Green Book è un road movie sull’amicizia che supera il razzismo

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Dietro Green Book c’è qualcosa di più di un remake di A spasso con Daisy a ruoli invertiti (stavolta è il bianco a fare da autista ad un nero). Nella storia (vera) del musicista Don Shirley che per un tour da farsi in auto sceglie un autista bianco italoamericano, Tony Vallelonga, non c’è soltanto il lento maturare in una mente razzista di un principio di uguaglianza, della stima e del rispetto per qualcuno verso il quale inizialmente aveva dei dubbi. La pratica razzista è in realtà sbrigata in fretta, Tony Vallelonga cambia idea molto in fretta, di certo prima della metà della loro avventura. È semmai quel che viene dopo la parte interessante.

In questo film diretto da Peter Farrelly, uno dei due fratelli dall’umorismo scorretto, bastardo, esplicito e completamente demente che hanno donato al mondo Tutti pazzi per Mary, Scemo e più scemo e Io, me e Irene, non c’è la risata grassa ma una più stretta e più sveglia, usata per un fine drammatico. Non c’è nessuno stupore nell’esito della storia, non ci sono sorprese nella lunga strada percorsa dai due negli stati più razzisti d’America degli anni ‘60: ci saranno le ingiustizie, la polizia piena di pregiudizi, gli aristocratici che stringono mani e poi ghettizzano, gli insulti ricevuti con dignità e un po’ di scazzottate fino al più ecumenico dei finali lieti. Perché la vera storia del viaggio di Tony e Don è adattata per diventare una parabola hollywoodiana classica che non turbi ma anzi rassicuri: il razzismo e la parte peggiore di noi esistono, certo, ma la luce dei protagonisti è tale che il bene schiaccia sempre il male.

GREEN BOOK

Non ci siamo più molto abituati ma è questo il paradigma classico del cinema americano mainstream, quello sempre meno praticato ma capace di rivoltare in sorriso qualsiasi lacrima, quello invariabilmente fiero del proprio paese, fiducioso nell’animo umano e nella bontà degli uomini di buona volontà. Non c’è bisogno di cambiare la testa agli americani per poter apprezzare i loro film, non c’è bisogno di concordare con una visione così positiva del razzismo da sconfinare quasi nell’ideologicamente discutibile (il nero è accettato dal bianco perché in fondo non è poi così nero ma per cultura somiglia molto ai bianchi). Green Book (titolo che si riferisce ad una guida realmente esistente negli anni ’60 di tutti i ristoranti ed hotel che servono persone di colore) vuole essere un manifesto antirazzista buono per gli Oscar, e in questo senso sceglie di appiattirsi, eppure è anche uno dei film meglio confezionati dell’anno e quindi dice più di quello che vorrebbe dire.

Se suona tutto molto vecchio è perché lo è. Peter Farrelly ha girato un film classico, seguendo tutte le regole, non sfuggendo a nemmeno un passaggio obbligato, ma l’ha fatto lavorando sul dettaglio in modo maniacale, l’ha fatto con un ritmo, una cura dei dialoghi e un’attenzione alla recitazione che insieme creano una piccola gemma. Di nuovo, si potrà legittimamente avere molto da obiettare sulla maniera in cui è affrontato il tema, sul buonismo di fondo e la maniera in cui il film (colpevolmente) rifugge molti dei problemi che affronta (l’omosessualità prima ancora che il razzismo). Ma il modo in cui Tony e Don creano un legame che è tutto maschile, fatto di non detti e di azioni più che di parole (nonostante i tanti dialoghi del film) è perfetto.

Green-Book-Truth-Theme

Il razzismo degli stati attraversati fa uscire fuori temi che non sono solo quelli dei diritti ma anche quelli più prettamente maschili della difesa personale, del potere, del comando e della scalata sociale. Don si arrabbia con Tony quando lo vede giocare con altri autisti neri fuori da una festa, perché lui potrebbe non stare lì ma dentro con gli altri, mentre quelli sono costretti dal colore della pelle, e invece non vuole. Tony a sua volta si preoccupa per Don quando ne scopre l’omosessualità perché gli potrebbe rovinare la carriera. Ancora, Tony capirà che è giusto che Don sia il suo capo e gli dia ordini non solo perché lo paga ma perché è un vero uomo, da stimare (lo capirà quando lo sentirà suonare). Tony capirà come lavorare sull’espressione dei sentimenti scrivendo lettere alla moglie aiutato dalla grammatica e dalle metafore di Don. I dialoghi tra i due non potrebbero essere più smielati e ruffiani (il pezzo del pollo fritto batte tutti i record) ma le questioni maschili che la strana coppia involontariamente e in virtù delle proprie differenze, deve affrontare non hanno niente di ruffiano e molto di concreto. Tony è l’uomo come si pensa debba essere quando non cerca l’approvazione di nessuno, Don è l’uomo che cerca di essere accettato dalla società a tutti i costi, il loro contrasto produce momenti di pura revisione del classico gender.

Viggo Mortensen guida la macchina e le danze, dà i tempi e occupa gran parte dell’attenzione con un personaggio ingombrante e divertente, godereccio e verace, la cui filosofia è “Se devi fare qualcosa falla al massimo”, uno capace di mangiare una pizza intera senza tagliarla ma piegandola in 4. Lui e Mahershala Ali (che interpreta Don) duettano prima a parole e poi sempre più fisicamente nel momento in cui le loro avventure diventano anche d’azione. Questi due attori lavorano benissimo e in piena armonia con la sceneggiatura sulla maniera in cui due uomini, separati dall’educazione più che dalla razza, possono stringere un legame a partire da questioni virili. E questo è quello di cui parla davvero Green Book.

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