Esiste ancora la Lega o c’è solo Salvini?

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Secondo gli ultimi sondaggi, se oggi si tenessero le elezioni Salvini potrebbe ottenere il 35% dei voti. Dico “Salvini”, e non “la Lega“, perché ormai il leader del Carroccio ha cannibalizzato il suo stesso partito. Parlare di Lega ha sempre meno senso. Ci troviamo davanti a una personalizzazione di un movimento politico che non si vedeva dai tempi di Silvio Berlusconi. E il successo che Salvini… cioè, scusate, la Lega, insieme al centrodestra, ha ottenuto alle regionali d’Abruzzo, ne è l’ennesima prova.
Salvini ha creato una rottura con la Lega “vecchia”, offrendo un prodotto nuovo che si identifica nel suo volto. Il partito padano un tempo era fatto dal leader carismatico Bossi, ma anche dai Calderoli, dai Borghezio e dai Maroni. Oggi, dietro a Salvini, c’è il vuoto: Lega e Salvini sono infatti diventati sinonimi, un destino a cui non è stata sottoposta la vecchia Lega Nord. Ecco perché l’attuale Ministro dell’Interno non sente ragioni quando gli si mette davanti la storia dei 49 milioni. Ritiene che non gli riguardi, come se la Lega condannata a quel risarcimento fosse un altro partito rispetto al suo.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 17-12-2018 Roma Politica Trasmssione tv "Quarta Repubblica" Nella foto Matteo Salvini dietro le quinte Photo Roberto Monaldo / LaPresse 17-12-2018 Rome (Italy) Tv program "Quarta Repubblica" In the photo Matteo Salvini

In effetti tante cose sono cambiate nel partito. L’indipendenza padana è stata sostituita dal sovranismo, la guerra ai meridionali è diventata una battaglia allo straniero e il partito ha assunto una dimensione nazionale. Alle elezioni del 2018, Salvini è stato eletto senatore in Calabria – qualcosa di inammissibile per un leghista fino a pochi anni fa. E la Lega ha preso consensi superiori al 20% in alcune aree del Mezzogiorno. In Abruzzo, alle regionali, col 27,5% porta a casa il titolo di partito più votato. La trasformazione della Lega da partito locale a nazionale, portata avanti da Salvini, sta dunque pagando e il 35% dei consensi odierni sono dovuti anche e soprattutto all’ampliamento del bacino dei potenziali elettori. Mentre Salvini disegnava un profilo nazionale al suo partito, ne dava però anche una connotazione personale che oggi ha raggiunto il suo apice.

La Lega è il suo leader e poco altro. È lui che si espone sull’affaire Battisti, o sulla questione dei porti chiusi, o sul dossier venezuelano, o sulla Tav, o sui diritti civili in Italia. È Salvini, insomma, che si fa portavoce di tutto, mettendo nell’ombra i suoi colleghi di partito. Quella di Salvini è una leadership quasi autoritaria, che non lascia spazio ad altre voci. Il politico milanese ha prima fatto fuori la frangia bossiana, poi ha ridimensionato i vecchi dirigenti, affiancandoli a nuovi esponenti meno esposti. La Lega è diventata sempre più un partito gerarchico, verticale, tenuto in piedi da quello che di conseguenza è diventato il Capitano – un soprannome che rende bene l’idea del one-man-party. Salvini è poi il politico che mangia Nutella e pizza bruciacchiata, guarda la tv su un banale 32 pollici e parla come il popolo, un uomo qualunque che ha costruito il successo del suo partito su questo modo di comunicare.

In autunno erano circolate voci su un cambio di nome del partito, da Lega a “Lega per Salvini premier“. Inserire il nome dell’attuale Ministro dell’Interno nel simbolo sarebbe l’ultimo passo della salvinizzazione del partito. Il Capitano, insomma, gode di ampio consenso in Italia e la forza attuale della Lega dipende esclusivamente dalla potenza del suo leader. “Oggi senza un frontman, un progetto politico ha grandissime probabilità di risultare velleitario”, ha spiegato Angelo Baiocchi, esperto di comunicazione politica. Questo però vuol dire che quando viene meno il frontman, il suo consenso, il partito rischia di implodere. Nei decenni passati, Silvio Berlusconi ha fatto più o meno lo stesso con il suo partito, Forza Italia. Ci sono stati i momenti d’oro, ma venuto meno il consenso verso l’imprenditore di Arcore il partito è naufragato sotto quel 10% che oggi gli attribuiscono i sondaggi. Forza Italia era Berlusconi e la tenuta del primo dipendeva da quella del secondo. Il destino della Lega di Salvini, quando la bolla di consenso dovesse sgonfiarsi, rischia di essere lo stesso.

Un fallimento dell’uomo si tradurrà nel naufragio di un movimento, in quanto ormai il primo e il secondo sono perfettamente interdipendenti. Leadership sfrenata, arroganza, cannibalizzazione del partito sono fattori che pagano nei primi tempi, ma che non durano in eternità – la storia insegna. Il rottamatore Matteo Renzi, colui che doveva rivoluzionare il centro-sinistra, in pochi mesi di segreteria del Pd era riuscito a portare il suo partito a un clamoroso 40% alle elezioni europee del 2014. Tre anni dopo, la debacle al referendum costituzionale, da lui trasformato in un voto sulla sua persona. Oggi il suo partito è in alto mare, la stessa spirale negativa che ha investito Forza Italia. Venuti meno i leader, i rispettivi movimenti sono crollati. Ecco perché il successo della Lega, basato esclusivamente sul culto di Salvini, rischia di rivelarsi un boomerang.

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