Copperman, ovvero come non dovrebbe essere un film sui supereroi

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Da quando è uscito Lo chiamavano Jeeg Robot il cinema italiano ha tentato in tutti i modi di cavalcare quel tipo di successo e quel cambio di gusto nel pubblico (che ovviamente precede Jeeg e sul quale comunque arriviamo in ampio ritardo). I supereroi sono così finiti a contaminare molti film che non avrebbero avuto niente in comune con essi come ad esempio I peggiori (di fatto una ordinaria commedia italiana, solo che i protagonisti si mascherano e usano luoghi comuni di Batman per le battute). Ora Copperman fa la stessa operazione con la favola tenera all’italiana.

L’eroe dall’armatura di rame non è un vero supereroe, è la parodia dell’eroe mascherato, è la versione grottesca, poco capace ma con tanto cuore e molti problemi di quel modello che da qui sembra sempre irraggiungibile (eppure film come Lo chiamavano Jeeg Robot e Il primo re hanno dimostrato il contrario, che una via italiana può esistere). Come I soliti ignoti era la parodia scalcagnata di Rififi, cioè del film di rapina francese molto duro e metropolitano di gran successo, in cui invece di essere efficienti i personaggi erano deficienti, invece che essere duri lanciavano coltelli contro il muro che non si conficcavano, invece che sincronizzare gli orologi non li possedevano, così Cooperman è la versione “amelie” di Iron Man.

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Lo è dichiaratamente, nel senso che il film non fa nulla per mascherare quale sia il modello di tenerezza cui si rifà, quel misto di colori accesi e voce fuoricampo che ha definito uno stile intero e un’idea di calore e autenticità. Come è facile immaginare si svolge in una piccola cittadina di provincia (il luogo in cui in Italia risiede il bene e l’autenticità) e persone con deficit mentali che tutte insieme si battono goffamente contro un piccolo aguzzino locale, un uomo prepotente e bullo.

Luca Argentero è Copperman, un bambino poi adulto con un lieve ritardo che lo rende tenerissimo, bisognoso d’affetto e invariabilmente inclinato a fare del bene. Appassionato di fumetti fin da piccolo, vuole essere un eroe anche lui e un fabbro locale gli fornisce la grottesca armatura per non farsi male mentre insegue ladri di galline (che lo fa sembrare Cell di Dragon Ball). Tutto è sospeso in questo non-mondo tra campi di grano giallissimi e giocattoli in legno monocolore, tra auto d’epoca anni ‘70 e radio al posto dei televisori. Un passato finzionale che è più nel decor che nei fatti, come per Amelie.

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Ma è inevitabile che questo miscuglio funzioni poco e scontenti molti. Innanzitutto il pubblico abituato al cinema più serio di supereroi e in seconda battuta chi invece sarebbe stato felice di vederne una presa in giro. Sembra più rivolto a chi quelle storie le disprezza e non gli dispiace vedere quel genere occupato da un film che in realtà ne è l’esatto opposto. Copperman è un film tecnicamente molto ben fatto ma scritto per attirare un pubblico avanti con l’età, desideroso di quiete ed escapismo favolistico, più che un pubblico infantile che invece sempre più nel favolistico chiede l’ironia sofisticata e l’azione seria (basta vedere come è cambiata la scrittura dell’animazione per la tv negli ultimi 10 anni).

Non c’è purtroppo nemmeno da sperare nelle interpretazioni perché Argentero è intrappolato in questo personaggio con deficit mentale che si muove sul crinale del ridicolo e nel quale sarebbe caduto qualunque attore, dall’altra parte la linea sentimentale, cioè la donna-angelo che il protagonista brama (sì, proprio come in un racconto di 50 anni fa) è Antonia Truppo che per lineamenti, corpo e temperamento mal si adatta alla parte e suona stonata.

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Che un simile dipinto di Italia tradizionale, campagnola, onesta, espansiva e piena di buon cuore, realizzato con questa perizia calligrafica e questo look internazionale possa avere un appeal all’estero non è in dubbio, lo è di più che possa avere senso in un Paese che sta (con grandissima fatica) iniziando ad abituarsi all’idea che al cinema e in tv è possibile vedere prodotti che questo genere lo centrano invece che prenderlo in giro, che non si sentono sudditi ma possono ambire a dettare la linea.

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