Il censimento dei radical chic, romanzo-specchio dell’Italia nazionalpopulista

0
203
Questo post è stato pubblicato da this site

censimento-radical-chic

La gente si sveglia ogni giorno per andare all’assalto della fortezza delle élite“, scriveva di recente Alessandro Baricco, reduce dalle sua analisi nel saggio The Game, in un suo articolo su Repubblica che ovviamente è stato molto discusso nei giorni successivi. Fra le altre cose lo scrittore sostiene che “ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose“: il dibattito che ne è seguito ha ovviamente fatto esattamente questo (usare parolone e paroline per parlare solo in superficie di cose complesse). Ma è evidente che il tema sia centralissimo e lo dimostra anche la pubblicazione di un interessante romanzo, Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi, pubblicato da Feltrinelli il 24 gennaio.

Una delle questioni cruciali delle tensioni socioeconomiche che hanno modellato e soprattutto messo in crisi i discorsi politici degli ultimi anni è basata proprio sull’individuazione di una minoranza privilegiata, additata come la responsabile dei mali delle persone comuni (il popolo, la gente). Gli attacchi populisti degli ultimi anni hanno addomesticato e diffuso un’espressione come “radical chic”, che di per sé non significa nulla ma aiuta a individuare un nemico facile e comune, con cui potenzialmente chiunque se la può prendere. Papi parte proprio da questo presupposto, concentrandosi però sulle connotazioni intellettuali di questo fantomatico nemico.

Nel suo romanzo vediamo un’Italia trasfigurata dai peggiori istinti, in cui i poveri sono dei figuranti pagati dal governo, i rom sono usati in parchi di divertimento alla Westworld (ma senza automi) e una figura ibrida come il primo ministro dell’Interno sparge odio e qualunquismo forte del suo mai calante appoggio popolare (“Lo schifo è quello che le persone hanno dentro. E io sono il ministro dell’Interno perché sto dentro ognuno di voi“). Il prossimo obiettivo è chiaro: gli intellettuali. Dopo che il professor Giovanni Prospero cita Spinoza in talk show televisivo e, svergognato pubblicamente per l’utilizzo di “parole difficili“, viene freddato di fronte casa come un pericoloso sovversivo, si scatena un’escalation viscida e ambigua che individua nella cultura il nemico pubblico numero uno (Lino Banfi permettendo).

Con la scusa di dare loro protezione, i radical chic vengono schedati in un registro nazionale e spinti a mimetizzarsi rinunciando a giacche di tweed e abitudini terzomondiste, mentre in contemporanea viene istituita un’Autorità garante per la semplificazione della lingua italiana, che vuole togliere dal dizionario tutte le parole ridondanti, superflue, pericolose. Gli echi sono quelli della terribile neolingua di Orwell, controllare il linguaggio delle persone significa controllarne la volontà: “Le emozioni sono facili, elementari. Se impari i trucchi le puoi governare, mentre i pensieri rimangono liberi, vanno dove dicono loro e complicano le cose“, sostiene sempre il superministro, a volte descritto con tratti di umanità ancora più scollati dalla sua scellerata figura pubblica.

Il romanzo di Papi è doloroso perché racconta un paese immaginario che sappiamo nel profondo non essere affatto lontano da quello reale in cui viviamo immersi. Al tempo stesso non si priva di trovate brillanti, come le note a piè pagina apposte dai funzionari della semplificazione linguistica o di alcune svolte che lo avvicinano al genere giallo. Eppure il risultato è sempre una disperata tragicommedia, una distopia distillata e venefica che ci mette di fronte a nostri peggiori fantasmi come di fronte a uno specchio franto ed esploso. Perché l’autore riesce anche a fornire un disarmante ritratto di un certo tipo di intellighenzia milanese, fatta di sciure che spargono gossip al telefono e si consolano con ricette sefardite mentre i mariti sono immobilizzati da un privilegio e una centralità sociale che si sentono sfuggire irrimediabilmente da sotto i piedi.

Il punto centrale però è che gli intellettuali sono un nemico che non esiste: “Perché li chiamavano radical chic? Che cosa faceva di un radical chic un radical chic? Avere letto qualche libro in più e comprare cibi e vestiti etnici?“, ci si chiede a un certo punto nel romanzo. Anzi, forse la conclusione più tragica di questa consigliatissima lettura è che il discorso delle élite è davvero fine a sé stesso in quanto non individua un fatto molto semplice: in questa società iperconnessa e – attenzione all’intellettualismo! – liquida, l‘intellettuale è tutti e nessuno. Ognuno di noi, a partire dalla propria briciola di privilegio, deve sentire su sé stesso la responsabilità di un’umanità perduta e dimenticata: demandare agli altri è un lusso che non ci possiamo permettere.

D’altronde Papi ci mette di fronte, esasperando ma neanche troppo certi tratti del reale, a un punto cruciale di evoluzione della nostra società e della nostra sensibilità: milioni di anni fa le spugne di mare “avrebbero potuto sviluppare un sistema nervoso, invece rinunciarono per ragioni evolutive: possederlo era inutile e richiedeva troppa fatica“; allo stesso modo oggi per gli uomini “cercare di comprendere come stanno davvero le cose è solo un fastidio“. Abbattere quel fastidio non è facile, se non con l’ostinazione a tentare disperatamente ogni occasione di connessione, rete, confronto, dialogo, recuperando perfino metodi atavici come fa un sorprendente personaggio alla fine del libro. D’altronde, se si può portarsi a casa un minimo di speranza (illusoria?), “non è vero che gli intellettuali non servono a niente. Servono a sentirsi meno soli“.

The post Il censimento dei radical chic, romanzo-specchio dell’Italia nazionalpopulista appeared first on Wired.