Lucia Riina apre un ristorante a Parigi, indovinate come si chiama?

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Corleone-by-Lucia-RiinaUn nuovo ristorante italiano ha aperto a Parigi, in una zona centralissima, nei pressi dell’Arco di Trionfo. Nulla di strano, i ristoranti italiani hanno colonizzato ogni angolo del pianeta esportando la nostra tradizione – e la nostra immagine – nel mondo. Il nuovo ristorante parigino, però, ha un nome e un proprietario che non passano inosservati: Corleone by Lucia Riina. Non si tratta di un caso di omonimia: Lucia Riina è infatti proprio la figlia di Totò Riina, boss del clan dei Corleonesi.
Il nome scelto dalla figlia di Totò û curtu evoca nell’immaginario collettivo, più che l’omonimo paese siciliano, il personaggio fittizio del Padrino, e in ogni caso nella mente di un parigino, verrà associato più al concetto di mafia che a un luogo geografico.

Quello della figlia di Riina non è certo il primo caso in cui la mafia e la malavita in generale finiscono col diventare brand, strumento, voluto o meno, di marketing. Pensiamo a Sebastian Marroquin, meglio noto come Juan Pablo Escobar: il figlio del signore della droga ha creato la Escobar Henao, azienda di vestiario che produce capi con stampe relative proprio alle tappe salienti della vita di Pablo Escobar.

Sebastian Marroquin con una delle magliette prodotte dalla Escobar Henao
Sebastian Marroquin con una delle magliette prodotte dalla Escobar Henao

L’Italia è il paese che ha dato i natali al personaggio immaginario di don Vito Corleone e a tanti altri boss reali che hanno scritto pagine di sangue, quali Bernardo Provenzano e, certamente, Totò Riina, normale che ancora oggi venga vista come la patria della criminalità organizzata. Una criminalità che ha sempre avuto un certo fascino e ha ispirato Hollywood e non solo.
Da Burger King a Pepsi, sono moltissime le grandi aziende che in più di un’occasione hanno utilizzato l’immagine dell’Italia mafiosa per pubblicizzare i propri prodotti. E se a Vienna vendono il sandwich Don Panino e in Danimarca la Pizza Mafioso, in Spagna si era diffusa una catena di locali chiamata La Mafia se sienta a mesa (La Mafia si siede a tavola).

Non solo ristorazione, Babel, l’app nata per l’apprendimento delle lingue e che proprio per questo si propone di abbattere le barriere non solo linguistiche ma anche culturali, ha scelto di promuovere il corso di lingua italiana ricorrendo alla più sfruttata scena di mafia: la cena con il boss. Le agenzie di viaggi propongono tour nei luoghi simbolo della malavita.

È una vergogna che all’estero prosperi lo stereotipo dell’italiano mafioso, ma è anche vero che è uno stereotipo che abbiamo esportato noi col sangue e se ha resistito così a lungo, se in Italia 5mila imprese ristorative sono in mano alla criminalità organizzata (e non si chiamano Corleone o Mafia Burger), non sarà certo colpa di chi ha deciso di lanciare la Pizza Mafioso in Danimarca,

L’apertura del ristorante di Lucia Riina – che ha pur sempre scelto di chiamarlo col nome di un paese – ha sollevato un polverone di polemiche e insulti sui social. Ma il “brand mafia” non è cosa solo sua, è cosa anche nostra, dell’Italia tutta. Per dirla alla Flaubert, Corleone c’est moi!

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