Vent’anni senza De André, cosa canterebbe sui migranti?

0
61
Questo post è stato pubblicato da this site

Vent’anni fa moriva Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999), uno dei più grandi cantautori italiani, e anche un poeta, riconosciuto tale sulle antologie scolastiche. È probabile che se Faber fosse vivo oggi, la sua attenzione sarebbe puntata sui migranti. Perché? Perché prim’ancora dei barconi che attraversano il Mediterraneo e dell’emergenza immigrazioni, gli emarginati, gli ultimi, i diversi sono stati l’elemento base della sua poetica, insieme alle storie di mare, dei pescatori e della gente delle città di porto – pensiamo a Crêuza de mä  o a La città vecchia. Tornando agli ultimi non possiamo non citare brani entrati nella storia  come Via del campo, La cattiva strada, Amico fragile. E anche l’ultimo album, Anime salve, scritto e composto insieme all’amico Ivano Fossati, è un omaggio alla solitudine, alla diversità a volte subita altre ricercata, temi che troviamo in brani come Prinçesa, storia di una transessuale brasiliana, Fernandinho, nata femmina in un corpo di maschio (Nella cucina della pensione/Mescolo i sogni con gli ormoni/Ad albeggiare sarà magia/Saranno seni miracolosi) o Khorakhané, ballata dedicata alla libertà del popolo Rom.

Schermata 2019-01-11 alle 10.04.08

L’attenzione degli ultimi che De André aveva era apartitica, genuinamente umana. La classica identificazione dell’artista con chi è solo e disperato. La povertà e l’emarginazione interpretate attraverso la denuncia sociale ma anche la dimensione esistenziale perché i poveri e gli emarginati sapranno sempre qualcosa che chi è integrato socialmente ignora. Chi fugge dal suo paese inseguito dalla guerra e dalla violenza e approda nel nostro, lo farà sempre spinto da motivazioni che noi che risolviamo le problematiche sociali e politiche del nostro tempo comodamente seduti al computer postando su Facebook o su Twitter non possiamo intuire. L’arte ogni tanto lo fa. L’arte fa sì che un ragazzo della Genova bene, figlio del vicesindaco, s’immedesimi con le disavventure di un omosessuale (Andrea) o con un impiegato in crisi con se stesso (Storia di un impiegato) o con un soldato o una prostituta.

Foto: LaPresse
Foto: LaPresse

 

È probabile che se De André fosse vivo e avesse pubblicato un album sui migranti, oggi il suo lavoro non verrebbe salutato da un coro unanime ed entusiasta. Musica a parte, la sua poetica e i suoi brani verrebbero descritti come affetti da un romanticismo anacronistico, da un’attenzione per gli ultimi fuori dal tempo. Il sovranismo dilagante lo metterebbe faccia al muro alle problematiche continuamente rilanciate da chi ne fa la sua bandiera: e i precari? E i disoccupati? E la criminalità legata all’immigrazione? E gli altri paesi che non accolgono i migranti mentre noi ne siamo invasi? Tutte queste cose non le canti?

È probabile che De André, scuotendo la testa, chitarra in mano, continuerebbe a cantare le sue canzoni, che non sono legate a un tempo o a un paese specifici, o almeno non solo. Perché se Fenoglio diceva che “partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità“, lo stesso possiamo dire di “migrante”. Siamo stati e saremo tutti su quei barconi. Siamo stati e saremo tutti sulla sponda giusta, nella pelle di chi può scegliere se accogliere o chiudere i porti.

The post Vent’anni senza De André, cosa canterebbe sui migranti? appeared first on Wired.