti di case costruite senza stile, anziani colpiti da ictus, volti e voci che non sembrano certo di attori, ha insomma una forte concretezza che molto spesso è ciò che manca al cinema italiano, troppo convinto che attori con volti borghesi che recitano in interni molto poco popolari possano raccontare storie di marginalità.
Invece qui la marginalità è tangibile, Mastandrea la conosce, la coccola e sa mostrarla, eppure il film ci punta meno di quanto potrebbe.

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