Sarà Ethereum a cambiare l’universo delle criptovalute?

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ethereumSul finire del 2017 scoppiava il fenomeno CryptoKitties: un gioco in cui si acquistano, vendono e allevano gattini virtuali in stile cartoon sfruttando gli ether, la criptomoneta di Ethereum. Il successo è immediato. Alcuni esemplari di Cryptokitties vengono venduti per cifre folli (fino a 170mila dollari), sui media di tutto il mondo si parla del “nuovo Tamagotchi” e, nel complesso, i criptogattini diventano la prima applicazione sviluppata su blockchain con un’effettiva diffusione nel mondo.

Tutto bene, quindi? Non proprio, perché il successo di Cryptokitties si ritorce contro Ethereum: le transazioni complessive sulla piattaforma aumentano improvvisamente del 600%, saturando il sistema fino a bloccarlo e mettendo in luce tutte le debolezze di Ethereum. Una tecnologia – come spiega la Mit Tech Review“immatura e incapace di gestire il carico di lavoro richiesto da questa app”.

Un problema non da poco: come può cambiare il mondo una piattaforma che non è nemmeno in grado di gestire un gioco di successo? Le ambizioni di Ethereum vanno molto oltre i Cryptokitties e sono anche superiori a quelle della più nota applicazione della blockchain: i bitcoin. Ethereum è molto più di una criptovaluta. È una vera e propria piattaforma decentralizzata sulla quale è possibile progettare applicazioni che, attraverso la blockchain, rendano possibile votare alle elezioni dal computer di casa; gestire in maniera automatizzata la compravendita di energia pulita; fornire documenti virtuali e sicuri ai profughi di tutto il mondo; dare vita alla internet 3.0 e, in definitiva, avere un impatto sostanziale sulla società.

Almeno, questo sono alcune delle promesse che per anni hanno circondato il mondo della blockchain, contribuendo a generare aspettative irrazionali e, di conseguenza, a gonfiare quella bolla delle criptovalute ormai abbondantemente scoppiata. Il crollo dei prezzi di Bitcoin, Ethereum (passato da un massimo di 1.300 dollari all’inizio del 2017 fino ai circa 100 di oggi) e tutte le altre criptovalute non è stata causato solo dalla speculazione, ma anche dallo scetticismo che ormai circonda la tecnologia del registro distribuito. Le ragioni alla base di questo scetticismo sono numerose, ma si possono riassumere così: la blockchain rischia di essere una soluzione a problemi che non esistono. A chi serve una moneta digitale quando possiamo effettuare pagamenti immediati con PayPal o Satispay? È davvero necessaria la blockchain per votare in sicurezza da casa o per avere documenti digitali?

Non solo: “Le startup del mondo degli smart contract (contratti che si eseguono automaticamente nel momento in cui le condizioni tra le parti vengono sottoscritte, e che sono il cuore di Ethereum, ndr) promettono che la blockchain consentirà pagamenti ed esecuzioni dei contratti estremamente rapidi”, si legge in un pezzo molto critico su HackerNoon. “Ma questo è già vero per ogni sistema basato su software: i server del cloud di Amazon che utilizza la mia azienda, per esempio, scalano automaticamente in base all’utilizzo e mi inviano la conseguente tariffa”. L’unica differenza è che i termini di servizio di Amazon non sono scritti con uno smart contract, ma se il sistema di pagamento è automatizzato fa davvero tutta questa differenza?

La sfida del registro
Per quanto sia affascinante immaginare un mondo decentralizzato in cui tutti i “nodi” – i volontari che scaricano la blockchain sul loro computer – sono parte integrante di un sistema collaborativo, rimane un dubbio: a quanti, nel mondo reale, questo aspetto interessa davvero? Per superare lo scetticismo che circonda questa tecnologia – e dimostrare che la blockchain e le criptovalute siano veramente utili – c’è una sola strada: rendere il sistema del registro distribuito molto più efficiente di quanto non sia oggi e concretizzare quanto fino a ora è stato solo promesso.

Ed è proprio questo l’obiettivo che si sono dati gli sviluppatori della Ethereum Foundation, radunati a Praga sul finire di ottobre in occasione del convegno Devcon. “Le aspettative nei confronti dei sistemi blockchain erano elevatissime solo un anno fa, ma sono precipitate tanto rapidamente quanto il valore delle criptomonete”, scrive sempre la Mit Tech Review. “Dentro il centro congressi di Praga, però, l’umore è completamente diverso. Qui, Devcon è in piena attività ed è difficile trovare anche solo un briciolo di pessimismo”.

La questione del prezzo
D’altra parte, il prezzo degli ether non ha alcuna correlazione diretta con gli sviluppi tecnologici a cui sta lavorando questo gruppo di informatici ed esperti di crittografia. Inoltre, la bolla delle criptovalute (che ha fatto aumentare il valore degli ether del 16.000% nel corso del 2017) ha reso molti dei partecipanti al convegno dei veri e propri cripto-milionari. Perché mai dovrebbero essere pessimisti? Tutto questo, però, non significa che i membri della fondazione che supervisiona gli sviluppi di Ethereum siano distaccati dalla realtà e, soprattutto, dai limiti della loro creatura.

“Sembra un computer degli anni ’70”, ha ammesso Jamie Pitt, uno degli amministratori di punta. “È come un cellulare del 1999 con cui giocare a snake”, ha confermato lo stesso fondatore di Ethereum, Vitalik Buterin. Metafore nerd dietro le quali si nasconde la lentezza del sistema evidenziata dai CryptoKitties: Ethereum può gestire circa 15 transazioni al secondo; contro le 20mila di un circuito come Visa. Non solo: Ethereum, per quanto non sia paragonabile ai bitcoin, consuma comunque una quantità di energia pari a quella di una piccola nazione (per essere precisi, secondo alcune recenti stime, quanto il Costa Rica).

“È uno spreco di risorse che si ripercuote su tutta la società”, ha confermato Buterin. “E può anche portare tutti quelli che si preoccupano dell’ambiente a essere nostri nemici invece che nostri amici”. Il consumo energetico causato dalla blockchain è tra le principali preoccupazioni di Vitalik Buterin, e non potrebbe essere altrimenti. Il 24enne canadese di origine russa, che nel 2013 ha diffuso il white paper che ha posto le basi di Ethereum, non è il tipo dell’imprenditore spregiudicato. Vestito sempre con un paio di jeans e una maglietta, dalle movenze robotiche e decisamente impacciate, l’enfant prodige della blockchain non fa alcuno sfoggio dell’immensa ricchezza che gli viene attribuita.

Nel dicembre 2017, mentre il prezzo di tutte le criptovalute saliva alle stelle e l’entusiasmo contagiava chiunque, Buterin decise di postare su Twitter tutta la sua frustrazione: “Il valore del mercato ha appena superato i 500 miliardi. Ma lo abbiamo guadagnato? A quante persone prive di un conto in banca ne abbiamo fornito uno? Quante applicazioni decentralizzate veramente utili abbiamo creato? Quanto valore è conservato grazie a smart contract che fanno davvero qualcosa di interessante?”.

Le domande erano retoriche e volevano suonare la sveglia a un cripto-mondo che si crogiolava nel successo finanziario, dimenticando le ragioni alla base del movimento blockchain. È anche per queste sue caratteristiche che, ancora oggi, Vitalik Buterin è il punto di riferimento assoluto di tutti quelli che gravitano attorno a Ethereum. È lo sviluppatore che prende in carico le missioni più complesse e la guida morale che indica la strada quando ci sono da prendere decisioni difficili. Tutto questo, però, crea un paradosso: come può un sistema essere decentralizzato quando così tanta responsabilità ricade sulle spalle di una sola persona?

Un nuovo Ethereum
Sul tema, lo stesso Buterin si è espresso più volte, confermando come la sua importanza nell’ecosistema di Ethereum stia gradualmente calando e lasciando capire come, una volta portate a termine le sfide odierne, la sua intenzione è di lasciare le redini all’intera comunità. Prima, però, c’è da mettere in piedi la cosiddetta Ethereum 2.0: la versione aggiornata e potenziata che dovrebbe garantire un’efficacia estremamente superiore e limitare allo stesso tempo il consumo energetico.

Più facile a dirsi che a farsi, come dimostra il fatto che queste implementazioni, più volte rimandate, erano al centro di tutte le discussioni che si sono tenute durante Devcon. Risolvere i problemi tecnici, insomma, si sta dimostrando una sfida più complessa del previsto. I capisaldi su cui dovrebbe basarsi Ethereum 2.0 sono tre. Il primo è lo sharding, che divide i dati della blockchain in sottoinsiemi più piccoli, rendendo più agevole la loro gestione da parte dei computer.

Numero due: Plasma, un sistema che permette agli utenti di eseguire svariate transazioni su un canale privato, aggiornando la blockchain solo quando lo scambio è concluso invece che dopo ogni singola transazione. Infine: Casper, il sistema che permetterebbe di passare dalla odierna proof-of-work (che mette tutti i nodi in competizione tra di loro per risolvere un complicatissimo puzzle algoritmico e aggiornare così la blockchain, causando il già citato consumo energetico) alla proof-of-stake, che affiderebbe invece le chiavi della blockchain a un gruppo ristretto di validatori temporanei.

Quando queste tre innovazioni saranno completate, Ethereum sarà in grado di gestire un volume di transazioni migliaia di volte superiore a quello odierno, senza divorare quantità immense di energia. A quel punto, sarà possibile dare vita a tutte le applicazioni di Ethereum per ora solo immaginate, e scoprire finalmente le loro effettive potenzialità. Ancora, però, non si sa quando tutto questo verrà implementato e, soprattutto sul fronte Casper, continuano a emergere difficoltà (forse anche a causa della difficoltà di coordinare un gruppo numeroso senza una gerarchia ben definita). Ma il tempo stringe; anche perché parecchi concorrenti – come Cardano, Stellar ed Eos – si stanno nel frattempo facendo avanti.

Come finirà questa storia? Vivremo in un mondo decentralizzato – e rivoluzionato dal potere degli smart contracts e della blockchain – o si dimostrerà tutto una bolla di sapone che si sgonfierà senza lasciare alcuna traccia? L’unica cosa certa è che Vitalik Buterin e la comunità di Ethereum proveranno in ogni modo a smentire i loro critici.

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