Con Serotonina possiamo smettere di considerare Houellebecq un profeta

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Per una curiosa congiuntura data dalle circostanze in cui uscì il suo libro precedente (leggi: massacro alla redazione di Charlie Hebdo) e dalle circostanze dell’uscita di quest’ultimo (leggi: rivolta dei gilet gialli), Michel Houellebecq è oramai considerato un profeta. Serotonina (La nave di Teseo, trad. it. Vincenzo Vega) era atteso dal pubblico quasi come dovesse trattarsi di una divinazione, un’opera in grado di dare finalmente un senso al nostro confuso presente. Spiace allora dover precisare da subito che in questo suo settimo romanzo lo scrittore francese non rivela niente e non aggiunge nulla; se c’è una divinazione è sempre la stessa dal 1994. Dai tempi di Estensione del dominio della lotta, in effetti, il vangelo di Houellebecq è sempre quello: l’uomo contemporaneo è condannato all’infelicità perché costretto a una concorrenza infinita per l’accesso alla soddisfazione sessuale, concorrenza esacerbata dalla liberazione dei costumi negli anni Sessanta.

Variamente declinata nelle avventure sentimentali dei protagonisti sempre identici dei suoi libri, questa osservazione assume generalmente il tono di un giudizio più generale sull’eredità del Sessantotto, inteso come momento in cui è stato scardinato un ordine più sostenibile. Ventiquattro anni più tardi e infinite riformulazioni dopo, cosa rimane?

L’intuizione originaria di Houellebecq si è banalizzata, deformata, diffusa fino a diventare luogo comune e moneta corrente nel dibattito mediatico. Quella che negli anni Novanta era una bomba lanciata in faccia alla generazione di ex-rivoluzionari (ormai saldamente arrivati ai posti di potere), oggi suona come una semplificazione eccessiva delle dinamiche di lungo periodo che hanno portato alla crisi (economica, sociale, morale) della società occidentale, una conseguenza di quel lunghissimo ciclo di state-building noto come modernità. Grazie ad autori popolari come Eric Zemmour e Diego Fusaro, ormai anche il più illetterato degli imprenditori veneti è capace di denunciare nel Sessantotto il cavallo di Troia della distruzione dei valori che ha portato al trionfo del capitalismo (una narrazione che però racconta solo metà, o forse un quarto, della storia). Il New York Times ha persino individuato in Houellebecq il precursore del malessere di un’intera generazione di adolescenti asociali negli Stati Uniti, i cosiddetti incel.

C’è soltanto un problema, particolarmente evidente in Serotonina, ed è un problema letterario: se le riflessioni che lo scrittore mette in bocca ai suoi personaggi sono sempre suggestive, qui il romanzo non riesce a dimostrarle. E se non ci riesce, forse è anche perché dietro quell’intuizione primigenia c’era qualcosa che non quadrava del tutto. Primo: è corretto ridurre il Sessantotto ai suoi valori libertari e progressisti, mettendo così in ombra quei filoni antimoderni — da Ivan Illich a Guy Debord, da Pier Paolo Pasolini a Marshall Sahlins — di cui lo stesso Houellebecq è uno dei prodotti più evidenti? Secondo: quanto è pertinente la categoria passepartout di “liberalismo” per descrivere una società al contrario sempre più centralizzata, burocratizzata e regolamentata? Per fare un esempio, una scena chiave di Serotonina è la rivolta dei contadini contro la sospensione nel 2015 della normativa europea sulle quote-latte, una normativa che d’altra parte era stata applicata (e pesantemente criticata) per un trentennio. Segno che la realtà è più complessa di come vorrebbe raccontarcela colui che si è autodefinito “lo Zarathustra delle classi medie“.

BERLIN, GERMANY - FEBRUARY 08: (EDITORS NOTE: This Picture has been digitally retouched. Available for 14 days after create date.) French author Michel Houellebecq by Photographer Francois Berthier for the Contour Collection poses at the Film Haus Arsenal during the 64th Berlinale International Film Festival on February 8, 2014 in Berlin, Germany. (Photo by Francois Berthier/Contour via Getty Images)
(foto: Francois Berthier/Contour via Getty Images)

Ma ciò che non quadra nell’universo di Houellebecq è soprattutto il presupposto di partenza: davvero ciò che tormenta i maschi della classe media occidentale è l’inestinguibile appetito sessuale? Il sesso nei romanzi dello scrittore francese è, di tutta evidenza, quello che era il MacGuffin nei film di Alfred Hitchcock ovvero un pretesto, un riempitivo, anzi un divertissement per citare Pascal: un modo di distogliere l’attenzione di un bisogno molto più profondo, impossibile da soddisfare perché impossibile da definire. Il malessere del protagonista Florent-Claude Labrouste, quarantenne con disponibilità economiche pressoché inesauribili, appare letteralmente incomprensibile, inesplicato, immotivato (e peraltro totalmente diverso da quello dei contadini o dei Gilets jaunes).

Chiaramente il narratore stringe un patto tacito con il lettore che consiste nell’ammettere che proprio l’assenza di un vero motivo caratterizza quel malessere, proprio la sua assenza di senso lo rende così doloroso. In questo senso Serotonina, con la sua trama esilissima e i suoi personaggi che l’attraversano come spettri, è un libro esistenzialista: una specie di riscrittura dello Straniero di Albert Camus, peraltro attraversato dalla stessa tentazione omicida. Se non fosse che Lo Straniero è stato pubblicato precisamente ventisei anni prima del 1968. Volendo tornare ancora più indietro nel tempo, i tormenti di Florent-Claude non sono poi tanto dissimili da quelli di Amleto, principe di Danimarca; se non fosse che Amleto è stato messo in scena pressapoco trecentosessantasei anni prima del 1968. E allora quando mai è stata questa età dell’oro in cui gli uomini non si struggevano senza ragione? Di cosa ci vuole parlare Michel Houellebecq quando afferma che “oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera”?

Il tempo è fuori di sesto”, o più precisamente “scardinato”, annunciava Amleto. Ogni epoca ha tentato di trovare l’origine di questo scardinamento, inquadrandola in un evento o in una data. Per il principe di Danimarca, come noto, questa origine coincide con la morte del padre. Similmente il fantomatico Sessantotto, nell’opera di Houellebecq proprio come nelle analisi degli psicanalisti alla moda, insomma nell’inconscio dell’Occidente contemporaneo, è la scena fantasticata di un parricidio simbolico. Houellebecq non fa altro, in fondo, che dirci quello che vogliamo sentirci dire. Ci dice che il nostro disagio è unico, nuovo, speciale. Ce ne indica i responsabili: liberali, socialisti, europeisti. E poi, di libro in libro, sperimenta nuove soluzioni paradossali. La clonazione, ad esempio, ne La possibilità di un’isola. Oppure la conversione all’Islam, in Sottomissione. Infine, in Serotonina, il trattamento farmacologico. Ma nessuno di questi divertissement funziona davvero, alla fine. Si tratta soltanto di palliativi che alleviano momentaneamente il dolore di un male incurabile: come la retorica dei partiti populisti e come i romanzi di Houellebecq, in fondo.

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