Luther, 5 ragioni per recuperare la serie con Idris Elba

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Idris Elba
Un poliziotto atipico
La scrittura
Le figure femminili
L’atmosfera

Ormai è ufficiale: la quinta stagione della serie crime britannica Luther tornerà il 1° gennaio 2019 sulla Bbc. La serie che ha confermato la statura da star di Idris Elba (chiacchierato, ipotetico prossimo James Bond) ha debuttato nel 2011 con sei episodi, per poi avere negli anni successivi altre due stagioni da quattro e una quarta, andata in onda ormai nel 2015, di soli due. Ma ora i fan potranno godersi quattro nuove avventure del poliziotto che è riuscito a fondere gli elementi classici del crime con una psicologia complessa, con interpretazioni sempre al massimo della forma. Ecco i motivi per recuperare le stagioni precedenti (da noi diffuse su Fox Crime e Netflix) prima delle storie inedite.

1. Idris Elba

Una delle ragioni principali per guardare questa serie è sicuramente il protagonista. Prima di essere lanciato nell’olimpo di Hollywood in film com Pacific Rim, la saga di Avengers, The Jungle Book e The Dark Tower, Idris Elba infatti si è calato perfettamente nei panni dell’ispettore capo John Luther, un investigatore tanto devoto al suo lavoro tanto propenso a sovvertirlo per appagare il suo senso di giustizia. Elba riesce perfettamente a veicolare questo carattere forte, umorale e altalenante, non risparmiandosi sui chiaroscuri.

Prima di Luther, l’attore aveva già avuto una notevole esperienza nelle serie crime: nelle prime tre stagioni di The Wire, infatti, aveva interpretato il signore della droga Stringer Bell, sempre impegnato a ripulire il proprio status criminale tramite riciclaggio e ambigui investimenti. Qui però la sua versatilità attoriale funziona ancora meglio dovendo mostrare la faccia oscura di chi invece è considerato tipicamente come l’integerrimo rappresentante della legge.

2. Un poliziotto atipico

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Il fascino di John Luther sta proprio nella sua irresistibile ambiguità: nella primissima scena dell’episodio pilota lo vediamo inseguire senza tregua un pedofilo e procedere poi a una personale forma di giustizia. Si capisce subito dunque che non siamo di fronte a un poliziotto classico, ma ben presto lo spettatore è altrettanto avvinto da una atipica forma di morale che lo caratterizza: anche se non si capisce mai dove si ponga il limite fra buoni e cattivi, Luther appare subito come una persona autodistruttiva ma dalle capacità geniali di investigazione e dall’innato senso di giustizia.

Allo stesso tempo, il personaggio è bloccato in un mondo apatico e sterile, guidato da nulla se non dalla devianza, in cui perfino il più affidabile dei colleghi della polizia può rivelarsi uno spietato serial killer. Proprio il conflitto fra bene e male viene incessantemente problematizzato: e anche se Luther è ben disposto a violare protocolli e leggi per raggiungere i suoi obiettivi, capiamo che la vera corruzione sta altrove e lui si abbassa a quel livello solo per arginarla.

3. La scrittura

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Creata e scritta da Neil Cross, sceneggiatore britannico che aveva lavorato anche a Doctor Who e alla serie spionistica Spooks (e più di recente anche all’apocalittica Hard Sun), questa serie piega fino ai limite del possibile le sue capacità di narrazione. Anche se è chiaramente una serie crime, dove in ogni episodio o coppia di episodi si cerca di risolvere il cosiddetto “caso del giorno“, a questo vengono aggiunti vari elementi di complessità, con archi narrativi che procedono per intere stagioni e oltre e soprattutto demoni che non smettono di ossessionare i protagonisti.

Il fatto poi che le stagioni siano composte da pochi episodi ciascuna rende tutto molto più concitato e pregno. Fra l’altro un altro elemento peculiare è che l’interesse qui non è concentrato principalmente su chi ha commesso i crimini al centro degli episodi: quello lo si comprende quasi sempre nelle prime scene. Più interessante è immergersi nella mente criminale per comprenderne le motivazioni e soprattutto le modalità. In questo senso John Luther sembra quasi più vittima del fascino del crimine che non dell’empatia nei confronti delle vittime.

4. Le figure femminili

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Se il centro nevralgico della serie è sicuramente John Luther, altrettanto importanti sono le figure femminili che gli ruotano attorno. Perché tutte loro danno l’idea ancora una volta di come travagliata e irrequieta sia la personalità del detective, ma la maggior parte di loro sono anche personaggi scritti alla perfezione. Il dramma originario riguarda l’ex moglie di Luther, Zoe, che viene uccisa dal suo migliore amico, crimine per cui lo stesso detective verrà per breve tempo incastrato. Ciò apre una ferita inimmaginabile che lo porterà all’attrazione verso uno dei personaggi più forti della serie Alice Morgan (una straordinaria Ruth Wilson).

Alice appare nel primo episodio, come principale accusata dell’omicidio efferato dei propri genitori: non avendo prove a sufficienza Luther è costretto a lasciarla andare ma, convinto della sua colpevolezza e al contempo affascinato dalla sua mente perversa, costruirà con lei un rapporto di tensione sessuale e dipendenza psicologica, in cui rovesciando i ruoli sarà proprio il poliziotto a chiedere consigli alla criminale psicotica sui propri casi. Nella terza stagione notevole è anche il personaggio della giovanissima Jenny, sfuggita da un giro di prostituzione e che diventa il motore di diverse vicende.

5. L’atmosfera

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Non c’è verso che questa serie, a parte qualche momento di perverso umorismo nero, appaia in qualche modo come conciliante. La sua forza però è proprio anche quella di immergere lo spettatore in una dimensione oscura e per questo catartica. Complice è sicuramente l’ambientazione a Londra, rappresentata mai così grigia, fredda, desolante. In questo scenario la regia esaspera le sue scelte fondendo in modo forsennato larghe vedute urbane e asfissianti primi piani dei personaggi. Non parliamo poi dei dialoghi secchi, serrati e di un accento cockney da cui trasuda tutta la Londra underground.

Tutta questa atmosfera è un oggetto di particolare coerenza che rende ancora più raffinato un prodotto come Luther. A compimento di tutto ciò una colonna sonora di grande effetto: a parte archi e pianoforti usati con un‘espressività esasperata, anche la scelta delle canzoni popolari è un contrappunto sempre puntuale. A parte Paradise Circus dei Massive Attack usata magnificamente nella sigla, probabilmente non dimenticherete facilmente la scena sul cui sottofondo suona Breathe Me di Sia, per non parlare di altri brani di artisti come Nina Simone, Radiohead, Marylin Manson e Van Morrison.

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