Sanremo 2019, il nazionalpopolare sconfiggerà il nazionalpopulismo?

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baglioniArrivati alla soglia massima del cattivismo, qualcosa potrebbe accadere forse solo dal 5 al 9 febbraio prossimi, con l’edizione numero 69 del festival di Sanremo. Che sta già diventando un’edizione politica, se “politica” significa occuparsi di ciò che accade intorno a noi ed essere legittimati a esprimere la propria opinione. Senza necessariamente candidarsi per esserne legittimati o limitarsi a fare ciò in cui si è bravi o popolari.

La polemica, ormai è noto, è sbocciata l’altro ieri. Quando Claudio Baglioni, direttore artistico e conduttore insieme a Virginia Raffaele e Claudio Bisio, ha espresso in conferenza stampa alcune idee sull’allora ancora in corso crisi della Sea Watch 3 e in generale sulle politiche migratorie. Ha messo tutti in mezzo, il cantautore, senza risparmiare neanche i precedenti governi: “Le vicende di oggi, se non fossero drammatiche sarebbero da ridere. Non si può pensare di risolvere questo problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo alla farsa. Lo dobbiamo dire. Non credo che un dirigente politico di oggi abbia la capacità di risolvere la questione, ma ci vorrebbe il coraggio di dire ‘signori siamo tutti in questa situazione’”. E ancora: “Credo che le misure prese dall’attuale governo, come da quelli precedenti, non siano assolutamente all’altezza della situazione. Ormai è una grana grossa: se la questione fosse stata presa in considerazione anni fa, non si sarebbe arrivati a questo punto. Il Paese è terribilmente disarmonico, confuso, cieco quasi nella direzione da prendere”.

Apriti cielo. Prima il solito Salvini partito ad alzo zero al quale Baglioni piace “solo quando canta”, come se ciascuno di noi fosse un bamboccio monodimensionale che deve fare solo ciò per cui prende un compenso e scaricare al cesso le proprie idee sul mondo. Poi la neodirettrice di Rai1, Teresa De Santis, seduta di fianco al presentatore e secondo la quale – lo ha scritto lei stessa a Dagospiasono solo canzonette, o almeno dovrebbero esserlo, una settimana di grande cerimonia di svago e spettacolo nazionale. Invece, e non solo per responsabilità di Baglioni, sono state trasformate nel solito comizio”. Con lei Giampaolo Rossi, componente del Cda Rai che ha accusato il direttore artistico di aver espresso parole “completamente fuori luogo. Doveva risparmiarsi i suoi giudizi politici in quel contesto”.

Eppure, in questo clima già velenoso (possiamo scommettere che il cantante di Questo piccolo grande amore non sarà alla guida del festival nel 2020), c’è una speranza residua. Legata alle qualità intrinseche del festival che, come ha spiegato l’ad della Rai Fabrizio Salini soccorrendo Baglioni, “è un appuntamento che unisce il Paese”.
Non so se lo unisca, in fondo c’è anche chi lo detesta, lo trova fuori tempo, noioso e cerchiobottista, privo di nerbo e significato, tutto sole cuore e amore. Senza dubbio però ferma, o almeno rallenta, le macchine. In quella settimana di febbraio raccoglie l’attenzione mediatica e di costume. E soprattutto fornisce un punto di vista nazionalpopolare sulle cose. Un approccio che un tempo disdegnavamo come superficiale o poco impegnato ma che oggi – in assenza di un’opposizione palpabile, di un’idea alternativa di società, di un segnale di vita che non sia giallobruno – potrebbe costituire l’unico antidoto al nazionalismo populista dei Salvini, Di Maio e compagnia.

Potrebbe, cioè, riuscire a ribaltare quella retorica del “buon senso” di cui si sono appropriati i più nauseabondi nazionalismi e populismi per autorizzare pratiche prima d’oggi inaccettabili, a partire dal decreto sicurezza e passando per la retorica dei “taxi del Mediterraneo”.
Recuperando il buon senso vero, quello delle famiglie che si mettono davanti al televisore per una serata certo di svago ma nella quale riescono a maturare un qualche rantolo di solidarietà e razionalità. Si spera che, anche in virtù di un cast un po’ più movimentato del solito, un pezzo di società vera riuscirà a passare. Un po’ di responsabilità possa fare capolino. Senza il piglio aggressivo dei social o del teatrino politico quotidiano ma con la benevolenza e l’iniezione sotto pelle della vecchia liturgia dell’Ariston e delle figure, allo stesso tempo nazionalpopolari e intelligenti, di Claudio Baglioni, Virginia Raffaele e Claudio Bisio.
No, cara direttrice: a Sanremo non sono, e non sono mai state solo canzonette.

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