Polar è un noir trucido e pieno di cliché, ma alla fine si lascia guardare

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Mads Mikkelsen adora i film sui sicari, e con Polar, film originale Netflix in piattaforma dal 25 gennaio, non veste i panni di un hitman qualsiasi, ma del più letale. Duncan Vizla è il miglior killer del mondo in questo trucidissimo action ispirato all’omonima graphic novel di Victor Santos (pubblicata in Italia da Panini come Polar – L’uomo venuto dal freddo). Finalmente giunto alla pensione (allo scoccare della mezza età per i sicari è previsto il ritiro coatto), ad aspettare Vizla c’è qualche milione di dollari di liquidazione da spendere e una manciata di proprietà in giro per il mondo dove riposare. Sempre ammesso che alla pensione ci arrivi.

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Con sostanziali deviazioni rispetto all’opera illustrata – essenziale racconto senza dialoghi con tavole in bianco e nero screziate di arancio, Polar è la cronaca fracassona e sguaiata delle peripezie del protagonista per sfuggire agli avversari mandati a eliminarlo. Si apre con l’esecuzione del solito mafioso arricchito di turno (che nei fumetti non c’è), un esordio coattissimo, incredibilmente cliché e sopra le righe che ci si aspetterebbe dal duo Mark Neveldine/Brian Taylor (quelli di Crank e Ghost Rider – Spirito di vendetta), mettendo un po’ in allarme chi si pregustava un elegante noir.

Il resto della storia procede tra letali e avide femme fatale (qua ne abbiamo una interpretata da Katheryn Winnick, l’ormai iconica interprete della bellicosa Lagertha nella serie Vikings), villain kitsch e bondiani (Matt Lucas, il rubicondo comico di Little Britain) e killer pittoreschi tutti intenti a perseguire la medesima missione omicida (e potenzialmente suicida). Dall’altra parte della barricata, Vizla, quintessenza del duro granitico che più granitico non si può, il quale si esprime a monosillabi, ha abilità fisiche ai limiti del soprannaturale e capacità amatorie da pornostar, ma è tutt’altro che felice, divorato com’è dai sensi di colpa per i suoi trascorsi violenti.

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Polar migliora un po’ man mano che la storia procede: superata la risibile scena iniziale e una prima parte che condensa luoghi comuni formali e narrativi dell’action cafone da videocassetta all’americana più che di tanti capolavori dell’hard boiled, e messe da parte le aspettative di sobrietà e classe dei noir europei, il film prende la piega della revenge tragedy e trae vantaggio dall’introduzione del personaggio di Camille, solitaria ragazzina interpretata da una Vanessa Hudgens insolitamente dimessa ma piacevolmente in parte.

Mikkelsen, inappuntabile in qualsiasi ruolo della sua carriera, sa che la parte dell’orbo assassino silenzioso gli dona (lo era anche in Valhalla Rising, capolavoro di Nicholas Winding Refn) e con la sua presenza regala molti punti al valore della produzione. Brevissima digressione: qualcuno dovrebbe informarsi sul perché si ostini ad accettare ruoli dove ha problemi agli occhi (dal videogioco Death Stranding al film bondiano Casino Royale passando per I tre moschettieri, Doctor Strange e il citato Valhalla Rising). Brava anche la Winnick, che come bionda assassina e calcolatrice vale mille volte l’insopportabile Blanca di Amber Heard in Machete Kills.

polar-unit-01775-1154873 Regista di Polar è il metallaro (era nella band death metal Bathory) Jonas Åkerlund, l’uomo dietro la macchina da presa di svariati videoclip musicali pluripremiati (suoi, tra gli altri, Smack My Bitch Up dei Prodigy, Paparazzi di Lady Gaga e Ray of Light di Madonna), che stravolge la trama e l’intento del fumetto. Della suddetta fonte “muta” (nella riedizione firmata Dark Horse vennero aggiunti pochi dialoghi stringati, ma originariamente ne era priva) e della sua essenzialità (anche diegetica, la storia è più che altro un canovaccio) c’è poco: Polar è il giocattolo di Åkerlund che si gingilla con il genere calcando la mano (abbastanza da sconfinare nella parodia) su violenza, sesso e follia, saturando le immagini di colori e dettagli ridondanti. Solo ogni tanto dà tregua allo spettatore, vedi le parti con Camille, intime e contenute, le più belle. Occasione mancata.

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